Il Ghost Pairing è una delle truffe più insidiose che stanno circolando su WhatsApp: sfrutta chiamate spam, messaggi ingannevoli e la funzione dei dispositivi collegati per consentire ai criminali di entrare nell’account della vittima e usarlo a distanza
Le telefonate ripetute non sono rumore di fondo. Sono il primo atto di una truffa che in questo inizio di marzo 2026 sta colpendo un numero crescente di utenti italiani: il Ghost Pairing, la tecnica che consente a un criminale di agganciare il proprio dispositivo all’account WhatsApp della vittima e operare al suo posto - leggere chat, scaricare foto, inviare messaggi, colpire altri contatti.
Prima le chiamate, poi il colpo
Lo schema che emerge dalle segnalazioni più recenti segue una sequenza precisa. Il bersaglio riceve una raffica di chiamate spam da numeri sconosciuti. Non servono a parlare: servono a creare stress, urgenza, frustrazione - ad abbassare la soglia di attenzione. Subito dopo arriva un messaggio WhatsApp da un contatto in rubrica, qualcuno di cui ci si fida, il cui account però è già stato compromesso.
Il testo invita a cliccare su un link per partecipare a un concorso, visualizzare un contenuto urgente, completare una verifica.
Dopo il clic, la vittima viene indotta a inserire un codice numerico o a scansionare un QR code per “autenticarsi”. Quel gesto non autentica nulla: collega il dispositivo del truffatore all’account WhatsApp del bersaglio.
La truffa WhatsApp che non sembra una truffa
Ed è questo il meccanismo che rende il Ghost Pairing più insidioso delle frodi digitali tradizionali. Non c’è un software malevolo da installare. Non c’è una password rubata con un attacco brutale.
Il truffatore non forza nulla dall’esterno: convince la vittima a compiere da sola il passaggio decisivo, sfruttando una funzione legittima dell’applicazione - quella dei dispositivi collegati. Il messaggio arriva da una persona conosciuta. La richiesta appare plausibile. La procedura sembra normale. È proprio questa apparente normalità a rendere il raggiro efficace.
Cosa succede quando il dispositivo fantasma è agganciato
Una volta completato il collegamento, il criminale ha accesso pieno all’account: può leggere le conversazioni in tempo reale, scaricare foto e documenti, acquisire informazioni personali e - soprattutto - inviare messaggi a nome della vittima.
Il profilo compromesso diventa lo strumento per colpire altri contatti e allargare la catena della frode. Non è un furto di dati isolato: è un accesso stabile all’identità digitale della persona, utilizzabile finché la sessione fantasma non viene individuata e disconnessa.
Come proteggersi dal Ghost Pairing su WhatsApp
La difesa si costruisce su quattro azioni concrete.
1.Attivare la verifica in due passaggi.La funzione aggiunge un Pin personale a sei cifre all’account WhatsApp. È il primo argine: anche se il truffatore riesce a ottenere un codice di verifica, senza quel Pin non completa il collegamento.
2. Controllare regolarmente i dispositivi collegati. La sezione si trova nelle impostazioni di WhatsApp. Se compare una sessione che non si riconosce - un browser, un dispositivo, un accesso con data e ora anomali - va disconnessa immediatamente.
3.Non inserire mai codici su link esterni.Anche se il messaggio arriva da un familiare, da un collega, da un amico stretto: nessun servizio legittimo chiede di inserire codici di verifica WhatsApp su siti esterni. Ogni richiesta di questo tipo è un segnale d’allarme.
4. Filtrare e bloccare le chiamate spam. Silenziare i numeri sconosciuti riduce l’esposizione alle campagne automatiche che precedono l’attacco e impedisce ai bot di verificare che il numero sia attivo. Meno chiamate passano, più difficile diventa per il truffatore preparare il terreno.
Perché il Ghost Pairing segna un cambio di scala nelle truffe digitali
L’obiettivo non è più carpire un dato, una password, un numero di carta. È ottenere un accesso permanente all’identità digitale della vittima e usarla come piattaforma per colpire a catena.
Le chiamate spam aprono la strada, il messaggio da un contatto fidato abbatte le difese, il link chiude la trappola.
Tre passaggi, nessun segnale d’allarme evidente. L’unica difesa che tiene è quella preventiva: non agire d’impulso, trattare ogni richiesta anomala come un possibile attacco e controllare sempre - sempre - la lista dei dispositivi collegati al proprio account.
Nel 1985 alcune tra le popstar più grandi del pianeta, con il nome di Usa for Africa, registrano in una notte un brano che sarebbe rimasto nella storia
Gli artisti di Usa for Africa durante un'esibizione Bettmann
“Lascia il tuo ego alla porta”. È la scritta che viene affissa fuori dagli Hollywood's A&M Studios la notte del 28 gennaio del 1985. Lì dentro, 45 tra le popstar più grandi del pianeta stanno registrando We Are The World, una canzone che sarebbe rimasta nella storia. Sarebbe uscita il 7 marzo del 1985 per diventare la più venduta di quell'anno, e, allora, la più venduta della storia della musica, raggiungendo i 20 milioni di copie, e raccogliendo oltre 100 milioni di dollari. E 4 Grammy Award, tre per la canzone e uno per il video. Quella scritta l’aveva messa lì il grande Quincy Jones, deus ex machina dell’operazione: 45 superstar dovevano lasciare indietro una parte di sé per qualcosa di più grande.
Qualche mese fa, in radio, durante il periodo di Natale, qualcuno aveva detto che Do They Know It’s Christmas? dei Band Aid era stata la risposta inglese a We Are The World. Facile confondersi a 40 anni di distanza. Con quelle canzoni ci siamo cresciuti, fanno parte di un lungo momento di solidarietà iniziato alla fine del 1984, continuato con il Live Aid e andato avanti per diversi anni. Anni in cui pensavamo che la musica avrebbe potuto cambiare il mondo.Ma è stato il contrario. We Are The World è stata la risposta americana a Do They Know It’s Christmas. Registrata pochi mesi dopo il grande successo, di vendite e mediatico, della canzone dei Band Aid, è diventata un altro classico: una canzone da ascoltare e cantare pensando, a ogni strofa, a quale grande della musica la sta cantando. Come Do They Know It’s Christmas, We Are The World è stata scritta per raccogliere fondi per combattere la terribile carestia in atto in Etiopia di quegli anni, raccontata dal famoso documentario della BBCrealizzato dal giornalista Michael Buerk.
La copertina dell'album contenente We Are The World Blank Archives/Getty Images
Scritta da Michael Jackson e Lionel Richie
Micheal Jackson e Lionel Richie con uno dei Grammy Awards vinti per We Are The World Bettmann
Gli USA For Africa (USA stava per United Support Artists, ma era un supergruppo di artisti americani) si sono riuniti per cantare una canzone scritta daMichael Jackson e Lionel Richie e prodotta dallo storico producer di Jackson, Quincy Jones. We Are The World rientra tipicamente nel filone delle ballad scritte da Michael Jackson, il primo di tanti classici arrivati negli anni seguenti, da Man In The Mirror a Heal The World, sognante ed eterea, forse la canzone di Jacko più vicina a quella scritta per il progetto USA For Africa.
Tutto parte da Harry Belafonte
Lo spartito di We Are The World, una canzone entrata nella storia Vinnie Zuffante/Getty Images
Tutto inizia il 20 dicembre del 1984. A dare il via è Harry Belafonte, indignato del fatto che gli artisti afroamericani non avessero fatto niente per aiutare il popolo etiope colpito dalla carestia. Così contatta il produttore Karl Kragen, che gli suggerisce di formare un dream team di artisti afroamericani sul modello dei Band Aid. Kragen chiama Lionel Richie, che a sua volta coinvolge Quincy Jones come produttore. La canzone, inizialmente, doveva scriverla Stevie Wonder: dice che avrebbe risposto a un messaggio, ma non lo fa. Così Quincy Jones coinvolge Michael Jackson, con cui aveva lavorato agli album Off The Wall e Thriller. Jackson accetta e scrive la canzone a casa sua, a Encino, insieme a Lionel Richie. I due non avevano mai composto insieme. Richie scopre che Jackson non suona, canticchia le melodie che ha in testa, le sovrappone. A un certo punto, Michael sente una melodia di Lionel e ci canta sopra, dà una struttura. E scatta la magia.Tutto questo mentre, da dietro una pila di dischi, spunta un serpente. Si sa, Jackson in questo era eccentrico…
La notte degli American Music Awards
Alcuni dei protagonisti di USA For Africa ai Grammy Awards: Dionne Warwick, Stevie Wonder, Quincy Jones, Michael Jackson e Lionel Richie Bettmann
Lionel Richie avrebbe presentato gli American Music Awards la sera del 28 gennaio del 1985. E tutti capiscono immediatamente che quella notte è perfetta per registrare la canzone. È l’unico modo per riunire tutti gli artisti, per averli liberi tutti insieme in mezzo ai loro mille impegni. Si cerca allora di capire che ci sarebbe stato quella notte. E anche chi era altrove: Bruce Springsteen finiva il tour proprio la sera prima, ma di solito non volava subito dopo un concerto. Per una giusta causa poteva farlo, ma le condizioni meteo a Buffalo si sarebbero rivelate le più avverse. Ma, una volta ottenuto il sì di Springsteen, si poteva anche chiamare Bob Dylan. Dionne Warwick era a Las Vegas. Niente da fare, invece, per David Byrne e i Van Halen, tutti in tour in quei giorni.
Arriva finalmente Stevie Wonder, ma...
Il video ufficiale di We Are The World, girato la stessa notte in cui è stata registrata la canzone
E così viene inviata la cassetta con la canzone registrata, con la voce guida di Michael Jackson, a tutti gli artisti scelti per cantare We Are The World, insieme a una lettera che dice di non diffonderla. Non dovevano rendere nota la data e il luogo della registrazione altrimenti lì fuori si sarebbe radunata una folla. Ogni verso viene assegnato ad un cantante, con una scelta meticolosa, basata sulla sua estensione vocale. Springsteen ha una voce sporca, cosi dopo di lui viene messo Kenny Loggins, che ha una voce pulita. A Tina Turner viene chiesta una tonalità bassa, perché è lì che la sua voce assume un tono caldo. Durante la registrazione della demo arriva finalmente anche Stevie Wonder, convinto che si trattasse ancora di scrivere la canzone. Gli spiegano che la canzone è già pronta. Lui dice semplicemente“ok”. Ma sembra chiedersi perché non gliel’avessero detto prima. “Ma l’avevano fatto!” avrebbe ricordato anni dopo Lionel Richie.
Il primo ad arrivare è Michael Jacskon
La prima prova “a cappella” di Michael Jackson nel documentario La notte che ha cambiato il pop, su Netflix
Arriva finalmente la notte della sessione. Per la registrazione delle voci non si poteva far entrare ognuno nella classica cabina degli studi di registrazione. Si sarebbe montato un palco circolare, in cui i cantanti avrebbero cantato guardandosi, e andando a turno verso il microfono. Il primo ad arrivare in studio è Michael Jackson. Mentre vanno in scena gli American Music Awards, lui è già lì a provare. Canta il ritornello a cappella. “Era la voce più straordinaria che avessi mai sentito in tutta la mia vita” è il commento di un fonico che sta lavorando lì, che sentiamo nel bellissimo documentario La notte che ha cambiato il pop, su Netflix. Michael Jackson voleva solo scrivere la canzone, non voleva mettersi in mostra. Ma si trova ad essere uno dei protagonisti di We Are The World: il primo ritornello e l’inizio dello special sono suoi, e sono unici. Nel frattempo, dietro le quinte degli American Music Awards, si parla solo di questa canzone: Cindy Lauper prova a rinunciare perché il suo ragazzo dice che quella canzone non è buona. Ec’è chi chiama Sheila E., batterista di Prince, sperando di arrivare al genio di Minneapolis.
Smokey Robinson trova le parole
We Are The World nella storica esibizione del Live Aid
Appena prima di registrare, in studio arriva Bob Geldof, l’artefice dei Band Aid. Le sue parole pesanti sulla situazione in Africa riportano tutti alla cruda realtà che ha spinto tutti a incontrarsi, è uno schiaffo che fa entrare le star nel mood giusto. In più, la tensione è palpabile perché c’è poco tempo. Succede di tutto. Bob Dylan, il grande Bob Dylan, sa che a livello vocale non è all’altezza di Stevie Wonder e non è suo agio. Wonder, a sua volta, propone di cantare una frase in swahili, che rischia di far sforare con i tempi. E lo swahili, tra l’altro, non è la lingua dell’Etiopia… E poi, come chiudere il ritornello? L’idea di Michael Jackson è un generico“sha-la-la-lingay”, ma Smokey Robinson propone il famoso“so let’s start giving”.Conosceva Jackson da bambino e poteva contraddirlo.
Dove è Prince?
Intanto, tutti aspettano ancora Prince. Che propone di incidere un assolo di chitarra in un’altra stanza. Ma sono tutti in un'unica stanza, quella notte si sta lavorando così. Tutti attendono la sua limousine. Ma lui non arriva mai. C’è troppa gente per uno come lui. E così se ne va anche Sheila E., delusissima. Ha capito che non avevano davvero intenzione di farla cantare da solista. Oggi si dice orgogliosa di aver fatto parte di questo progetto. Al posto di Prince, come solista viene scelto Huey Lewis. Al quale, a questo punto, sale l’ansia da prestazione e la tensione. Anche perché il suo momento non arriva mai
There comes a time…
We Are The World 25, la versione incisa nel 2010 in occasione del terremoto di Haiti
Quando iniziano a cantare i solisti, l’emozione è grande. Inizia Lionel Richie con quel“There comes a time...”che è entrato nella storia. L’impasto delle voci e delle armonizzazioni, al di là della bellezza della canzone, è di grande effetto. Al Jarreau sbaglia più volte. Il ruggito di Bruce Springsteen è emozionante.“Come potevo fare meglio?”si chiede Kenny Loggins. Così opta per uno stile soul e caldo. Poi arrivano Steve Perry dei Journey e Daryl Hall. Finalmente arriva il turno del nervosissimo Huey Lewis: in più deve fare un controcanto a Micheal Jackson. Lo fa alla grande. Arrivano l’urlo di Cindy Lauper, rabbioso, e la voce roca di Kim Carnes. La prova di Cindy Lauper è memorabile. Eppure qualcosa non va: c’è un rumore nella traccia. È il microfono? No. Sono le sue vistose collane e i suoi orecchini. Basta toglierli, con un sorriso, e rifare la take. Deve rifarla anche il nostro Huey Lewis, ma va tutto bene.
Cantare come gli altri o cantare alla Bob Dylan?
Le prove e la take di Bob Dylan durante le registrazioni di We Are The World
Restano quelli che Quincy Jones chiama “i pesci grossi”, Bob Dylan e Bruce Springsteen, per la parte finale. Capita che anche i più grandi, a volte, non sappiano cosa fare. E questo è un grande insegnamento per tutti. Bob Dylan deve adattarsi al resto delle voci o cantare alla Bob Dylan?Quincy Jones, oltre che produttore qui anche psicologo, lo fa provare al piano con Stevie Wonder. Lui è un grande imitatore. E allora canta emulando alla perfezione la voce di Dylan e gli detta la linea. Tutti lasciano la stanza e lui registra. La sua performance è meravigliosa. Bruce Springsteen rientra e si rivolge a quello che è il suo idolo con un “ben fatto, Dylan”. Anche il Boss fa la sua ultima take. Sono le otto di mattina, e la canzone è registrata. L’adrenalina cala, Quincy Jones fa uno sbadiglio. Diana Ross scoppia a piangere.“Non voglio che finisca” dice. Sono tutti stanchissimi, ma hanno contribuito a qualcosa di immortale.
Inchiesta a Milano dopo una maxi querela contro una ventina di attrici
Una maxi querela contro quasi una ventina di attrici che in passato hanno recitato con lui in alcuni film a luci rosse e, poi, nei mesi scorsi lo hanno accusato pubblicamente di presunti abusi e violenze, intervistate in più puntate della nota trasmissione televisiva 'Le Iene'.
E' stata depositata, con tanto di integrazioni a tranche, da Rocco Siffredi, all'anagrafe Rocco Antonio Tano, 61 anni e da decenni ormai il pornoattore più famoso al mondo. La denuncia, che supera le duecento pagine in totale e risale allo scorso agosto e mano a mano è stata ampliata nei mesi scorsi, è a carico di due autori del programma tv e di sedici attrici.
E la Procura di Milano ora, con la pm Marina Petruzzella, ha aperto un fascicolo per l'ipotesi di reato di diffamazione in cui iscriverà tutte le persone denunciate, per poi procedere agli accertamenti necessari nell'inchiesta. Intanto, 'Le Iene' fanno sapere di essere "certe di aver operato con correttezza, professionalità e trasparenza, nel pieno esercizio del diritto di cronaca, su una vicenda di evidente interesse pubblico, specie in un'epoca dove la stragrande maggioranza delle donne ancora non raccontano e non denunciano le violenze subite per paura". Siffredi, che quattro anni fa ha chiuso la sua carriera di attore ma lavora ancora come regista e produttore sempre nel settore dei film hard, è assistito dall'avvocata Rossella Gallo e lamenta una "campagna diffamatoria" e "quel fango gettato" contro di lui. Una campagna, a suo dire, portata avanti attraverso sei puntate de 'Le Iene' in cui compaiono interviste a sedici donne (altre due, invece, hanno i volti oscurati).
La difesa del pornodivo, tra l'altro, ha deciso di portare sul tavolo degli inquirenti anche una serie di allegati, tra cui una sfilza di documenti cartacei, le "liberatorie" firmate all'epoca dalle attrici e poi ancora video e pure tutti i girati integrali dei film. Il tutto, in pratica, per ribattere a quelle accuse di abusi e violenze contenute nelle interviste, ma che, a detta della difesa di Siffredi, non sono mai sfociate in denunce penali. Tra l'altro, sempre la sua difesa fa presente che ci sono anche cameraman, costumisti e tecnici pronti a testimoniare per scagionarlo da quei "racconti orchestrati" per colpirlo. Ad ogni modo, da quanto si è saputo, la Procura milanese, nell'ambito dell'inchiesta aperta per diffamazione, dovrà andare a verificare, una per una, anche le versioni delle attrici, le quali hanno spiegato, in sostanza, che sarebbero state costrette ad accettare di girare alcune scene e hanno parlato pure di meccanismi di forzatura psicologica. "Ci sorprende notare che la notizia di questa azione legale, insieme alla versione dell'uomo che le donne intervistate hanno accusato, stia ottenendo un'attenzione maggiore - si legge in una nota del programma - rispetto al racconto delle presunte vittime. Siamo certi che la verità prevarrà anche nelle sedi opportune".
Maurizio Agosti Durazzo è stato protagonista di epoche irripetibili tra il Plastic di Milano, il Cocoricò di Riccione, l’Insomnia di Ponsacco: "Abbiamo perso il rapporto umano, la tecnologia ha cambiato tutto. Ma sento che sta tornando il bisogno di empatia, di contatto vero”
Il Principe Maurice in una delle sue numerosissime performance
Firenze, 12 febbraio 2026 – C’è chi la notte l’ha attraversata, e chi invece l’ha trasformata in un palcoscenico. Principe Maurice, all'anagrafe Maurizio Agosti Durazzo, è una delle figure più iconiche e visionarie dello spettacolo notturno europeo. Performer, attore, cantante, regista di eventi, protagonista di epoche irripetibili tra il Plastic di Milano, il Cocoricò di Riccione, l’Insomnia e il Carnevale di Venezia, Maurice non è mai stato soltanto un DJ o un personaggio da consolle.
È stato, e resta, un creatore di mondi. Il 12 febbraio sarà protagonista in piazza San Marco per il Carnevale di Venezia,una cornice che sembra cucita addosso alla sua storia artistica.
Principe Maurice, partiamo da Venezia. Oggi suonerà in piazza San Marco, nel cuore del Carnevale. Che significato ha per lei?
“È la realizzazione di un sogno. Ho sempre desiderato portare la musica e l’atmosfera dei locali in piazza San Marco. Venezia è la mia città, il Carnevale fa parte della mia vita, e vedere questi due mondi che si uniscono è qualcosa di profondamente emozionante. I sogni si avverano, ma bisogna crederci davvero”.
Lei nasce artisticamente molto prima della consolle. Qual è stato il suo percorso?
“Vengo da studi classici, amo la musica barocca, ho studiato marketing bancario e ho lavorato in banca. La mia vita è sempre stata un intreccio tra disciplina e creatività. Ho seguito il cuore, ma ho anche fatto scelte di responsabilità, come lavorare in banca per prendermi cura di mia madre quando non stava bene. Il Principe Maurice nasce proprio da questo contrasto, tra realtà e immaginazione”.
Quando entra nel mondo della notte?
“Negli anni Ottanta ero un ragazzino e frequentavo i club di Milano da cliente. Quello era il mio concetto di notte: il club come luogo di identità, di scoperta, di libertà. Nei primi anni Novanta, tornando a Venezia, ho iniziato con le feste nei palazzi, soprattutto durante il Carnevale. I miei amici mi invitavano, erano serate incredibili. Da lì il passo verso la discoteca è stato naturale”.
E poi arrivano i grandi locali.
“Sì, le prime serate all’Area City di Venezia, poi il Cocoricò, la Toscana con l’Insomnia. Ho vissuto anche a Firenzeper alcuni anni, collaborando con Yab, Meccanò, Villa Kasar.Firenze mi ha accolto a braccia aperte, è una città che porto nel cuore. Erano anni in cui le discoteche erano laboratori culturali e teatrali, veri teatri della notte”.
Maurizio Agosti Durazzo, in arte “Il Principe Maurice”
Che cosa rappresentava la discoteca in quegli anni?
“Era un’esperienza totale. Non era solo ballare, era vivere un sogno collettivo.C’era una forte presenza umana, personaggi, artisti, identità. Oggi questa dimensione si è un po’ persa. La tecnologia ha cambiato tutto, ma sento che sta tornando il bisogno di empatia, di contatto vero”.
Secondo lei come è cambiato il mondo della notte?
“C’è stata una grande evoluzione dell’immagine, molto interessante, ma anche una disumanizzazione dovuta alla tecnologia e ai social. Dal punto di vista musicale si è creata una biforcazione. Da una parte la diffusione della musica latinoamericana, che è diventata di moda ma non appartiene alla cultura disco in senso stretto, dall’altra l’avanzata della musica elettronica. La crisi dei locali nasce da lontano, forse già dai primi anni Duemila, e la pandemia ha dato il colpo di grazia”.
Le discoteche hanno perso appeal?
“Resistono quelle che continuano a investire. Resiste chi crede ancora nel progetto, nell’identità, nella direzione artistica. Purtroppo la crisi ha svuotato le tasche, soprattutto dei giovani, che oggi frequentano più festival ed eventi pubblici, spesso gratuiti”.
Che cosa le manca di più della notte di un tempo?
“Mi manca l’idea di residenza, di casa artistica, come poteva essere per me il Cocoricò. Un luogo dove costruire un percorso, un linguaggio, una visione. Le discoteche erano mondi, non solo spazi. Vorrei tanto che tornassero ad essere teatri della notte”.
E il pubblico, invece, com’è cambiato?
“Oggi si balla con i telefonini in mano. È una cosa che noto spesso. Quando sono in consolle mi faccio fare una foto e poi chiedo di mettere via il telefono, perché voglio vedere il pubblico, sentire l’energia. Però vedo anche aspetti positivi: si beve meno, c’è più consapevolezza. Le nuove generazioni sono più pulite, più lucide, e per noi artisti è fondamentale”.
"Le discoteche erano mondi, non solo spazi. Vorrei tanto che tornassero ad essere teatri della notte"
Lei è una figura di riferimento per molti giovani Performer e DJ.
“Io continuo ad andare avanti con entusiasmo. Mi affianco a giovani che possano ereditare questo linguaggio. Ho ricevuto richieste da DJ e artisti di tutto il mondo. Credo molto nella trasmissione, nel passaggio di testimone”.
Qual è oggi il messaggio del Principe Maurice?
“Che i sogni si avverano, ma richiedono impegno, sacrificio, passione vera. La vita è fatta di passioni, bisogna avere il coraggio di esprimerle. I miei valori restano libertà, dignità, amore. E oggi più che mai mi sento diaggiungerne un quarto: pace. Perché viviamo tempi di conflitti assurdi...”.
Mestre. Per il codice penale, rischia fino a 18 anni di carcere
MESTRE - Comparirà davanti al giudice il 4 marzo, ha scelto di ricorrere al rito abbreviato, di evitare il dibattimento in aula e, così, di poter accedere a una riduzione di un terzo dell’eventuale pena. Massimiliano Mulas è accusato di violenza sessuale su minore: il 10 aprile aveva seguito una ragazzina di appena 11 anni lungo le vie di Mestre, l’aveva aggredita sulla porta di casa e poi, approfittando proprio dell’ingresso dell’abitazione, aveva abusato di lei. Per il codice penale, rischia fino a 18 anni di carcere.
L’orrore e L’arresto
La terribile vicenda risale allo scorso anno, le indagini erano state condotte dai carabinieri del nucleo investigativo, che hanno ricostruito i movimenti di Mulas anche nei giorni precedenti l’aggressione alla ragazzina. I militari avevano controllato ore di filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza in varie zone della città, fino a individuare il 45enne che si muoveva alle spalle della sua vittima: l’appostamento all’esterno della palestra frequentata dalla undicenne, il tragitto prima in bus e poi in tram fino alla sua abitazione di Mestre nella quale si è consumata la violenza; l’uomo era stato poi riconosciuto dalla ragazzina, ma la sua presenza nell’androne della casa era stata confermata anche grazie al suo marsupio, perso a terra e lì dimenticato, che conteneva il portafogli e i documenti di identità. Quando è stato fermato, Mulas stava con molte probabilità tornando sul posto per recuperare la prova.
La ragazzina, prima di venire aggredita, si era accorta di essere seguita e si era spaventata, tanto da chiamare una sua amica per avere un appoggio lungo la strada. È stata proprio l’amica a dare l’allarme: ha telefonato ai suoi genitori, i quali a loro volta hanno allertato i carabinieri.
A bloccare Mulas, attorno alle 21, circa tre ore dopo la violenza, è stato un carabiniere rientrato di corsa in servizio non appena era stata diramata l’allerta, ancora in abiti civili: «Era agitato, nervoso, continuava a girare avanti e indietro senza una destinazione precisa. Diceva di aver smarrito il marsupio, fermava tutti, chiedeva anche soldi ai passanti», ha spiegato il militare dell’Arma.
Il Perdono, La Perizia
Mulas era stato portato in carcere a Gorizia, nella sezione riservata ai criminali responsabili di crimini a sfondo sessuale - un reparto protetto, per evitare che gli altri detenuti lo aggredissero. Un mese dopo la violenza e l’arresto, a maggio, il 45enne aveva espresso tramite il suo legale la volontà di chiedere scusa alla famiglia della undicenne. «Farà dichiarazioni spontanee davanti al giudice per spiegare cosa è successo nella sua testa, assumendosi comunque tutta la responsabilità» aveva precisato il legale proprio quando aveva anticipato di voler far ricorso all’abbreviato. Mulas, invece, non si sarebbe assunto la responsabilità in relazione al secondo episodio che gli veniva contestato, avvenuto a Cuneo un mese prima dei fatti di Mestre, un altro caso di violenza su minori. «Chiederemo una perizia psichiatrica - ha aggiunto il difensore - All’ospedale di Perugia dove ci sono certificati che attesterebbero problemi di disturbo della personalità borderline». Nel frattempo il quarantacinquenne è stato seguito in carcere: «Non dorme, non riesce a capacitarsi di quello che ha fatto», spiegava l’avvocato.
In un’intervista, Diletta Leotta rivendica la sua passionalità e risponde ai pregiudizi che colpiscono le donne di bell’aspetto e successo. Poi, la frecciata a Mediaset per il flop de La Talpa: “Non sono abituata ai programmi non in diretta”.
Diletta Leotta si racconta in un'intervista, spogliandosi dei panni di giornalista e conduttrice per affrontare temi che spaziano dall'intimità di coppia alle difficoltà di essere una donna "di bella presenza" in un mondo del lavoro ancora intriso di stereotipi. Nel corso di una lunga intervista rilasciata al podcast di Victoria Cabello, la conduttrice non si è sottratta alle domande più personali. Parlando del rapporto con il desiderio e della sua vita matrimoniale, fino alla stoccata a Mediaset per il flop de La Talpa.
"Sono siciliana, a letto sono un vulcano. Mi do la lode". Una dichiarazione audace con cui la conduttrice rivendica con orgoglio il proprio temperamento passionale e la sicurezza nel proprio corpo, allontanando l'idea di dover mantenere un profilo basso quando si parla di sessualità. Ma il cuore della riflessione si è spostato rapidamente su un piano più profondo e sociale. Leotta ha sfogato la frustrazione di chi, per anni, si è sentita "incasellata" esclusivamente per la propria avvenenza, subendo il peso di dover dimostrare il doppio rispetto ai colleghi: "Cosa mi fa più rabbia? Essere sottovalutata. Quando c’è una ragazza carina, vestita bene, allora deve essere messa in una categoria. L’accettazione che una donna anche di bella presenza possa anche saper fare delle cose sta un po’ sul cazzo".
Oggi, però, la maturità le ha permesso di distaccarsi dalle critiche feroci degli haters, per i quali ha ammesso di aver creato dei veri e propri "filtri" social insieme agli amici Jake La Furia e Daniele Battaglia, oscurando parole ed epiteti volgari che spesso affollano i suoi post.
La stoccata a Mediaset dopo La Talpa. Non è mancato un passaggio sulla stagione televisiva appena trascorsa, segnata dal ritorno del realityLa Talpa su Mediaset, un esperimento che non ha ottenuto il successo sperato in termini di share. Leotta, pur avendo profuso grande impegno nel progetto, ha lanciato una frecciatina piuttosto chiara ai vertici dell'azienda sulla gestione del format: "Non sono abituata a programmi non in diretta", ha ammesso, lasciando intendere che la natura registrata e montata dello show possa averne penalizzato l'impatto e la freschezza, impedendo quel contatto immediato con il pubblico che è invece il punto di forza dei suoi impegni su DAZN.