domenica 23 agosto 2026

La truffa della bottiglietta nella ruota: la nuova tecnica dei ladri per rubare le auto. Cosa è e come funziona

Supermercati, centri commerciali, ospedali e grandi parcheggi sono i posti più colpiti


Una bottiglietta di plastica incastrata tra la ruota e il passaruota è la nuova esca per distrarre gli automobilisti e permettere ai ladri di entrare in azione. È la cosiddetta truffa della bottiglietta. Il meccanismo è semplice: la bottiglia viene posizionata in modo da non essere immediatamente visibile dal posto di guida. Quando l’automobilista mette in moto e parte, la ruota la schiaccia producendo un rumore improvviso. Convinto che si tratti di un guasto o di un problema alla macchina, il conducente scende per controllare. Ed è proprio in quel momento che può entrare in azione un complice.

Come funziona la trappola
I ladri individuano un’auto parcheggiata e inseriscono una bottiglietta di plastica, spesso sul lato passeggero, tra la ruota e il passaruota. L’automobilista sale in macchina senza accorgersi di nulla e, una volta partito, sente uno scricchiolio o un forte rumore provenire dalla zona della ruota. La reazione più comune è fermarsi e scendere per verificare cosa sia successo. Se si lasciano le portiere aperte, le chiavi inserite o borse e oggetti di valore nell’abitacolo, il ladro può approfittarne per rubare rapidamente oppure, nei casi più gravi, salire in macchina e allontanarsi con il veicolo.

I parcheggi più a rischio
La tecnica può essere utilizzata soprattutto in luoghi molto frequentati, come supermercati, centri commerciali, ospedali e grandi parcheggi. Proprio la presenza di molte persone può favorire i malviventi, che possono confondersi facilmente tra gli altri automobilisti.

La trappola punta infatti sulla distrazione: buste della spesa, bambini, telefonate o la semplice fretta possono rendere più difficile prestare attenzione a ciò che accade intorno all’auto.

Come difendersi
Bastano alcuni accorgimenti per ridurre il rischio. Prima di salire in macchina è utile controllare rapidamente le ruote, soprattutto dal lato passeggero, e verificare che non ci siano oggetti insoliti. Se durante la partenza si sente un rumore sospetto, è meglio non scendere immediatamente dall’auto nel punto in cui ci si trova. Quando possibile, si può procedere lentamente fino a una zona più illuminata e frequentata. Nel frattempo è consigliabile tenere portiere e finestrini chiusi. Se invece è necessario fermarsi subito, prima di scendere bisogna spegnere il motore, prendere le chiavi e chiudere l'auto. In presenza di persone sospette o se si avverte una situazione di pericolo, è preferibile rimanere all’interno del veicolo e chiedere aiuto.

Il rapper Tony Boy è stato arrestato a Milano perché aveva in casa varie droghe e un’arma clandestina

Tony Boy in concerto a Milano il 12 settembre 2025 (Nicolas Miglioresi/LaPresse)

Antonio Hueber, noto rapper di 26 anni conosciuto con il nome d’arte Tony Boy, è stato arrestato a Milano con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e di armi clandestine. È stato poi portato nel carcere di San Vittore.

La polizia aveva perquisito il suo appartamento dopo averlo fermato in strada per un controllo: dentro ha trovato alcuni grammi di cocaina, hashish e marijuana, oltre a una pistola calibro 6.35 con matricola abrasa (caratteristica che impedisce di risalire al proprietario o al produttore e quindi rende l’arma illegale), un caricatore e cartucce di vario calibro.

Hueber è stato anche denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e trattamento illecito dei dati perché durante la perquisizione si è ripreso facendo una diretta sui social, nella quale si sentivano le voci dei poliziotti. Il rapper aveva in programma alcuni concerti per il suo tour estivo, che si sarebbero dovuti tenere nelle prossime settimane a Palermo, Empoli, Roma e Bari.

Fonte: Ilpost.it

sabato 22 agosto 2026

Scalano il Monte Fuji, ma il figlio di 7 anni non ce la fa: il padre lo abbandona per ore

L'uomo, insieme ai suoi due figli, voleva arrivare in cima al monte più alto del Giappone. È stato chiamato e ammonito dalle autorità per aver scaricato il più piccolo


Quella che doveva essere un'escursione da sogno sul Monte Fuji, in Giappone, si è trasformata in un incubo. Soprattutto per un bambino di 7 anni, che è stato abbandonato dal padre perché troppo stanco per continuare a camminare. Per sua fortuna, dopo alcune ore trascorse da solo su una panchina, il piccolo è stato notato e poi accudito da un addetto di un rifugio vicino che ha contattato le autorità. L'episodio si è verificato nella giornata di giovedì 20 agosto e si è concluso con un severo rimprovero sferrato dalle forze dell'ordine nei confronti del genitore. Non decisamente un esempio.

L'inizio di giornata
Il Monte Fuji è il monte più alto del Giappone, con i suoi 3.776 metri di altezza, ed è un'attrazione per i locali e i turisti. Uno di questi locali, un uomo di 48 anni, ha deciso di intraprendere una scalata sulla montagna insieme ai suoi due figli, di 13 e 7 anni. L'obiettivo? Arrivare in cima. Apparentemente a qualsiasi costo. La famiglia ha intrapreso la passeggiata sul sentiero Fujinomiya, uno dei cammini più popolari perché l'unico ad avere un punto di partenza facilmente accessibile dal Giappone occidentale. Tuttavia, la sua minore distanza è compensata dal grado impegnativo della pendenza e dalle molte aree composte da terreno roccioso. E infatti, poco dopo l'inizio dell'escursione, il più piccolo del trio ha alzato bandiera bianca.

L'abbandono
Il sentiero Fujinomiya inizia alla quinta delle dieci stazioni che si trovano lungo il percorso per scalare il Monte Fuji. Alla sesta stazione, il bambino di 7 anni ha iniziato a lamentarsi di essere stanco. Ma il padre, anziché incoraggiarlo o interrompere la giornata, ha deciso di lasciarlo da solo per continuare nella missione scalata insieme all'altro figlio. Il piccolo di 7 anni è rimasto seduto su una panchina per diverse ore, che secondo le ricostruzioni sarebbero tre.

A scovarlo sulla panchina è stato un addetto di un rifugio vicino che lo ha invitato a entrare nel locale e gli ha permesso di ripararsi lì mentre venivano contattate le forze dell'ordine. Una volta arrivati, gli agenti sono riusciti a identificare il padre e a contattarlo. In quel momento si trovava vicino all'ottava stazione del sentiero e gli è stato ordinato di tornare a prendere il figlio abbandonato.

Finita bene
Il bambino è illeso ed è stato ritrovato sano e salvo. Viene da dire per fortuna, visto che le condizioni meteorologiche sul Monte Fuji possono cambiare rapidamente e in modo imprevedibile. Gli agenti delle forze dell'ordine hanno rimproverato il padre: "Anche se significa dover rinunciare alla scalata insieme, abbandonare un bambino è inaccettabile", come riportato da Japan Today. Il genitore si sarebbe pentito della mossa: ""Ho preso una decisione avventata e me ne pento profondamente".

giovedì 20 agosto 2026

Violentava il figlio neonato e pubblicava i video su TikTok: condannato a 12 anni

L’uomo, arrestato dopo un’indagine avviata da una segnalazione statunitense, aveva scelto il rito abbreviato e rinunciato all’appello; sconterà la pena nel carcere di Trento


È diventata definitiva la condanna a 12 anni inflitta, a marzo, a un quarantenne residente in Alto Adige, responsabile di detenzione, diffusione e realizzazione di materiale pedopornografico e violenza sessuale aggravata sul figlio neonato.

Il procedimento e la scelta dell'imputato
Il processo si è svolto con rito abbreviato davanti alla Corte d'Assise di Bolzano. L’uomo ha rinunciato al processo d’appello, scelta che comporta lo sconto di un sesto della pena. Sconterà la condanna nel carcere di Trento, dove è recluso da due anni.

Indagini e arresto
L'indagine è partita dopo una segnalazione delle autorità statunitensi, che avevano rilevato materiale pedopornografico pubblicato su TikTok. La polizia postale italiana ha identificato l’autore e proceduto all’arresto.

La contestazione verso l’imputato riguarda la produzione di 12 video e 2 foto realizzati tra il 2020 e il 2023.

Iter processuale e decisione della Cassazione
Il primo processo si era svolto al tribunale di Bolzano e si era concluso, con rito abbreviato, con una condanna a 12 anni. Tuttavia, dopo il ricorso dell’avvocato difensore Giuseppe Pontrelli, la Cassazione ha annullato la sentenza e ordinato un nuovo processo, individuando come competente la Corte d’Assise.

mercoledì 19 agosto 2026

Varese, finisce con una maxi rissa la serata organizzata dal Comune contro la violenza

In via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi. E subito è esplosa la polemica politica

La rissa ripresa da lontano con un telefonino

Varese, 26 luglio 2026 – Si è conclusa con una rissa la serata del Varese Block Party, la manifestazione organizzata dal Comune di Varese e da Informagiovani con il coinvolgimento di una trentina di associazioni giovanili cittadine e di diverse band del territorio. Intorno alla mezzanotte e mezza, al termine dell'evento, in via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi.

L'iniziativa era stata promossa con l'obiettivo di rilanciare una zona della città recentemente finita al centro delle cronache per alcuni episodi di violenza, proponendo una serata all'insegna della musica, dei laboratori e delle attività associative per vivere in modo positivo gli spazi urbani. L'epilogo, però, è stato ben diverso dalle intenzioni degli organizzatori. I video amatoriali realizzati dai presenti documentano i momenti di tensione, mostrando giovani che si affrontano a calci e pugni e il lancio di oggetti lungo la strada. Sul posto è intervenuta un'ambulanza del 118 che ha soccorso un ventenne, successivamente trasportato all'ospedale di Circolo in codice giallo.

L'accaduto ha immediatamente riacceso il dibattito sulla sicurezza in città. Tra i primi a intervenire è stato il Movimento Angelo Vidoletti. La leader Stefania Bardelli ha parlato di una situazione "ormai fuori controllo", sostenendo che quanto avvenuto in via Como rappresenti l'ennesima dimostrazione di un problema che l'amministrazione comunale non può più ignorare. Nel comunicato diffuso dal movimento viene denunciato anche il lancio di bottiglie di vetro lungo la strada, con il conseguente rischio per residenti e passanti. Bardelli ha rivolto le proprie scuse ai cittadini "a nome mio e del Movimento Angelo Vidoletti", pur precisando di non amministrare la città né di avere rappresentanti in Consiglio comunale. Secondo il movimento, la sicurezza a Varese non è una semplice percezione ma un problema concreto che coinvolge residenti, commercianti e famiglie, e richiede una presenza costante sul territorio, controlli efficaci, tolleranza zero verso chi semina violenza e degrado e il coraggio politico di affrontare la situazione senza limitarsi a iniziative di facciata.

Sull'episodio è intervenuto anche il consigliere comunale della Lega Stefano Angei, che ha annunciato il deposito di un'interrogazione urgente. Il consigliere ha evidenziato come i commercianti e i titolari dei locali della zona abbiano aderito da tempo a un protocollo di sicurezza concordato con il Comune, rispettando il divieto di vendita di alcolici da asporto e sostenendo direttamente i costi della vigilanza privata. Per Angei è quindi singolare che una rissa sia scoppiata proprio al termine di un evento promosso dall'amministrazione comunale.

Con l'interrogazione il consigliere chiede di fare chiarezza sulle modalità di somministrazione degli alcolici durante la manifestazione, sul rispetto delle ordinanze vigenti, sulle misure di vigilanza predisposte e sulle ragioni che hanno permesso il verificarsi dell'episodio nonostante il carattere istituzionale dell'iniziativa. Secondo Angei, via Como non può essere affrontata con eventi occasionali, ma necessita di una strategia di sicurezza strutturale e continuativa, con una presenza costante sul territorio e un'azione amministrativa più incisiva per garantire la tutela di residenti, commercianti e frequentatori della zona.

Il processo storico di 29 Stati Usa contro Meta. L'accusa: «Ha reso i minori dipendenti, ha ingannato il pubblico»

L'azienda di Zuckerberg accusata di danni ai minori e violazione di leggi federali: rischia fino a (teorici) 1.400 miliardi di multa e un completo sconvolgimento per Instagram e Facebook


Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altro una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha “sfruttati”, oltre ad aver “ingannato” il pubblico» ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Un processo che ha tutti i crismi per diventare storico, da molti già paragonato a quelli contro «Big Tabacco», le multinazionali del fumo finite alla sbarra negli anni Novanta. I 29 Stati sono rappresentati da quattro capofila, ovvero California, Colorado, New Jersey e Kentucky. Potrebbero avanzare richieste di danni fino a (teorici) 1.400 miliardi di dollari, pari all’intera capitalizzazione di Meta. E, ancora di più, dalla sentenza potrebbe uscire una vera rivoluzione per i social network.

Tutti i 29 Stati sono già coinvolti nel processo per l'accusa comune di violazione della legge federale sulla privacy dei dati dei bambini (il Coppa ovvero Children’s Online Privacy Protection Act), tra cui in particolare la raccolta illecita di dati senza consenso dei genitori. I procedimenti relativi ai danni e alle leggi locali dei restanti 25 Stati verranno affrontati separatamente, in un secondo momento.

Per Meta i precedenti non mancano. Risale a poco meno di due settimane fa la sanzione ricevuta in Nuovo Messico, pari a 567 milioni di dollari, sempre per danno sui minori. È dello scorso marzo invece la fondamentale sentenza di Los Angeles, che ha risarcito la ventenne Kaley G.M. con 6 milioni di dollari (lì era coinvolta anche Google) e che ha dato la stura a un diluvio di altri procedimenti aperti o in via di apertura in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Meta non potrà difendersi soltanto invocando la sezione 230 del Communications Decency Act (risalente all’ormai lontano 1996), considerata finora negli Stati Uniti uno scudo per i contenuti pubblicati all’interno delle piattaforme social. Nel mirino dell’accusa non sono infatti tanto i contenuti condivisi su Facebook o Instagram, quanto piuttosto il design delle relative app, intenzionalmente creato — dicono i procuratori generali — con il fine ultimo di creare dipendenza, grazie all’utilizzo di funzionalità come lo scrolling infinito, algoritmi di raccomandazione per la selezione mirata dei post e notifiche push continue. Megan O’Neill, vice procuratore generale della California, ha dichiarato in aula che il modello di business di Meta era quello di «agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». «Ha funzionato particolarmente bene con i bambini», ha aggiunto.


A decidere la sentenza finale non sarà la giuria (gli otto componenti hanno un ruolo consultivo), bensì la giudice distrettuale Gonzalez Rogers. La lista dei testimoni punta ai vertici della società: sono attesi in aula il fondatore Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri.

L’accusa schiererà una platea di esperti di salute mentale infantile, ex dipendenti e sfrutterà gli esplosivi documenti interni rivelati dalla whistleblower Frances Haugen, finiti poi nel libro «Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook», duramente contestato da Meta. Tutto è partito, di fatto, dalle rivelazioni di Haugen, confluite in un’inchiesta ufficiale avviata nel 2023.

Gli avvocati di Meta spiegheranno alla giuria gli sforzi fatti dall’azienda per garantire la sicurezza dei bambini online, ribadiranno di non aver mai rilasciato dichiarazioni fuorvianti sulla sicurezza e confida sul fatto che gli Stati non riusciranno a dimostrare che i loro residenti abbiano subito un danno reale.


Quanto durerà il processo, cosa si rischia
Il dibattimento durerà tra le quattro e le sei settimane. A decidere la sentenza finale e l'eventuale risarcimento non sarà la giuria (gli otto giurati mantengono un ruolo puramente consultivo), bensì la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers.

La cifra abnorme di 1.400 miliardi di dollari è emersa negli atti difensivi. Si tratta in verità di una proiezione teorica, visto che è stata ottenuta moltiplicando la sanzione massima statale per ogni minore coinvolto e per ogni giorno di presunta violazione. Nessun analista ritiene realistico un conto simile, che porterebbe l'azienda al fallimento. In aula le richieste sono già scese a circa 200 miliardi di dollari, ma lo scenario più probabile resta una sanzione fortemente ridotta dal giudice o una transazione extra-giudiziale da raggiungere tra le parti.

Il vero rischio per Meta non è economico, ma più profondo, strutturale. La corte potrebbe infatti imporre la cancellazione dello scorrimento infinito (a livello nazionale, nei soli Stati Uniti), limiti d'uso rigidi per gli under 18 e la disattivazione degli algoritmi predittivi disegnati per trattenere gli utenti sullo schermo. Gli Stati chiedono anche di cancellare i modelli di AI (intelligenza artificiale), addestrati sui dati dei minori raccolti senza consenso. Una sconfitta di Meta in aula innescherebbe un probabile effetto domino: aprirebbe la strada alle cause di famiglie, scuole, istituzioni varie e altri Stati americani, scardinando per sempre l'immunità legale di cui le Big Tech hanno goduto sul design dei propri prodotti.