L'attore e regista: «Ha rappresentato il primo ritrovo destinato a noi giovani e il nuovo punto di riferimento della Roma più vibrante: sessant’anni fa, la Dolce Vita abbandonò via Veneto e si trasferì in via Tagliamento»
«Il Piper ha segnato un’epoca»: parola di Carlo Verdone che dello storico locale di via Tagliamento fu, negli anni Sessanta, un assiduo ed entusiasta frequentatore.
Perché il Piper Club è stato tanto importante?
«Perché ha rappresentato il primo ritrovo destinato a noi giovani e il nuovo punto di riferimento della Roma più vibrante: sessant’anni fa, la Dolce Vita abbandonò via Veneto e si trasferì in via Tagliamento».
Che cosa intende?
«Finiva l’era dei playboy, dei divi del cinema e cominciava quella della musica beat d’importazione: il mondo intero impazziva per i Beatles, i grandi gruppi britannici ancora poco conosciuti erano le nuove star e molti di loro venivano a suonare dal vivo proprio al Piper».
E lei andava a sentirli?
«Certo, ricordo dei concerti memorabili di Pink Floyd, Who, Colosseum, Sly and the Family, Troggs, The Rokes... ma anche dell’Equipe 84, Caterina Caselli e tanti altri. E quando fece la sua comparsa Patty Pravo, con le sue minigonne mozzafiato e i capelli biondissimi, rimanemmo tutti senza fiato. Per non parlare della bellezza di Mita Medici che non a caso tutti chiamavano ”la ragazza del Piper”».
Com’era la gioventù romana di quell’epoca?
«Eravamo ragazzi puliti, ingenuamente assestati di nuove esperienze. Andavamo al Piper in motorino, ma molto spesso addirittura in bus: non c’erano minicar o altri privilegi, i soldi scarseggiavano e bisognava farseli bastare. Cercavamo la condivisione, uniti dall’amore per la musica e per la stravaganza. Infatti prima di andare al Piper, correvamo a rivestirci in un paio di punti strategici di Roma».
Quali?
«Da Righetto, in viale Parioli, compravamo i pantaloni stretti di velluto a coste lanciati in Inghilterra. Poi, al mercato di via Sannio, cercavamo le camicie a fiori, i giubbotti e i capi più strani provenienti dall’America e dall’Inghilterra. Era un rito entusiasmante. Volevamo sentirci all’altezza dei musicisti che avremmo ascoltato. Io, costretto a portare i capelli corti perché frequentavo il liceo privato Nazareno, cercavo disperatamente di tirarmi qualche ciocca dietro le orecchie per sentirmi simile ai capelloni».
Il suo amore per la musica è stato influenzato da quella stagione felice del Piper?
«Assolutamente, è iniziato proprio lì. Ognuno di noi all’epoca voleva imparare a suonare uno strumento e io rimanevo ammirato davanti ai percussionisti. In seguito a quei pomeriggi e quelle serate passate al Piper mi comprai la prima batteria, una Hollywood a buon mercato».
Il locale era frequentato soltanto dai giovani?
«No, potevi incontrarci i personaggi più diversi. Cineasti importanti come Luchino Visconti e Giuseppe Patroni Griffi, pittori come Mario Schifano, poeti come Dario Bellezza, artisti, intellettuali. Una volta incontrai perfino Brian Jones, uno dei fondatori dei Rolling Stones».
Chi altro c’era?
«Alla cassa c'era Marcello Di Folco, l’attore di Fellini che avrebbe poi cambiato sesso. Fuori c’erano i capelloni, ricordo un certo Ringo, il più carismatico di tutti, e Alberto Marozzi che conosceva tutti. Noi arrivavamo accompagnati dalle nostre ragazze in minigonna. Il Piper era diventato il punto di riferimento di Roma, una città che è sempre stata molto ricettiva, assetata di novità ed emozioni».
Quando e perché è finito il momento d’oro del Piper?
«Nei tardi anni Settanta e poi negli Ottanta si chiuse l’epoca dei concerti dal vivo, irruppero sulla scena i dj e la disco-music stregò la gente. Il Piper smise di essere un locale innovativo, dirompente e diventò un ritrovo più borghese. Ma il ricordo di quella stagione lontana, il rimbombo della musica che appena entravi nel locale ti arrivava dallo stanzone di sotto, continuano a far parte dei miei ricordi incancellabili, insieme alla Roma effervescente e curiosa di sessant’anni fa».
Fonte: Ilmessaggero.it
