mercoledì 16 settembre 2026

Björk e il DJ set come opera curatoriale

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, per “Dissonanze”, Björk porta il DJ set dentro una dimensione di instabilità, dove mondi sonori distanti, corpo, tecnologia, vegetazione e luce si incontrano e si trasformano continuamente


Non è stato un DJ set. O, almeno, non soltanto. Quello che Björk ha portato all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per Dissonanze, è stato piuttosto un viaggio senza geografia: un attraversamento di suoni, genealogie, lingue, corpi e immaginari che ha trasformato la consolle in un dispositivo curatoriale. Più che una selezione musicale, una forma di montaggio. Più che una performance, un’azione. La sensazione, fin dall’inizio, era quella di essere entrati in un luogo altro. Un trip. Un trip vero, fisico e percettivo, a tratti difficoltoso, persino spiazzante. Björk non ha costruito un set accomodante, né una progressione narrativa riconoscibile. Ha aperto invece una successione di passaggi in cui beat afro, ritmi tribali, percussioni, cori, vocalità ancestrali, techno, hardcore, elettronica obliqua e frammenti psichedelici sembravano provenire da territori lontanissimi per poi ritrovarsi, improvvisamente, nello stesso spazio. Era come attraversare diverse stanze senza che le porte fossero mai visibili. La musica arrivava da coordinate differenti del pianeta, ma non veniva mai presentata come una collezione di esotismi: le percussioni sembravano portare con sé interi paesaggi, certe voci entravano nel mix come presenze, quasi corpi, e un ritmo poteva farsi improvvisamente più secco, fisico, precipitare verso una forma di techno brutale e poi dissolversi in qualcosa di rituale o psichedelico. A volte il dancefloor sembrava trovare un equilibrio, e subito dopo Björk lo spostava altrove. La selezione funzionava per attrito. Ogni traccia apriva una fenditura e quella successiva la trasformava. Non c’era un centro geografico né un unico codice estetico: c’erano mondi messi in relazione, temporalità diverse, scene lontane fatte coesistere senza cercare di renderle rassicuranti. È qui che il DJ set assumeva, quasi naturalmente, la forma di un gesto curatoriale: non spiegare il mondo, ma creare le condizioni perché elementi apparentemente inconciliabili potessero incontrarsi.


Intorno alla consolle, una piccola foresta. Le piante circondavano la macchina, la inglobavano quasi, trasformando quello che normalmente è il centro tecnico del DJ set in qualcosa di più ambiguo: una postazione di comando, un altare, un organismo. La tecnologia non appariva separata dalla natura, ma immersa dentro di essa. Björk era lì, al centro, come se stesse manovrando non soltanto un sistema audio ma una materia viva. E poi il corpo. L’abito LED di Kit Wan Studios sembrava trasformare la figura in una superficie di emissione. Le luci, muovendosi e accendendosi sul tessuto, davano l’impressione di rispondere alla musica, quasi che il corpo fosse diventato un’estensione visiva del suono. Non una semplice illuminazione, dunque, ma una seconda pelle: a ogni variazione sembrava cambiare anche la figura, che appariva e scompariva dentro il proprio involucro luminoso. C’era qualcosa di arcaico e futuribile insieme, come se una figura rituale fosse stata ricostruita attraverso i linguaggi dell’elettronica. Sul volto, una maschera reticolare di Karina Bond introduceva un’ulteriore distanza: non nascondeva semplicemente il viso, lo trasformava in griglia, superficie, filtro.

È forse questa continuità tra ciò che si ascoltava e ciò che si vedeva a rendere l’esperienza così radicale. Björk non sembrava interessata a dimostrare di essere una DJ. Sembrava piuttosto interessata a ciò che accade quando la musica viene trattata come una materia visiva e spaziale, quasi scultorea; quando una traccia non vale soltanto per ciò che è, ma per ciò che rende possibile dopo di sé. Il set non chiedeva soltanto di ballare. Chiedeva di orientarsi. E orientarsi non era sempre facile: alcuni passaggi sembravano sottrarre il terreno sotto i piedi proprio quando il corpo aveva iniziato a riconoscere una direzione. Le ritmiche spostavano il baricentro, le voci aprivano altre forme di spazio, le accelerazioni rompevano l’ipnosi, i momenti più psichedelici sembravano dilatare il tempo. Quella difficoltà era parte dell’opera.


Alla fine restava soprattutto la sensazione di aver attraversato qualcosa. Non una playlist, non una semplice performance, ma un paesaggio costruito in tempo reale, senza coordinate fisse. Per qualche ora, all’Auditorium, la consolle è diventata un luogo da cui guardare il mondo: una mostra senza pareti, fatta di suono, luce, corpo e materia viva.

martedì 15 settembre 2026

La cantante anconetana Sandra Piacentini tra i detenuti con un laboratorio di musica: «Rap, soffio di libertà nel buio del carcere»

«Così si riappropriano della loro vita»


Nel silenzio di una stanza grigia, una voce si alza: «Prof, lei ci ha fatto tornare umani». A parlare è un giovane detenuto del carcere di Montacuto, ad Ancona, durante il laboratorio TheRAPia. In quella frase c’è tutto: per qualche ora, non si è sentito un numero, ma una persona. L’artefice del progetto si chiama Sandra Piacentini, in arte Miss Simpatia. Rapper anconetana e attivista per i diritti delle persone detenute, ha scelto di entrare tra le sbarre delle carceri italiane — luoghi dove molti preferiscono non guardare — per offrire come cura uno strumento potente: la parola. Fogli bianchi, beat e microfono: è lì che il rap si fa voce e il suono diventa terapia. Cresciuta tra le scalette di Falconara Marittima, «metafora del sali e scendi della mia vita», come racconta, Sandra ha conosciuto in prima persona il potere della scrittura.

Il simbolo
«Nei momenti più tristi della mia vita mi ha salvata la musica, ma l’idea di portare il rap in carcere è nata quando è stato arrestato il mio migliore amico, Hamza». Nasce così TheRAPia, un laboratorio con lezioni di metrica, scrittura creativa e performance live davanti a un pubblico. Un gioco linguistico: la parola che guarisce, ma anche la “terapia” che si fa rap, come percorso di reinserimento e rieducazione. Nel 2022 Sandra entra per la prima volta a Montacuto. Davanti a lei quindici giovani uomini, segnati dal silenzio della galera. «Il rap è diretto, non ha filtri, ti obbliga a guardarti dentro e a trasformare quello che provi in parole». Durante le sessioni i detenuti scrivono barre, ossia i versi in rima, e le provano prima in cella e poi davanti ai compagni di corso. «È una lingua universale: non importa da dove vieni, se sei cresciuto in periferia o dentro quattro mura, tutti possono scrivere una barra e sentirsi ascoltati». Il laboratorio non resta un episodio isolato. Dopo il primo ciclo di incontri, le richieste aumentano e arrivano dalle carceri di tutta Italia. Altri penitenziari chiedono di replicare l’esperienza. Intorno a Sandra nasce una rete: beatmaker, tecnici, insegnanti e rapper uniti dal desiderio di offrire strumenti di riscatto a chi ha perso la rotta. TheRAPia diventa allora molto più di un laboratorio musicale: è un progetto sociale. «Una volta che i ragazzi escono dal carcere, spesso sono abbandonati a loro stessi, e per questo spesso ritornano dentro. Quei ragazzi sono privati della loro identità: ecco perché credo fortemente che il rap possa essere per loro un modo per riappropriarsi della vita e dei loro pensieri».

Il pubblico
Nel laboratorio, la ferita diventa parola, la colpa consapevolezza, la rabbia diventa rima. «Per alcuni di loro è stato possibile esibirsi davanti ad un pubblico, raccontare la propria storia. Un'occasione importante per chi si sta ricostruendo dopo un periodo difficile. Volevo far sentire la voce di questi ragazzi anche fuori dalle sbarre». Dal progetto è nato anche un libro, Cuore in Cella, che unisce autobiografia, testi di canzoni e storie dal carcere. «Non è un libro da leggere, è un libro da vivere», dice Sandra. Il suo impatto non si misura in like o condivisioni, nonostante i suoi oltre 64mila followers. Si misura con i tanti grazie ricevuti alla fine di una lezione. «La direttrice Manuela Ceresani è stata la prima a credere in me. Ha capito quanto il rap possa essere un mezzo di aiuto. Fondamentale anche l’aiuto del comandante della Polizia penitenziaria, Nicola De Filippis. Ripenso a ogni ragazzo detenuto che ho abbracciato e agli splendidi docenti che mi hanno accompagnata in questo percorso». Una cella, una sala vuota, un microfono acceso. E nasce qualcosa di raro: la possibilità di riscrivere il proprio destino.

Benzina, nuovo rialzo dei prezzi: 2,120 euro al litro. Il gasolio sfonda quota 2,3 euro (in autostrada)

Lo rende noto il Ministero delle Imprese e del Made in Italy


Nuovi rialzi per il prezzo medio dei carburanti. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy rende noto che, in base agli ultimi dati rilevati dall'Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Mimit, oggi martedì 15 settembre 2026 il prezzo medio dei carburanti in modalità "self service" lungo la rete stradale nazionale è pari a 2,120 euro al litro per la benzina (era 2,107 ieri) e 2,231 euro al litro per il gasolio (da 2,216 di ieri). Sulla rete autostradale il diesel sfonda quota 2,3 euro: il prezzo medio self è di 2,212 euro al litro per la benzina (da 2,198 di ieri) e 2,313 euro al litro per il gasolio (2,293 ieri).

sabato 12 settembre 2026

Superenalotto, centrato un 6 da 223,2 milioni di euro: la vincita a Oggiono con una schedina da 5 euro. Ecco i numeri vincenti

Si tratta del primo “6” del 2026: l'ultimo Jackpot risale al 22 maggio 2025, quando a Desenzano del Garda (BS) sono andati 35,4 milioni di euro


Il primo "6" del 2026 è arrivato. E ha portato al fortunato vincitore 223.173.416,83 milioni di euro. La sestina vincente del Superenalotto è stata realizzata a Oggiono, in provincia di Lecco, presso il punto vendita “Al Chicherin” in Via Milano 36. L'ultimo Jackpot risaliva al 22 maggio 2025, quando a Desenzano del Garda (BS) sono andati 35,4 milioni di euro.

La sestina vincente

La sestina vincente è stata: 8-13-16-52-64-70 Jolly 17 - SuperStar 21. Il Jackpot è stato centrato con una schedina da 5 euro.

Il titolare: «Festeggiamo domani»
«Il superenalotto è stato vinto nel punto vendita di Oggiono»: il titolare del Chicherin, il locale dove è stato vinto al superenalotto il Jackpot record da 223.173.416,83 milioni di euro, spiega che la sestina vincente è stata vinta nel punto vendita di via Milano 36 ad Oggiono e non di La Valletta Brianza (come era stato detto in un primo momento), dove c'è l'altro punto vendita, sempre nel Lecchese. «Ci ha avvisato Rainews della vittoria. All'inizio non ci credevamo» ha spiegato. Al momento non ci sono stati festeggiamenti. «Il locale è dentro un supermercato, quindi chiude alle 20.00 Festeggeremo domani mattina» ha aggiunto. Nonostante ciò, diverse persone si sono ritrovate in tarda serata davanti al bar.

Negli altri locali della zona è intanto ufficialmente partita la caccia al fortunato (o fortunati) possessori della schedina vincente.

La vincita
Con quella di stasera sono 135 le vincite con il “6” realizzate dalla nascita del SuperEnalotto. Dal 1997 a oggi, considerando solo le vincite di prima categoria, sono stati distribuiti premi per oltre 5 miliardi di euro.

Matematicamente sono 622 milioni le sestine possibili per centrare la combinazione esatta. Alla crescita del Jackpot ha contribuito anche la nuova formula di gioco, introdotta nel 2016: viene destinata al montepremi una parte più sostanziosa della raccolta, si vince anche con il 2 e sono previsti dei premi istantanei.

Ecco la Top 10 dei Jackpot della storia:

01. 16/02/23        371.133.424,51 euro     Bacheca dei Sistemi

02. 11/09/26        223.173.416,83 euro     Oggiono (LC)

03. 13/08/19        209.160.441,54 euro     Lodi (LO)

04. 30/10/10        177.729.043,16 euro     Bacheca dei Sistemi

05. 27/10/16        163.538.706,00 euro     Vibo Valentia (VV)

06. 22/05/21        156.294.151,36 euro     Montappone (FM)

07. 22/08/09        147.807.299,08 euro     Bagnone (MS)

08. 09/02/10        139.022.314,64 euro     Parma (PR) e Pistoia (PT)

09. 17/04/18        130.195.242,12 euro     Caltanissetta (CL)

10. 10/05/24        101.511.953,21 euro     Napoli

giovedì 10 settembre 2026

“L’amore è un abbraccio eterno che ti dice che sei a casa”: la storia di Stella, ex suora per 27 anni, che a 63 anni ha trovato un compagno

Stella non era nata con la vocazione scritta nel destino. A 22 anni, in Brasile, aveva in mente tutt'altro: mettere in piedi un'attività nel settore edile


Ventisette anni di velo, poi il coraggio di ricominciare da zero a 51 anni. È la storia di Stella, oggi 63enne, che dopo quasi tre decenni di vita religiosa ha lasciato il convento per rimettersi in ascolto di se stessa, come ha raccontato a Vanity Fair. Oggi accanto a lei c’è Francesco, 68 anni, rimasto vedovo da meno di due anni: un incontro nato molto tempo prima, quando le loro strade si erano già sfiorate senza che nessuno dei due potesse immaginare come sarebbe andata a finire.

Stella non era nata con la vocazione scritta nel destino. A 22 anni, in Brasile, aveva in mente tutt’altro: mettere in piedi un’attività nel settore edile, costruire qualcosa di concreto con le proprie mani. Poi, racconta lei stessa, qualcosa dentro di lei si è rotto, e in quella rottura ha iniziato a farsi strada un bisogno diverso, più spirituale, che l’ha portata a entrare in convento.

Nel 1987 arriva in Italia come giovane novizia, selezionata insieme ad altre due religiose per una missione lontana dalla sua Terra. Non era una scelta che desiderava: né lei né i suoi genitori volevano quella partenza, superata solo grazie a un segnale che lei interpretò come decisivo, quando anche suo padre finì per accettare la sua decisione.

I primi anni in Italia sono difficili. La lingua sconosciuta, le abitudini distanti dalle sue, un temperamento vivace ed espansivo che nell’ambiente religioso viene percepito come eccessivo. Le altre suore la giudicano, lei soffre, ma non demorde: prende i voti dopo essersi presa tutto il tempo necessario per sentirsi davvero pronta.

Stella è una suora fuori dagli schemi sin da subito
Fin da subito Stella non si adatta facilmente alle regole rigide della vita conventuale. Prende iniziative personali, coinvolge i bambini in attività non previste, non rinuncia al proprio modo di essere nemmeno nei piccoli gesti quotidiani. Per lei la fede autentica non ha bisogno di apparenza: distingue nettamente la spiritualità, che sente libera e senza confini, dalla religione istituzionale, che percepisce invece come un insieme di regole strette e limitanti.

Il 2014, l'anno della svolta, la rinascita nei boschi
Il cambiamento definitivo arriva quando Stella ha 51 anni. Dopo un lungo periodo di dubbi e domande, sente con chiarezza che quella non è più la sua strada. Il coraggio per compiere il passo decisivo le arriva anche dalla lettura de Il monaco che vendette la sua Ferrari di Robin Sharma, e da un momento di preghiera in cui avverte, per tre volte, un secco rifiuto interiore a restare.

Cinque mesi dopo lascia definitivamente il velo. Esce dal convento senza una casa e senza un lavoro, affidandosi a quello che lei stessa descrive come un moto di fiducia verso l’ignoto.

Gli anni successivi sono un percorso di riscoperta personale. Stella si rifugia nella natura, cammina nei boschi, si lascia attraversare da emozioni tenute a lungo represse. Nel 2015 trova un impiego in montagna, diventando responsabile dell’accoglienza in una struttura ricettiva. In questo periodo non cerca un compagno: impara a stare bene da sola, si promette di non tradire più se stessa per nessuno.

L'incontro tra Stella e Francesco, un amore senza fretta
Francesco e Stella si erano già conosciuti nel 2012, quando lui prestava lavori di manutenzione nel convento. All’epoca lui era sposato e lei era ancora suora: tra loro nasce solo un legame di amicizia, ma un riconoscimento reciproco che resta latente per anni. Le loro strade si separano, fino a quando, alla fine del 2024, la moglie di Francesco muore improvvisamente per un arresto cardiaco.

Stella gli è vicina durante il lutto. Nella primavera del 2025 lui torna a cercarla, e insieme iniziano a percorrere i boschi che per lei sono ormai casa. Da quelle lunghe passeggiate nasce, senza che nessuno dei due lo stesse cercando, un sentimento nuovo.

Stella è stata chiara fin dall’inizio: non voleva rinunciare al proprio equilibrio per nessuno, e ha chiesto a Francesco di camminarle accanto senza pretendere di cambiarla. Lui ha accettato, rispettando i suoi spazi e i suoi tempi. Oggi la coppia vive una relazione che entrambi descrivono come più libera e consapevole rispetto a quelle vissute in passato, fatta di ascolto reciproco e nessuna fretta di costruire una vita convenzionale.

Per Stella, dopo aver cercato Dio prima dentro le mura di un convento e poi fuori da esse, la vera sorpresa è stata scoprire che l’amore, quando arriva nel momento giusto, “non è una nuova gabbia ma un’ulteriore forma di libertà”.

“A Barletta c’è l’amianto, chissà se era vero o mica tanto. La politica è un brutto affare sia quella nazionale che quella locale”: l’ironia di Jovanotti dopo il concerto annullato

Il cantautore è tornato sul "caso" Barletta, dove si sarebbe dovuto esibire il 17 agosto


Jovanotti ieri sera, 8 settembre, si è esibito con il suo Jova Summer Party alla Darsena Marisabella di Bari. La data era il recupero del concerto che era previsto a Barletta lo scorso 17 agosto, poi stoppato dopo i controlli delle autorità preposte sul terreno che hanno evidenziato tracce di Amianto nell’area dell’ex Cartiera.

Sulle note di “Quant’è bello lu primm’ammore“, l’artista ha colto l’occasione per tornare sull’argomento: “A Barletta c’è l’amianto, chissà se era vero o mica tanto”. Jovanotti ha ripercorso i fatti di Barletta, non risparmiando qualche stoccata agli amministratori: “La politica è un brutto affare – ha cantato fra gli applausi dei circa 35mila spettatori – sia quella nazionale che quella locale”.

Poi Jovanotti si è riferito proprio a loro, ai fan delusi e messi in difficoltà dalla decisione di annullare il concerto previsto il 17 agosto scorso: “Trentacinque cristiani incazzati – ha messo in versi – e file di politici tutti intervistati per finire in mostra sopra un telegiornale, ma è sempre e solo una campagna elettorale”.

Poi è arrivato l’omaggio alla città che alla fine lo ha abbracciato: “Scalato le montagne e attraversato i mari e finalmente oggi sono arrivato a Bari”. Infine la rassicurazione: “La cosa si è risolta con vino e taralli”.

Il consigliere di Barletta Basile: "Jovanotti puoi giocare ma non denigrare la mia amata città"
Non ci sa il consigliere comunale di Barletta Flavio Basile di Barletta al Centro ha dedicato un post su Facebook proprio a Jovanotti: “Per quanto mi riguarda, io sono orgoglioso di fare politica nella mia amata città da 20 anni e, a differenza di quanto affermi, non ho rilasciato interviste mettendomi in fila per far campagna elettorale perché certo non avrei bisogno di te per farla come pure tutti i miei colleghi di maggioranza ed opposizione!!! Non ti permetto di generalizzare. Tu, proprio tu, voglio ricordarti che grazie a questa politica locale, come la definisci, hai fatto due eventi perfettamente riusciti e, per questa ragione ci sei voluto tornare. Puoi giocare, scherzare, cantare, ma non generalizzare tentando di denigrare la mia amata città e la politica locale. Questo comportamento è da ingrati, ipocriti e, se mi permetti, da ignoranti. Sono deluso ed amareggiato e, sono certo, lo saranno le decine di migliaia di concittadini barlettani che ti hanno ospitato con affetto. Ad maiora”.