All’Auditorium Parco della Musica di Roma, per “Dissonanze”, Björk porta il DJ set dentro una dimensione di instabilità, dove mondi sonori distanti, corpo, tecnologia, vegetazione e luce si incontrano e si trasformano continuamente
Non è stato un DJ set. O, almeno, non soltanto. Quello che Björk ha portato all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per Dissonanze, è stato piuttosto un viaggio senza geografia: un attraversamento di suoni, genealogie, lingue, corpi e immaginari che ha trasformato la consolle in un dispositivo curatoriale. Più che una selezione musicale, una forma di montaggio. Più che una performance, un’azione. La sensazione, fin dall’inizio, era quella di essere entrati in un luogo altro. Un trip. Un trip vero, fisico e percettivo, a tratti difficoltoso, persino spiazzante. Björk non ha costruito un set accomodante, né una progressione narrativa riconoscibile. Ha aperto invece una successione di passaggi in cui beat afro, ritmi tribali, percussioni, cori, vocalità ancestrali, techno, hardcore, elettronica obliqua e frammenti psichedelici sembravano provenire da territori lontanissimi per poi ritrovarsi, improvvisamente, nello stesso spazio. Era come attraversare diverse stanze senza che le porte fossero mai visibili. La musica arrivava da coordinate differenti del pianeta, ma non veniva mai presentata come una collezione di esotismi: le percussioni sembravano portare con sé interi paesaggi, certe voci entravano nel mix come presenze, quasi corpi, e un ritmo poteva farsi improvvisamente più secco, fisico, precipitare verso una forma di techno brutale e poi dissolversi in qualcosa di rituale o psichedelico. A volte il dancefloor sembrava trovare un equilibrio, e subito dopo Björk lo spostava altrove. La selezione funzionava per attrito. Ogni traccia apriva una fenditura e quella successiva la trasformava. Non c’era un centro geografico né un unico codice estetico: c’erano mondi messi in relazione, temporalità diverse, scene lontane fatte coesistere senza cercare di renderle rassicuranti. È qui che il DJ set assumeva, quasi naturalmente, la forma di un gesto curatoriale: non spiegare il mondo, ma creare le condizioni perché elementi apparentemente inconciliabili potessero incontrarsi.
Intorno alla consolle, una piccola foresta. Le piante circondavano la macchina, la inglobavano quasi, trasformando quello che normalmente è il centro tecnico del DJ set in qualcosa di più ambiguo: una postazione di comando, un altare, un organismo. La tecnologia non appariva separata dalla natura, ma immersa dentro di essa. Björk era lì, al centro, come se stesse manovrando non soltanto un sistema audio ma una materia viva. E poi il corpo. L’abito LED di Kit Wan Studios sembrava trasformare la figura in una superficie di emissione. Le luci, muovendosi e accendendosi sul tessuto, davano l’impressione di rispondere alla musica, quasi che il corpo fosse diventato un’estensione visiva del suono. Non una semplice illuminazione, dunque, ma una seconda pelle: a ogni variazione sembrava cambiare anche la figura, che appariva e scompariva dentro il proprio involucro luminoso. C’era qualcosa di arcaico e futuribile insieme, come se una figura rituale fosse stata ricostruita attraverso i linguaggi dell’elettronica. Sul volto, una maschera reticolare di Karina Bond introduceva un’ulteriore distanza: non nascondeva semplicemente il viso, lo trasformava in griglia, superficie, filtro.
È forse questa continuità tra ciò che si ascoltava e ciò che si vedeva a rendere l’esperienza così radicale. Björk non sembrava interessata a dimostrare di essere una DJ. Sembrava piuttosto interessata a ciò che accade quando la musica viene trattata come una materia visiva e spaziale, quasi scultorea; quando una traccia non vale soltanto per ciò che è, ma per ciò che rende possibile dopo di sé. Il set non chiedeva soltanto di ballare. Chiedeva di orientarsi. E orientarsi non era sempre facile: alcuni passaggi sembravano sottrarre il terreno sotto i piedi proprio quando il corpo aveva iniziato a riconoscere una direzione. Le ritmiche spostavano il baricentro, le voci aprivano altre forme di spazio, le accelerazioni rompevano l’ipnosi, i momenti più psichedelici sembravano dilatare il tempo. Quella difficoltà era parte dell’opera.
Alla fine restava soprattutto la sensazione di aver attraversato qualcosa. Non una playlist, non una semplice performance, ma un paesaggio costruito in tempo reale, senza coordinate fisse. Per qualche ora, all’Auditorium, la consolle è diventata un luogo da cui guardare il mondo: una mostra senza pareti, fatta di suono, luce, corpo e materia viva.
Fonte: Repubblica.it







