mercoledì 15 aprile 2026

La techno si sta trasformando in un’attrazione turistica?

Da un lato, la cultura rave viene osteggiata e perseguitata dalle autorità. Dall'altro, viene saccheggiata dall'industria creativa. Il risultato è che sempre meno persone sanno cos'è davvero la musica techno e la cultura rave.


Qualcuno – o meglio chiunque abbia acceso una televisione negli ultimi due o tre anni – potrebbe aver notato che nei video musicali si vedono sempre più spesso soundsystem simili a quelli dei rave; veri e propri muri di casse, piazzati lì sullo sfondo a “fare figo”, anche se la musica è pop o r’n’b e non ha niente a che fare con la musica che si sente ai rave – sia essa techno, tekno, electro, acid, hardcore, psytrance, drum’n’bass, o anche solo reggae, dub o altri generi dell’originaria soundsystem culture giamaicana. Un po’ come nei video dei primi anni Zero, in cui era immancabile la presenza di qualche skater sullo sfondo, a garantire un feeling di freschezza, gioventù e ribellione.

Si potrebbe partire da qui: dal fatto che l’immaginario commerciale va puntualmente a saccheggiare quello underground, e in particolare quello dell’underground che dà fastidioContro gli skater si è legiferato; contro i raver si continua a legiferare; infinite volte si è legiferato contro i graffitari – e si provi solo a immaginare un video musicale di ambientazione urbana e occidentale senza graffiti sullo sfondo; insomma, par proprio che l’ostilità del sistema funzioni come un bollino di figosità tutto speciale. Se però si parla di technoe quindi, con essa, di cultura rave e club culture più o meno undergroundil discorso potrebbe ampliarsi: anche la musica di quei video, persino di quelli più commerciali, si è velocizzata e sempre più spesso si avvale di basi che, se non sono techno tout court, dalla techno senz’altro vengono; allo stesso modo, sono diversi anni che anche nei club più ordinari a meno che il pubblico non sia proprio di adolescentisi sentono ritmi sopra i 140 bpm, qualcosa che prima era riservato a situazioni, se non proprio underground, quantomeno più ricercate.

Il saccheggio (reiterato) della cultura rave
E poi c’è la moda. Ora, è pur vero che sono decenni che il mondo della moda saccheggia la cultura rave, come del resto saccheggia qualunque sottocultura dotata di una sua estetica (quanti cicli di saccheggio della cultura hippie ci sono stati, a oggi? E di quella hip hop?): i raver sono stati depredati già tre o quattro volte, prima dell’ultimo gran sacco, quello del 2024, in cui i grandi marchi si sono appropriati dell’estetica “full black” da club berlinese, che è a sua volta un rimaneggiamento in salsa dark room dell’estetica free tekno: nero, minimalismo, scarponi giganti e zone scoperte, in quel tipico mix di edgy e pratico che i raver hanno sviluppato nei decenni in modo del tutto spontaneo. Se si collega tutto questo al fatto che città a forte concentrazione di techno come Berlino sono diventate mete turistiche conclamate, con gli influencer che fanno a gara a far reel dalla coda del Berghain, o che sindaci lanciati verso il palcoscenico nazionale come Silvia Salis fanno suonare in piazza Charlotte de Witt (raccogliendo elogi, consensi e viralità social), il dubbio potrebbe venire: non è che la techno è diventata una moda?

Born in the USA
Torniamo allora a techno; nel farlo tocca notare che, nonostante tutto, rave o non rave, si torna in America: la techno, pur percepita oggi come qualcosa di eminentemente europeoal pari della cultura rave stessa, nasce a Detroit ed è quindi una musica americana. E una musica neravisto che i suoi padrini sono iBelleville threeJuan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May, ai quali si possono aggiungere (quantomeno) Rick Davis, Eddie Fowlkes, Robert Hood, Mad Mike Banks e Jeff Mills, questi ultimi tre fondatori della Underground Resistance, che già dal 1989 legava techno e militanza politica. La techno, quindinasce politicizzata, anche quando era suonatasolonei club underground di Detroit...

Da lì, solo qualche anno più tardi (la data convenzionale è il 1992: ci arriviamo), in Europa, e più precisamente nel Regno Unito, nascono i rave come li intendiamo oggi. Da quelle parti si registrano feste libere già dalla seconda metà degli anni ’80, non ancora a base di techno bensì di acid house (incidentalmente, anche la house è musica nera e americana, arrivando da Chicago con pionieri come Frankie Knuckles, Ron Hardy o Marshall Jefferson, ma questa è un’altra storia)... Avendo la cultura rave una struttura a rizoma, è molto facile disperdersi verso altri filoni: come non citare, almeno, quello della psytrance coi suoi festival, oggi in gran salute? Dal punto di vista musicale, il genere deriva da un genere tutto europeo dell’elettronica, la trance, e storicamente ci sono stati tanti momenti di opposizione tra l’etica più punk dei “teknusi” e quella più fricchettona dei “goani”, ma la verità è che le due sottoculture si ibridano da sempre: agli albori della psytrance, quando si chiamava ancora goa-trance, ce n’erano e come di free party goa – chiedere a chiunque abbia frequentato i colli tra Firenze e Bologna nel decennio 1995-2005 – mentre di recente, in concomitanza con fasi di maggior repressione, si sono visti non pochi teknusi “rifugiarsi” con la loro musica ai festival psytrance; allo stesso modo, i free party di oggi tendono a includere decorazioni e videomapping su pannelli che arrivano dall’estetica psytrance, in una dialettica che in trent’anni e passa non ha mai smesso di essere fertile.

Ma al di là dell’acid house e della psytrancequando si parla di techno, il primo distinguo da fare è sempre quello tra techno e tekno, dato che quellakha assunto un significato preciso, che va oltre il genere, pur essendo la tekno anche un genere di techno più duro, ruvido e veloce, imparentato con l’hardcore: quando si parla di tekno (o, meglio, di free tekno), si sta parlando anzitutto di una pratica, quella delle feste libere. Arriviamo allora a quella data convenzionale, il 1992, anno in cui si fa nascere la cultura rave come la conosciamo, quella chelei sìdovrebbe essere patrimonio immateriale UNESCO: alcuni soundsystem di città, con la loro technoconvergono sul Castlemorton Common Festival, un festival freak sopravvissuto ai decenni, coi suoi funghetti, il suo LSD efin lìla sua musica analogica… . Tra i soundsystem che approdano su quei campi ci sono gli Spiral Tribe, veri e propri padri nobili della tekno, i Bedlam, i DiY, i Circus Warp e i Circus Normal.

Facciamo un delirio
Cosa succederà, all’incontro tra le stagionate ma ancora potenti energie psichedeliche del festival e le nuove forze crusty delle metropoli, con le loro attitudini punk, la loro MDMA e il loro suono nuovissimo e indiavolato? Facile intuirlo: il delirioRave, appunto. Due settimane di festa ininterrotta, la gente che continua ad arrivare da ogni angolo delle isole britanniche, e alla fine l’intervento delle autorità, il più costoso processo della storia giuridica inglese, l’assoluzione degli Spiral Tribe, la loro fuga in Europa per inseminare il continente con la “cosa nuova” che avevano inventato (o scoperto), l’approvazione due anni dopo del Public Order and Justice act, prima “legge anti-rave” al mondo...

Da allora succedono tante cose. Gli Spiral Tribe trovano terreno fertile in Franciain Italia, in Repubblica Ceca, in Austria, e alleanze con soundsystem agguerriti che sbocciano come funghi in tutta Europa, e che a loro volta disseminano il verbo nei loro Paesi... Paradossalmente, uno dei luoghi in cui la free tekno si radica meno è proprio Berlino, perché in città c’è già una scena elettronica autoctona libera e vivissima, e a dire degli stessi Spiral Tribe un evento clamoroso come il teknival che organizzarono al centro sociale Tacheles nel 1993 assieme ai Mutoid Waste Co., per l’underground berlinese fujust another big partyvisto quanto viva e variegata era la scena, in un’epoca in cui le feste che duravano una settimana si trovavano, be’, ogni settimana. Dall’altro lato, però, col prosperare dei free party da un lato e dei club dall’altro si solidificava una dialettica che non smetterà di dare frutti, a Berlino e altrove.

La cultura rave prospera, e con essa i tentativi di repressione: dopo il Public Order and Justice Act del 1994, in Francia arriva la legge Mariani del 2001, in Repubblica Ceca l’attacco in massa della polizia al teknival di Mlýnec nel 2005, più tanti altri episodi di violenze di stato in tutta Europa, fino al “nostro” 633-bis nel 2022. E proprio in questi giorni una nuova legge anti-rave è al vaglio in Francia (ed è già passata alla Camera, complice anche un bel po’ di assenteismo nelle file del Partito Socialista, per quanto alcuni dei presenti abbiano saputo argomentare contro di essa in un modo che in Italia possiamo solo sognare).

Si può discutere a lungo su quali siano le ragioni di un simile accanimentotrentennale! – contro una libera cultura giovanile, e tra le più fertili e creative, visto che autoproduce anche la propria musica, autocostruisce le proprie decorazioni, e porta bellezza in luoghi derelitti e abbandonatil’odio per la libertà, l’ignoranza musicale, il populismo penale, la necessità di creare nemici immaginari, il proibizionismo, il fatto che i free party sono gratis e quindi in aperta opposizione con l’unica ideologia ancora in piedi, quella del profitto; resta il fatto che la cultura rave è sempre stata sotto attacco e lo è tuttora, ma resistendo afferma una figosità che qualunque cosa che chieda il permesso non potrà mai avere.

Il trionfo
Infatti, nel frattempo, la techno vince – anzi trionfa, se diventare mainstream può esser considerata una vittoria: ormai la si sente anche ai corsi di pilates; le canzoni pop hanno basi che sono più o meno tutte catalogabili come “techno”; e in Paesi meno moralisti del nostro proliferano festival techno giganteschi, così giganteschi che non si può in alcun modo parlare di sottocultura, figurarsi di underground: è dal 2017 che il Tomorrowland belga registra quasi mezzo milione di presenze (15 mila sono solo le persone che ci lavorano), ma del resto se si pensa che la Love Parade di Berlino registrava un milione di partecipanti già dal 1997, risulta chiaro che, già a pochi anni dalla nascita del genere e delle sue pratiche, è esistita una techno mainstream parallela alla techno underground, e il fiume visibile e quello sotterraneo si sono sempre ibridati a vicenda, così come si sono sempre ibridati a vicenda i tanti sottogeneri fratelli o cugini. La techno che si sente nei club “normie” sarà diventata più veloce e dura, ma chi ha frequentato la scena free negli ultimi anni – perché sì, il 633-bis oltre che un’aberrazione giuridica è un fallimento e le feste libere hanno continuato a esserci – avrà notato una ricomparsa, proprio lì, nel cuore della tekno, della techno “col ch”, dell’electro, dell’acid e di altri generi più “leggeri” rispetto alla cassa dritta in 4/4 della tribe tekno e dell’hardcore.

La techno, dunque, è diventata una moda? Forse la vera risposta è che non è mai passata di moda, e che anche la sua espressione più radicaleil ravepropriamente detto”, ovvero il free partyè diventata una prassi dell’aggregazione giovanile a livello globale, e finché scatenerà repressione e legislazione dedicata, manterrà anche il suo potenziale controculturale. È vero però che nel frattempo ci siamo giocati un bel po’ di club culture, e quella che rimane assomiglia sempre più a un’attrazione turistica: ma siamo sicuri che ciò non sia più una questione legata alla gentrificazione, alla turistificazione, alla riduzione dello spazio pubblico, alla crisi immobiliare e all’espulsione dei veri abitanti dalle città?

Mentre dall’altro lato i club storici lottano con un caro-affitti difficilmente compatibile con lo spirito underground. Nonché meno avversa al business. O meglio la seconda: prima, infatti, c’è stato il “regolamento per le orchestre” del Terzo Reich, dove si vietavano i “ritmi sincopati e isterici della musica delle razze barbare”.

Chi ricorda la pimpante stagione dellaprogressive technotoscana in club come Jaiss, Duplé, Kama o Insomnia, e afterhour come il The West? Si potrebbe qui formulare una nuova ipotesi: i rave sono così odiati perché le feste davvero leggendarie, quelle che si ricordano ancora con un brivido dopo cinque, dieci, venti, trent’anni, non si le ha organizzate un oligarca nel suo yacht o un miliardario nel suo loft, ma degli scappati di casa in un capannone abbandonato. E qui emerge un’altra caratteristica della cultura rave e della techno in generale, fin dai tempi di Detroit: la sua trasversalità sociale e di classe.

Club che peraltro sono sempre meno, sia in Italia che in Europa, in un’infinita sequenza di chiusure, mentre la techno risuona ovunque fuori di essi. Non solo: l’atteggiamento dell’opinione pubblica dopo anni di repressione (o meglio, di diversione di risorse pubbliche dalla lotta al vero crimine alla repressione delle feste libere), pare cambiata, si vedano ad esempio i commenti in calce alla notizia del Witchtek di Modena dello scorso novembre, o del più recente Pasquatek in Toscana… e si tratta pure di ambiti in genere riservate ai troll di destra. 

Che potrà pur cominciare coituristi della techno”, ma finisce sempre per continuare con i turisti normali, quelli che non odiano solo la techno, ma anche un concertino sotto il loro b’n’b.

Italia ripescata ai Mondiali, la Rai può ‘guadagnare’ due partite (e una valanga di milioni): date, avversari e retroscena sui play-off ridotti

L’eventuale ripescaggio degli Azzurri nella Coppa del Mondo potrebbe passare per un doppio spareggio in onda sulla tv di Stato a giugno: il pericolo Danimarca


L’equilibrio geopolitico mondiale è sempre più fragile e le tensioni tra Stati Uniti e Iran potrebbero portare anche a clamorosi risvolti sportivi. La minaccia di Donald Trump sul Medio Oriente è sempre più reale e fa tremare il mondo, ma – seppure tristemente – crea uno spiraglio per il ripescaggio dell’Italia ai Mondiali 2026. La Nazionale iraniana potrebbe infatti essere costretta al ritiro dalla Coppa del Mondo (che si terrà proprio negli USA, oltre a Messico e Canada) e gli Azzurri potrebbero prenderne il posto. Stando alle ultime indiscrezioni, tuttavia, la FIFA starebbe pensando a un play-off decisivo a quattro squadre; uno scoglio difficilissimo per la nostra Nazionale, ma anche uno stuzzicante scenario per la Rai, che trasmetterebbe le partite in chiaro assicurandosi tutti gli introiti del caso. Scopriamo tutti i dettagli.

Italia ai Mondiali 2026, il ripescaggio al posto dell’Iran: l’ipotesi del nuovo play-off
La precaria e allarmante situazione tra Stati Uniti e Iran – come anticipatopotrebbe avere delle ripercussioni nel mondo del calcio. Nonostante Gianni Infantino stia provando a fare dapontesportivo tra Donald Trump e il Medio Oriente, infatti, in caso di mancato accordo (pacifico) tra i due Paesi non è da escludere il ritiro dell’Iran dai Mondiali 2026. La Nazionale iraniana non potrebbe infatti giocare la Coppa del Mondo negli USA e, al suo posto, spetterebbe alla FIFA decidere la squadra destinata a ereditarne lo slot nel girone G. Inizialmente si era pensato proprio all’Italia (prima nel ranking mondiale tra le non qualificate) o agli Emirati Arabi Uniti (eliminati nella fase finale delle qualificazioni asiatiche), poi ha preso quota l’ipotesi di un play-off. Stando agli ultimi rumor, tuttavia, al mini-torneo non prenderebbero partecome si era pensato – ItaliaDanimarcaPoloniaKosovoGiamaica Bolivia, vale a dire le migliori europee e le escluse da Concacaf e Sudamerica. Il nuovo scenario prevedrebbe dei play-off ridotti a quattro squadreItalia-Oman da una parteDanimarca-Emirati Arabi Uniti dall’altra. Si tratta ovviamente di un’ipotesi al momento remota, ma potrebbe rappresentare l’occasione per gli Azzurri di tornare in corsa dopo essere stati eliminati dalla Coppa del Mondo per la terza edizione consecutiva.

Il mini-torneo che ‘salva’ la Rai: due partite da cifre stellari per la tv di Stato
L’eventuale ripescaggio dell’Italia – come anticipato – avrebbe anche dei riflessi economici non indifferenti, soprattutto in casa Rai. La tv di Stato ha infatti pagato ben 70 milioni di euro per assicurarsi i diritti tv su 35 partite del Mondiale (grazie alla clausola che ha evitato il pagamento di 120 milioni in caso di eliminazione dell’Italia) ed è ora chiamata a un ‘piano’ per rientrare dell’esborso. Nonostante per l’Italia, nel caso, si prospetti un play-off complicatissimo considerato il momento, con il mini-torneo la Rai si assicurerebbe la messa in onda di due partite ‘extra’ (la semifinale con l’Oman e l’eventuale finale con la Danimarca, scoglio difficile da superare per gli Azzurri) per mettere da parte introiti pubblicitari stellari prima dell’inizio dei Mondiali senza la nostra Nazionale.

Fonte: Libero.it

Francesca Barra, come essere genitori tra smartphone e social: «I miei figli usano il telefono con misura, io ho tolto le app inutili, e ora abbiamo il tempo per imparare cose nuove da fare insieme»

La giornalista del talk politico 4 di sera ha scritto un libro per «genitori smarriti» nell'era digitale e lo ha raccontato in una recente intervista spiegando il patto educativo con i suoi quattro ragazzi, di età tra i 4 e i 19 anni

Francesca Barra e Claudio Santamaria Milano Film Festival 2025

Se essere genitori è un mestiere che si può imparare, allora esistono anche manuali per le istruzioni o meglio vademecum per indicare la rotta da seguire. Ci crede fermamente Francesca Barra, conduttrice del talk politico 4 di sera di Rete4. Lo racconta in un’intervista al Corriere della sera in occasione dell’uscita del suo libro Il no che vorrei dirti – Smartphone, chat e social, guida pratica per genitori smarriti (Giunti).

Nel volume racconta l’esperienza di mamma di quattro figli, dai 4 ai 19 anni, la più piccola dei quali, Atena, è figlia dell’attuale marito, l’attore Claudio SantamariaI maggiori (Emma, Renato e Greta) sono nati dalle prime nozze con Marcello Molfino.

La giornalista ha condiviso la sua esperienza domestica per creare un dibattito educativo sul ruolo dei device nelle vite dei bambini.

Racconta che Emma, la 12enne di casa, ad esempio, «È ligia alle regole, ma oggi i suoi coetanei vanno a un pigiama party e cinque secondi dopo hanno già le foto sullo stato di WhatsApp. È complicato spiegare che questo significa che decine di persone hanno una loro foto e possono farne un uso sbagliato».

Tra i vari episodi che ricorda, c’è quello di quando non l’ha mandata al concerto di Shiva e le ha chiesto: «Ti piacerebbe se un ragazzo ti parlasse così?». A lei ha permesso di avere un cellulare, ma con «solo i numeri di familiari e amiche del cuore. Il telefono, la sera, non entra in camera da letto e io ho il Pin. Poi, io e Claudio ci impegniamo a essere d’esempio. Io ho disinstallato le app buone solo a distrarmi, mi sono riappropriata di tempo per me e per i figli, e abbiamo stabilito che la cucina è smartphone free anche per noi adulti».

Nel patto educativo di cui parla Francesca Barra c’è dialogo intergenerazionale: «Ho escogitato passatempi da fare insieme come il martedì della letturae le lezioni di uncinetto. Se togli il telefono e non dai alternative, crei frustrazione. Se offri esperienze, i ragazzi scoprono che esiste altro».

La giornalista, che si è iscritta a Psicologia per prendere una seconda laurea, ha scritto una tesi sul cyberbullismo, convinta che il mondo delle piattaforme usate dai ragazzi debba essere conosciuto anche dagli adulti. Secondo lei non è salutare un isolamento, come nel caso della «famiglia del bosco», quanto piuttosto condividere con i figli passatempi diversi, anche molto semplici. Durante l’ultimo trasloco a Milano ha vissuto con i suoi in una casa di campagna che poi hanno tenuto perché è un modo per disintossicarsi dalla realtà, per staccare dai social e trovare idee di svago alternative, come il gioco con le pietre. Il marito, intanto, dice che ha imparato a costruire «con le sue mani oggetti che normalmente avrebbe comprato».

Francesca Barradopo aver denunciato siti che avevano diffuso false foto di nudo frutto dell’intelligenza artificiale, ha smesso di postare le foto dei suoi figli«Noi pensiamo di condividere qualcosa di bello, ma stiamo aprendo una finestra incontrollabile in cui non entrano solo persone perbene».

Paola Iezzi: «Michael Jackson in persona ci ha scelto per aprire il suo concerto a San Siro nel '97. Ma non ho voluto incontrarlo, volevo che restasse un idolo»

La cantante ha partecipato a Berlino all'anteprima mondiale del biopic Michael, sul re del pop: «È stato un punto di riferimento, un musicista eccezionale, un beatboxer vivente, un cantante e un performer incredibile»


Paola Iezzi è una delle guest star presenti a Berlino all’anteprima mondiale di Michael, il biopic di Antoine Fuqua su Michael Jackson (nelle sale dal 22 aprile). E non è un caso. Nel 1997, Paola insieme alla sorella Chiara, aprì a San Siro l’History World Tour, l’ultima serie di live della leggenda pop, prima del fatidico annuncio di This Is It.

«Ricordo la grande emozioneMichael è sempre stato il mio idolo», ci racconta Paola dalla hall di un hotel berlinese. «Io e mia sorella avevamo paura di non essere all'altezza. Era tutto bellissimo, anche perché eravamo reduci dalla vittoria a Sanremo nella sezione giovani con il brano Amici come prima».

Per la bruna del duo, Michael Jackson «ha rappresentato tutto», afferma, «è stato un punto di riferimento, un musicista eccezionale, un beatboxer vivente, un cantante e un performer incredibile. Era maniaco della perfezione, per questo è stato una grande fonte d’ispirazione. Ancora oggi penso a lui quando cerco il ritmo in una canzone. Michael è stato molte cose. Era anche un personaggio eccentrico ed estremamente umano».

In occasione del concerto milanese del 1997, Paola e Chiara presero la sorprendente decisione di non incontrare il re del pop. «Non lo abbiamo voluto incontrare», ci rivela Paola, «per me Michael era l’idolo incontrastato e non volevo che quell’idea fosse oscurata. Era l'artista sul palcoscenico, non mi interessavano le sue faccende personali».

«La cosa che mi ha stupito di più è il fatto che è stato proprio Michael Jackson e il suo manager a sceglierci», racconta la cantante, appena uscita con il nuovo singolo Stessa direzione. «Credevo fosse una leggenda invece è andata proprio così: mandammo un faldone con tutta la nostra documentazione, gli articoli usciti e l’album, affinché valutassero se fossimo adatte o meno ad aprire il live». E la risposta è stata positiva».

Dal 22 aprile arriva nelle sale il film di Antoine Fuqua. Che cosa si aspetta? «Mi aspetto Hollywood, non tutta la verità», dice Iezzi. «Mi aspetto una grande favola, che fa sognare, un film romantico che racconta il performer e il professionista, come capita con quasi tutti i biopic. Oggi è raro che vengano raccontate le luci e le ombre di un artista».

lunedì 13 aprile 2026

Genova, piazza gremita per Charlotte de Witte: "Oltre 20mila presenze"

Ottomila persone hanno occupato stabilmente la piazza, ma secondo i calcoli del Comune il flusso costante di visitatori e curiosi ha portato il conteggio totale delle presenze - durante il dj set - a superare quota ventimila


Appassionati della techno, visitatori, semplici curiosi: Genova si scopre capitale europea della musica elettronica per una notte, con il Comune che ha calcolato oltre 20mila presenze sabato sera in piazza Matteotti per il dj set di Charlotte de Witte, icona internazionale della techno che, a partire dalle 19.30, ha fatto ballare migliaia di persone.

A occupare stabilmente la piazza, 8mila persone per l'intera durata dello show, ma secondo i calcoli dell'amministrazione il flusso costante di visitatori e curiosi ha portato il conteggio totale delle presenze, durante la performance di Charlotte de Witte, a superare quota 20mila.

Un mix generazionale a ballare fuori dal Ducale
La partecipazione è stata eterogenea: non solo iclubberspiù accaniti e gli appassionati di musica elettronica, ma anche moltissimi giovani, famiglie e turisti affascinati da un'atmosfera fuori dall'ordinario.

Dopo l'esibizione di de Witte, piazza Matteotti è stata animata dal dj set di Valentinø concluso verso le 23.00.

Chi è Charlotte de Witte, la “regina” della techno
Nata a Gand, in Belgio, Charlotte de Witte è oggi considerata la figura più influente della scena techno contemporanea. Fondatrice dell’etichetta indipendente Kntxt, de Witte ha ridefinito i canoni del genere, ottenendo riconoscimenti prestigiosi come il titolo di “Best Techno Dj” ai Dj Awards.

La sua presenza in piazza nel cuore di Genova ha rappresentato un'occasione per vedere all'opera un vero punto di riferimento della musica elettronica globale, capace di trasformare un contesto storico e monumentale in un palcoscenico d'avanguardia.

Salis: “Vogliamo far vivere questa città”
Queste sono giornate pensate specificamente per i ragazzi, ed è emozionante vedere tanti giovani arrivati anche da fuori Genova per assistere a questo spettacolocommenta la sindaca di GenovaSilvia Salis, anche lei presente in piazza.

"La nostra volontà è chiara - spiega - vogliamo far vivere questa città e proporre iniziative capaci di suscitare reale interesse. Sappiamo di essere tra le città europee con l’età media più alta, ed è proprio per questo che il nostro impegno per le nuove generazioni deve essere prioritario: dobbiamo attirarle, interessarle e offrire loro spazi di protagonismo. Un ringraziamento speciale va al consigliere Garzarelli, delegato ai Grandi Eventi, che ha svolto un ottimo lavoro nel coordinare una manifestazione di questa portata e a tutta la giunta che ci ha supportato e aiutato nel rendere questo spettacolo veramente eccezionale”.

sabato 11 aprile 2026

Le 4 frasi peggiori che Crepet sconsiglia di dire agli adolescenti: possono segnare per sempre

Paolo Crepet ci ricorda che certe parole lasciano un segno indelebile, cicatrici invisibili che portiamo dentro. Ti sei mai chiesto quali frasi ti abbiano davvero ferito? O come sarebbe stato riceverle con rispetto e comprensione, invece che con giudizio?

In queste righe esploreremo alcune parole che gli adulti rivolgono ai figli adolescenti senza rendersene conto: confronti, accuse, paragoni. Scopriremo insieme perché fanno male e come, se pronunciate con attenzione, potrebbero trasformarsi in strumenti di crescita, incoraggiamento e fiducia in se stessi.


1. “Alla tua età io facevo di meglio
Ricordi quando avevi quindici anni, alle prese con le prime grandi sfide tra scuola, amici e sogni confusi? E qualcuno, con le migliori intenzioni, ti diceva:

Alla tua età io facevo di meglio.

All’improvviso, anche le tue piccole conquiste sembrano insignificantiTi senti giudicato, messo a confronto con un ideale che non è il tuo. È come se ti dicessero: non sei abbastanza, non vali abbastanza.

Paolo Crepet ci avverte: questa frase è una trappola per l’autostima. Non importa quanto un adulto abbia fatto o realizzato: confrontarti con lui in questo modo non ti aiuta a crescere, ti blocca. Tu, adolescente o giovane adulto, hai bisogno di incoraggiamento, non di paragoni.

Se un amico ti confidasse di aver fallito un compito o perso una partita, vorresti sentirti dire: “Alla tua età io ero migliore”? Probabilmente no. Preferiresti parole che ti spronano, che ti fanno capire che sbagliare è normale e che puoi sempre migliorare.

Le tue esperienze sono uniche. Ogni passo, anche il più piccolo, ha valore.

2. “Non diventerai mai niente
Se la frase di prima può cadere addosso come una pietra, questa sembra una frana in piena regola.

Non diventerai mai niente.

Non è una critica né tantomeno un monito costruttivoÈ una condanna che ti carica il futuro sulle spalle prima ancora che tu possa esplorarlo. Ogni idea, ogni piccolo passo, ogni sogno sembra sbagliato, inutile. Ti chiedi se valga la pena provare.

Paolo Crepet ci ricorda: non dirlo agli adolescenti. Le parole pesano enormemente su chi sta ancora costruendo se stesso. Un semplice incoraggiamento può valere più di mille giudizi.

Pensa a un ragazzo che impara a suonare la chitarra. I primi accordi sono sempre tremolanti. Se gli diciNon diventerai mai niente”, spegni subito quella voglia di provare. Ma se diciGuarda quanto stai imparando, continua così!”, hai appena acceso un piccolo fuoco che potrebbe bruciare tutta la vitaLe parole che scegli oggi possono aprire porte o chiuderle per sempreE ogni parola gentile, ogni piccolo incoraggiamento, può diventare il vento che spinge qualcuno verso il suo vero potenziale.

Crescere significa scoprire chi sei, passo dopo passo, tra errori, tentativi e piccole vittorie. Ma a volte, senza accorgersene, qualcuno mette davanti a te uno specchio che non riflette la tua immagine, ma quella di qualcun altro.

3. “Dovresti essere come tuo fratello / tua sorella.
All’improvviso, ogni tuo gesto, ogni tua scelta, sembra insufficiente. Non sei più tu: sei il riflesso di qualcun altroLa tua unicità si annulla davanti a un modello imposto. Paolo Crepet ci ricorda che gli adolescenti hanno bisogno di crescere nella propria identità, non di misurarsi costantemente contro qualcun altro, neppure con il proprio fratello o la propria sorella.

Dovresti essere come tuo fratello.

Pensa a quando provi a creare qualcosa che ti appartiene, e scopri che tuo fratello ha già vinto un concorso. Sentirti direDovresti fare come luinon ti incoraggia, ti paralizzaTi fa dubitare di te stesso, delle tue capacità, del tuo valore.

Ogni persona cresce a modo suo. Non esistono copie e neppure imitazioni perfette, solo versioni autentiche di noi stessi. E ogni piccolo passo compiuto seguendo la tua strada, ogni tentativo fatto con il cuore, è un passo verso la persona che puoi diventare. Nessun confronto potrà mai sostituire la magia di essere davvero te stesso.

4. “Mi stai facendo soffrire
Il cuore si stringe quando le parole diventano peso, quasi una colpa che non abbiamo commesso.

Mi stai facendo soffrire.”

Non è solo una frase: è un richiamo, un segnale che qualcosa dentro di te è fragile e ha bisogno di attenzione. Ma se viene detta senza delicatezza, rischia di trasformarsi in un’accusa, facendo chiudere l’altro invece di avvicinarlo. Paolo Crepet ci ricorda che gli adolescenti hanno bisogno di sentirsi compresi, non colpevolizzati.

Ricordi quando hai litigato con il tuo migliore amico? Quello che passava i pomeriggi a casa tua a ridere, giocare e non pensare a niente. Dire “Mi stai facendo soffrire” come rimprovero può farlo scappare, isolarti ancora di più. Ma dire “Mi sento ferito da quello che è successo, possiamo parlarne?” apre una porta al dialogo, alla comprensione, al vero ascolto.

Le parole possono costruire ponti tra due cuori o erigere muri che li separano per sempre. Scegliere con cura significa trasformare il dolore in incontro, la sofferenza in vicinanza. In fondo, ogni parola ha il potere di salvare un legame o di perderlo per sempre.