martedì 8 settembre 2026

Claudio Cecchetto: "Radio DEEJAY oggi è molto diversa, chi l'ha comprata aveva altre necessità. Gli 883? La mia paternità rimane per sempre"

Tra la radio e il liscio, Claudio Cecchetto non si ferma mai: l'ultima scommessa del talent scout è rivolta ai social ma guarda sempre al suo primo amore. E, sugli 883, non ha rimpianti


Di passato, di futuro e di intuizioni che cambiano le regole del gioco. Perché se è vero che esistono personaggi che hanno legato il proprio nome alla storia dei media e della musica italiana, Claudio Cecchetto, quella storia, l’ha letteralmente inventata, scritta e rivoluzionata. Talent scout dal fiuto leggendario – l’uomo dietro le carriere di Jovanotti, degli 883, di Fiorello e di un’intera generazione di artisti -, Cecchetto non ha mai amato guardare lo specchietto retrovisore. Anche oggi, con lo sguardo rivolto al futuro, la sua ultima scommessa si chiama Radio Cecchetto, un sistema digitale e "social" costruito come una piattaforma totalmente al servizio dei contenuti degli utenti.

Ma il presente del produttore e conduttore fa tappa anche in Romagna, terra di cui è Visit Ambassador: in concomitanza con l’attesissimo debutto del Festival San Liscio (il 10 settembre a Gatteo Mare), sotto la direzione artistica di Moreno Conficconi, abbiamo intervistato Cecchetto che ci ha concesso una lunga chiacchierata a tutto campo. Dai temi sulla recente serie TV dedicata agli 883 al destino della radio generalista, fino all’avvento della trap e dell’intelligenza artificiale: ecco cosa ci ha raccontato.

Carriera luminosa alle spalle e tanti progetti, ma con un presente che guarda sempre al futuro. Com’è nato il progetto di Radio Cecchetto?
Io non sono nostalgico, però il passato è ciò che ti forma e ti dà le indicazioni per il domani. Con la radio ho dato vita a due network importanti; poi mi sono dedicato anche ad altro, ma la radio resta il mio primo grande amore. È una voce, un’idea che puoi utilizzare per creare qualcosa che senti dentro e che ancora non esiste.

Non ho dato vita a Radio Cecchetto per imitare le emittenti che ho già creato: quelle fanno il loro corso e brillano di luce propria. Sto cercando di fare una radio diversa, allineata con i tempi. Il grande fenomeno degli anni 2000 sono i social, la cui vera differenza rispetto agli altri media è che sono piattaforme a disposizione dei contenuti creati dagli utenti. Sto realizzando una radio che ragioni allo stesso modo, una piattaforma al servizio del pubblico. Se hai voglia di prenderti i famosi cinque minuti di celebrità di Andy Warhol, se hai voglia di esprimerti, io ti do la possibilità di farlo. È un processo lungo, perché le persone sono ancora legate al concetto di radio tradizionale. La mia invece è una "radio social", tanto che sto creando degli spazi chiamati personal radio, affidati a persone che vogliono mettersi alla prova e sperimentare questo mezzo.

A proposito di contenuti digitali, oggi ascoltiamo moltissimi podcast. Citando il tuo passato è impossibile non pensare a Radio DEEJAY: nei prodotti di oggi ritrovi la stessa "fame" che avevate voi in quegli anni o lo scenario attuale è più arido?
Quella dei podcast oggi è una vera e propria moda e solo il tempo farà una selezione naturale. Ora chiunque può aprirne uno. Io sono cresciuto con la radio e la preferisco perché ha una forte componente musicale, una caratteristica che ai podcast manca. Vedo che vanno forte e che molti miei amici li seguono, ma dai podcast dobbiamo trarre un insegnamento: le persone che ascoltano hanno voglia di sapere, di approfondire. Nella mia radio vorrei unire la buona musica a informazioni interessanti, che vadano oltre le notizie di Google che trovi ovunque. I podcast rappresentano un ottimo stimolo per l’evoluzione della radio, ricordandoci che c’è bisogno di contenuti, ma non dobbiamo dimenticare che la radio resta il mezzo più consono per trasmettere la musica.

Pensi quindi che la vecchia FM non morirà mai a favore del digitale?
Tecnicamente la FM spegnerà le frequenze, perché il futuro di tutte le radio è sul web. Ma la radio come mezzo non morirà mai. Ha solo bisogno di continui aggiornamenti e di vivere il presente. E siccome il presente è social, anche le radio devono diventarlo.

Nella Radio DEEJAY di oggi rivedi lo spirito con cui l’hai fondata o la trovi cambiata?
La trovo abbastanza diversa. La mia missione era farla diventare la radio numero uno, la madre di tutte le radio, e ci sono riuscito, anche se oggi le cose sono cambiate. Ho fatto un buon lavoro, se pensi a quanto resiste ancora sul mercato. Anche il brand che ho creato credo sia insuperabile. All’inizio venni molto criticato per quel nome: mi dicevano che chiamare un’emittente "Radio DEEJAY" fosse un controsenso, come battezzare una lavatrice "ferro da stiro". Poi, col tempo, hanno capito quanto quel marchio fosse potente.

Oggi la radio va avanti sulla scia dei miei insegnamenti, ma per come la vedo io avrebbe dovuto continuare a dettare la linea a tutte le altre. Sono dinamiche diverse dalle mie: io sono un direttore artistico, mentre chi l’ha acquistata aveva altre necessità.

Credi che la figura tradizionale del direttore artistico sia superata o è ancora fondamentale per fare della buona radio
Non è affatto superata, serve in ogni settore, persino nei negozi. Il problema è che a volte, oggi, il direttore artistico è poco artistico e molto commerciale.

Rimanendo in tema, come giudichi l’evoluzione del direttore artistico del Festival di Sanremo? Tu lo hai condotto per tre edizioni: com’è cambiato quel ruolo?
Oggi, siccome il volto principale del Festival è il conduttore, la direzione artistica viene generalmente affidata a lui. Un bravo professionista, però, sa che deve circondarsi di persone valide. Si tratta di un vero e proprio staff artistico rappresentato dal conduttore. In RAI, e in particolare a Sanremo, lavora un ottimo gruppo di lavoro già da diversi anni.

Questo "staff giusto", però, a volte non rischia di penalizzare gli artisti in gara a causa di dinamiche e pressioni esterne?
Fare la cosa giusta è sempre difficile: qualunque scelta tu faccia, ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarla. Alla fine contano i risultati, che sono di due tipi. C’è quello immediato, ovvero l’audience, perché ormai siamo abituati a pretendere milioni di telespettatori ogni sera. Poi, dopo qualche mese, arriva il verdetto discografico: si guarda dove sono i brani presentati e se hanno avuto successo. Sono questi ultimi dati a decretare se il Festival sia stato o meno un trionfo.

Quindi sono gli ascoltatori a decidere il successo?
Sicuramente. Io ho sempre lavorato per il pubblico, per gli ascoltatori e per i telespettatori. Devi accontentare loro e intercettare la maggioranza delle persone che ti stanno seguendo.

Dietro al successo di Sanremo, che ormai è un vero e proprio fenomeno di costume, le radio mantengono un ruolo centrale per l’affermazione dei brani?
Sì, hanno ancora un peso importante, anche se oggi dividono la scena con i social, con TikTok e con i Reel di Instagram. Per fortuna, dietro ai social ci sono ancora le persone e non solo gli algoritmi. Se fai la scelta giusta, le persone la recepiscono e la rilanciano, anche per una questione di tendenza. Le radio, comunque, restano fondamentali.

Tu hai visto tantissimi ragazzi diventare grandi artisti, penso a Jovanotti su tutti. Oggi che siamo guidati dagli algoritmi dei social, si riesce ancora a distinguere un fenomeno passeggero da un artista destinato a durare nel tempo?
I talenti puri, quelli che ci fornisce madre natura, emergono sempre. Per fortuna la fabbrica dei talenti non si è esaurita. Magari qualcuno ci mette un po’ più di tempo rispetto a un altro, ma se vali vieni fuori. Il pubblico è sempre a caccia di novità e il talento si riconosce.

A proposito di Jovanotti, in passato lo hai definito "un poeta". A cosa ti riferivi nello specifico?
È un artista completo. È un poeta, e lo si capisce da ciò che scrive, ed è un grande musicista, come dimostrano i suoi dischi. È anche una personalità poliedrica: ogni tanto si diletta nella pittura. Non sarà Rembrandt, ma quello che fa è molto interessante. In radio ho un bellissimo quadro che mi regalò per il mio compleanno tanti anni fa e che continuo ad apprezzare molto.

Quando lo hai scoperto, Lorenzo era diverso da chiunque altro. Tu stesso lo hai definito "scalmanato". Come hai capito che avrebbe lasciato il segno?
È difficile da spiegare. Come dico sempre, ho la caratteristica di annoiarmi facilmente. Quando incontro qualcuno che riesce a catturare la mia attenzione e a mantenerla alta, allora capisco che c’è del talento. Da quando l’ho conosciuto, seguire e ascoltare quello che faceva era talmente stimolante che ho voluto dargli una mano a realizzare ciò che aveva in mente.

Ti faccio una domanda un po’ più particolare sui tuoi talenti, a cui puoi anche non rispondere se preferisci: gli 883.
È un gruppo che ho lanciato perché mi sembrava diverso da tutto ciò che c’era in giro, e l’intuizione si è rivelata giusta. Ricordo che per i primi quattro mesi dall’uscita dell’album nessuna radio voleva trasmetterli, non ci credevano. Ho insistito molto e alla fine i fatti mi hanno dato ragione.

Ti resta più il rammarico per come si è interrotto il rapporto o l’orgoglio per la strada fatta insieme?
I rapporti possono finire e le proprietà possono cambiare, ma le paternità artistiche rimangono per tutta la vita.

Nella recente serie TV, Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, però, sei stato dipinto come una figura un po’ rigida, quasi contraria a produrli perché venivano dalla provincia. Non è andata esattamente al contrario?
Esattamente, è l’opposto. Come dice il titolo stesso, hanno raccontato "la leggenda", ma la verità è un’altra. Li ho scelti proprio perché venivano dalla provincia, da Pavia. L’importante è che le cose siano andate bene.

Tu hai inventato tappe fondamentali dell’intrattenimento come Radio DEEJAY e Deejay Television. Perché oggi la televisione generalista fatica così tanto a parlare ai giovani?
Perché chi fa la televisione oggi non pensa a loro. Ho creato Deejay Television perché avevo firmato con Canale 5 e c’era un editore illuminato come Berlusconi che mi ha dato fiducia. All’epoca avevo meno di trent’anni. Se non si dà spazio e fiducia ai giovani, non possiamo pensare di intercettarli. Bisognerebbe chiedere direttamente ai vertici della televisione attuale perché li escludano dai loro pensieri.

Manca forse un appuntamento cult come il Festivalbar? Oggi la musica in TV sembra quasi penalizzata e si vive molto di nostalgia.
Manca il Festivalbar, ma ci sono i suoi eredi spirituali, come Battiti Live, i Tim Summer Hits e altre rassegne estive. La differenza è che all’epoca il Festivalbar era un punto di riferimento unico che concentrava il meglio della musica. Oggi i talenti sono frammentati e, se guardi i programmi musicali, ruotano sempre intorno ai soliti nomi.

Da come parli, comunque, non sembri affatto un nostalgico.
No, assolutamente. Ricordo il passato con piacere perché è da lì che è partito tutto – lo stesso modello dei vari Battiti Live e dell’estate in musica nasce dal Festivalbar -, ma non guardo indietro con malinconia.

Cambiamo completamente prospettiva. Di recente ho intervistato Moreno Conficconi, direttore artistico di "San Liscio" (in programma il 10 settembre a Gatteo Mare). Lui guarda molto all’Europa e alla world music. Com’è nata la tua scommessa sul liscio?
Da quattro anni sono Visit Ambassador per la Romagna, quindi vengo spesso interpellato per valorizzare il territorio. La Romagna ha una forte identità musicale, un po’ come Napoli: la musica napoletana nasce in un luogo specifico ma è considerata patrimonio della musica italiana nel mondo. La Romagna ha questo sound unico e inconfondibile che è il liscio.

Visto il successo che riscuote in tutta Italia – perché ormai ha superato i confini regionali ed è fortissimo in Piemonte, Veneto e Lombardia attraverso le balere -, l’obiettivo è portarlo all’estero. La Romagna vive di turismo ed è importante attrarre pubblico internazionale, mostrando che siamo una Terra in cui ci si diverte. E ballare è la cosa più divertente del mondo.

Credi che possa diventare un brand internazionale? Moreno è davvero ottimista a riguardo.
Sicuramente. Vogliamo uscire dall’Italia e il genere ha tutte le carte in regola per farcela. Lo si nota dai turisti stranieri: quando assistono a una serata di liscio, si divertono moltissimo.

Il pubblico è cambiato nel tempo o l’approccio al liscio è rimasto lo stesso?
Il pubblico è cambiato e oggi ci sono molti giovani che si stanno avvicinando. Il liscio è un ballo impegnativo e faticoso, ma ai ragazzi piace ballare. Il vero cambiamento ce lo aspettiamo da loro, proprio come è successo in tutto il mondo della danza. Un tempo i ballerini ripetevano sempre le stesse sequenze; oggi si muovono in modi completamente diversi. È un’evoluzione che avevo intuito negli anni Ottanta con la Crazy Gang...

Ricordo.
Ecco, vedendo quel gruppo diretto da Mustafà a Roma capii dove saremmo arrivati oggi. Anche il liscio ha bisogno di un upgrade, e questa evoluzione può nascere solo dalla fantasia delle nuove generazioni.

Questa evoluzione del ballo è merito della televisione o si tratta di una percezione errata?
La televisione ha un grandissimo merito perché amplifica e diffonde i fenomeni. Se mostri qualcosa a un pubblico vasto, è molto probabile che nascano degli imitatori. Vale il vecchio detto: la pubblicità è l’anima del commercio, e la TV fa pubblicità a ciò che trasmette.

Parlando sempre di giovani e dell’anima dirompente della Romagna: pensi che l’avvento dell’intelligenza artificiale possa spegnere la creatività musicale di una realtà come quella o rappresenti una nuova opportunità?
Faccio sempre l’esempio della calcolatrice. Quando ero a scuola, un giorno la professoressa di matematica si presentò in classe con l’aria affranta dicendo: "Purtroppo hanno inventato la calcolatrice". Io, al contrario, ne fui felice. I calcoli servono per arrivare a un risultato, che sia risolvere un problema o progettare un ponte, e la calcolatrice accelera solo quel processo.

L’intelligenza artificiale per me è la stessa cosa: uno strumento, come lo è stato il computer, che ti permette di raggiungere più velocemente i tuoi obiettivi. L’IA va sempre guidata dall’uomo. Se poi un giorno l’uomo creerà macchine più intelligenti di lui capaci di superarlo, si vedrà, ma non credo accadrà. Mi sono sempre appoggiato alla tecnologia per ottimizzare il mio lavoro e sono felice di averlo fatto.

Quindi la accogli positivamente?
Sì, ma sempre con attenzione. Se la ignoriamo rischiamo di non saperla gestire, se invece la studiamo e la mettiamo al nostro servizio diventa una risorsa straordinaria.

Cosa pensi, sinceramente, della scena trap e urban attuale?
Penso che ogni generazione debba avere la musica che la rappresenta. Non possiamo pretendere che i giovani ascoltino i Led Zeppelin; va benissimo farlo, ma i ragazzi hanno bisogno di qualcosa che sentano come proprio. Questa musica appartiene a loro. Nella mia carriera ne ho viste di tutti i colori, ma so che la musica non è statica e può sorprenderti da un momento all’altro. Per me va benissimo così: i grandi classici restano immutati nel tempo e fungono da ispirazione per i generi del futuro. Sono aperto alle novità e non sono un nostalgico.

Sei fiducioso, quindi, per il futuro del settore?
Molto. L’unica differenza rispetto al passato è che un tempo fare un concerto allo stadio era un evento eccezionale, mentre oggi ci riescono tutti.

Come mai, secondo te? È una scelta degli artisti o sono spinti dal mercato?
Un tempo c’era il culto del disco fisico. Oggi, con lo streaming, è svanito il concetto di possesso della copia. Di conseguenza, il budget che prima il pubblico spendeva per l’acquisto della musica viene investito per vivere l’emozione collettiva di un concerto dal vivo.

La musica oggi si gioca soprattutto sulla dimensione live?
Sì, ma in fondo è sempre stato così. La musica è nata per fare festa, per riunire le persone in piazza.

Per intrattenere e divertire.
Esatto, assolutamente.

Un’ultima domanda prima di lasciarti andare. Hai rivoluzionato la radio, la TV e la discografia: c’è un’ultima idea nel cassetto o ti ritieni soddisfatto?
La mia ultima scommessa editoriale è proprio Radio Cecchetto. Sto concentrando tutte le mie energie su questo progetto. È uno spazio mio, libero dalle rigide regole del mercato, che mi servirà per sperimentare e capire cosa poter fare domani che non sia ancora stato fatto.

Fonte: Libero.it

In Ucraina spunta l'ipotesi di legalizzare il porno per finanziare la guerra

Il Parlamento valuta di trasformare in un settore legale e tassabile un mercato già molto redditizio: secondo i promotori, potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a 25 milioni di dollari l’anno. Non sufficienti a svoltare il corso del conflitto, ma abbastanza per finanziare annualmente l'acquisto di 30mila droni


In Ucraina la pornografia è un reato: non solo la produzione e la distribuzione, ma anche il possesso di materiale pornografico può essere punito. E anche i "creator" che realizzano contenuti per piattaforme come OnlyFans rischiano fino a 7 anni di carcere. Ma la guerra sta prosciugando sempre più le finanze del Paese, nonostante il sostegno economico e militare degli alleati occidentali: proprio ieri il presidente Volodymyr Zelensky ha spiegato che il conflitto, probabilmente, continuerà anche durante l'inverno. Così, per aumentare le risorse a disposizione della Difesa, in Parlamento è allo studio una proposta che punta a legalizzare la pornografia. E a trasformare in gettito fiscale un'industria che oggi opera in gran parte nell'economia sommersa.

Quanto vale l'industria del porno in Ucraina
Il punto di partenza della proposta è che il mercato esiste già ed è tutt'altro che marginale. Secondo i dati ottenuti dalle autorità fiscali ucraine dalla britannica Fenix International, società madre di OnlyFans, nel solo 2023 7.900 ucraini hanno incassato più di 131 milioni di dollari attraverso la piattaforma. Una cifra che fotografa soltanto una parte dell'industria e che ha attirato l'attenzione del Fisco di Kiev, che, dopo aver letto quei dati, ha iniziato a chiedere ai creator di dichiarare i loro guadagni. Il problema è che, nell'attuale quadro legislativo, dichiarare il reddito derivante dalla produzione di contenuti pornografici espone al rischio di essere processati per pornografia.

Una contraddizione che è al centro della proposta sostenuta da Yaroslav Zhelezniak, deputato dell'opposizione e presidente della commissione Finanze del Parlamento ucraino. "Queste donne o non pagano le tasse e affrontano accuse penali per questo, oppure pagano le tasse e vengono accusate di aver violato le leggi sulla pornografia", ha spiegato al Wall Street Journal. "È una situazione tragicomica".

Trentamila droni dalle tasse sul porno
La legalizzazione avrebbe quindi innanzitutto un obiettivo economico: portare alla luce un'attività che già produce reddito e sottoporla a un regime fiscale regolare. Zhelezniak stima che la legalizzazione potrebbe generare fino a 25 milioni di dollari l'anno di entrate fiscali. Un gettito decisamente modesto rispetto alle dimensioni del bilancio di guerra, ma non irrilevante in un Paese sottoposto a una pressione finanziaria enorme.

L'Ucraina stima infatti in circa 120 miliardi di dollari l'anno il fabbisogno per la Difesa. I 25 milioni che potrebbero arrivare dalla tassazione dell'industria pornografica rappresenterebbero quindi una frazione minima di quella cifra. Ma secondo Zhelezniak potrebbe comunque aiutare. Quel gettito, secondo le sue stime, sarebbe ad esempio sufficiente a finanziare "circa 30mila droni" per le forze ucraine.

Non si tratta dunque di una soluzione ai problemi finanziari dell'Ucraina, ma della possibilità di recuperare risorse che possano contribuire allo sforzo bellico da un settore che oggi genera profitti senza poter operare apertamente. E che, proprio per questo, alimenta anche un sistema di evasione e corruzione.

Un mercato che alimenta anche la corruzione
Per anni, infatti, le autorità ucraine hanno di fatto tollerato l'esistenza di un'industria clandestina molto redditizia. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, alcuni dei maggiori studi pornografici del Paese hanno potuto operare grazie a rapporti con esponenti corrotti delle forze dell'ordine.

Un'indagine recente ha fatto emergere anche la dimensione del fenomeno. A maggio, l'ufficio del procuratore generale ucraino ha riferito che dipartimenti di polizia di tre diverse regioni ricevevano ciascuno più di 20mila dollari al mese in tangenti.

Le creator che lasciano l'Ucraina
Nel frattempo, il divieto ha prodotto anche un altro effetto economico: alcune delle persone che lavorano nel settore hanno scelto di trasferirsi all'estero. Centinaia di creator di OnlyFans hanno lasciato l'Ucraina oppure lavorano dall'estero per evitare il rischio di conseguenze penali. Una delle destinazioni citate dal WSJ è la Georgia, dove si è formata una comunità di creator ucraine che continuano a guadagnare attraverso le piattaforme online.

E questo, per Kiev, significa perdere una parte del possibile gettito fiscale. I redditi prodotti dalle creator che si trasferiscono all'estero finiscono infatti, almeno in parte, per alimentare i sistemi fiscali dei Paesi in cui scelgono di operare.

Le storie di Svitlana e Iryna
Le vicende di Svitlana Dvornikova e Iryna Mosiychuk raccontano concretamente il valore di questo mercato. La Dvornikova, che vive vicino alla linea del fronte e ha circa un milione di iscritti su OnlyFans, ha raccontato al Wall Street Journal di essere stata sottoposta a una perquisizione: la polizia le avrebbe sequestrato circa 200mila dollari in contanti e proposto di consegnarne metà come tangente.

La Mosiychuk, ex cameriera, gestisce invece a Leopoli una società formalmente registrata come consulenza, che ospita studi per webcam. Le sue modelle guadagnano tra 2mila e 7mila dollari al mese e lei sostiene di pagare circa 5mila dollari di tasse ogni mese. E secondo la maitresse, con la legalizzazione il suo contributo fiscale potrebbe aumentare di venti volte.

La proposta di legge attende la seconda lettura
In questo quadro si inserisce il progetto di legge sostenuto da Zhelezniak, che ha già superato la prima lettura in Parlamento a luglio e ora attende la seconda. E se venisse approvata, i 25 milioni di dollari potenzialmente ricavabili dalla legalizzazione del porno non sarebbero certo in grado da soli di imprimere una svolta alla sorte della guerra. Ma, secondo i promotori, sarebbero un contributo importante.

Fonte: Tgsky24.it

lunedì 7 settembre 2026

Femminicidio in A1, il messaggio dell'ex alla madre di Lorena: "È finita, tua figlia è morta"

Prima della tragedia, Lorena è riuscita a chiamare la polizia dal bagagliaio: "Mi ha rapita, mi vuole uccidere"


Federico Vella è sul ciglio del cavalcavia dell'A1, sotto di lui il vuoto: ha appena gettato la sua ex, Lorena Isceri, togliendole la vita. Prima di buttarsi a sua volta sente il bisogno di scrivere un messaggio alla madre di Lorena, perché deve saperlo: "È finita, tua figlia è morta". Non è casuale: quando la relazione tra i due finì, Vella cercò in tutti i modi di riavvicinarsi a Lorena, anche messaggiando e chiamando la madre di lei che più volte aveva chiesto di non essere più contattata.

La ricostruzione
Secondo le prime indagini Lorena lasciò Federico dopo aver scoperto un presunto tradimento. Vella cercò con ogni mezzo di tornare insieme a lei, fino al punto in cui Lorena, spaventata, tornò a Squinzano per le vacanze, nella sua casa natale in Puglia. Lo hanno detto anche i suoi parenti: Lorena aveva paura di Federico, ma non voleva denunciarlo per non rovinargli la vita. È nel luogo in cui Lorena doveva sentirsi più al sicuro che è iniziato tutto: nella sua casa di Rifredi, precisamente nel garage. Vella l'avrebbe aggredita con l'intenzione di rapirla. Con sé, infatti, portava fascetteforbici e un lenzuolo, quanto basta ai pm per ipotizzare che il delitto fosse premeditato. Una volta legata, Lorena è stata caricata nel bagagliaio della sua auto. Mentre Vella la sta trasportando verso il cavalcavia dell'A1, riesce a raggiungere il suo telefono di servizio nello zaino: manda prima un vocale ad un amico in cerca di aiuto, poi chiama la polizia: "Mi ha rapito, mi vuole uccidere".

Prima di gettare Lorena dal cavalcavia, Vella l'avrebbe aggredita ancora una volta ma non l'avrebbe uccisa. Secondo gli investigatori, la donna era priva di sensi ma ancora viva quando è stata lanciata nel vuoto. Una volta arrivate sul posto, le forze dell'ordine hanno trovato Federico sul ciglio del cavalcavia: non vuole essere avvicinato, come testimoniato dalle immagini degli agenti e nessuna trattativa riuscirà a farlo desistere da quello che ha già deciso di fare. Dopo aver scritto alla madre di Lorena decide di chiamare la sua: non si sa cosa si siano detti, ma poco dopo la madre ha chiamato la polizia denunciando Federico: "Mi ha chiamato mio figlio e mi ha detto che ha ucciso la sua ex fidanzata" ha detto la donna al telefono.

Fonte: Tgsky24.it

Firenze, scambio di salme all'obitorio, uomo cremato per errore: funerale annullato

La salma di Leonardo Bonazzi, 87 anni, è stata scambiata con quella di una donna e cremata per errore: la famiglia lo ha scoperto pochi minuti prima del funerale


Era tutto pronto per dare l'ultimo saluto a Leonardo, 87 anni. Parenti, amici e conoscenti erano già arrivati nella chiesa di San Francesco e Santa Chiara a Montughi, a Firenze, dove sarebbe dovuta iniziare la cerimonia funebre, ma pochi minuti dall’inizio della messa, è arrivata una telefonata destinata a cambiare completamente quella giornata. Il figlio ha appreso a pochi minuti dall'inizio della funzione funebre che la salma del padre sarebbe stata confusa all'obitorio di Careggi con quella di un'altra persona, una donna, e avviata alla cremazione e l'errore è stato scoperto quando ormai il corpo dell'87enne era già stato cremato.

Come riporta La Nazione, dopo la scoperta sono state avviate le verifiche per ricostruire le diverse fasi della vicenda. Secondo quanto ricostruito dalla famiglia, alla base dell'accaduto ci sarebbe uno scambio tra due salme destinate a cerimonie differenti. Il corpo di Leonardo sarebbe stato associato alla procedura prevista per la donna e, senza che l'identità venisse verificata correttamente, sarebbe stato portato alla cremazione. Le ceneri dell'uomo sono state, quindi, trasferite al Tempio Crematorio di Trespiano, dove sarebbero rimaste custodite. Un particolare rende la vicenda ancora più drammatica: l'urna riporterebbe ancora il nome della donna alla quale, secondo la ricostruzione, era destinata.

La famiglia chiede di individuare i responsabili
I familiari di Leonardo hanno deciso di rivolgersi a un legale perché non ha potuto rivederlo e celebrare il funerale. Non vengono escluse iniziative sia sul piano civile sia su quello penale. La richiesta è quella di fare chiarezza e stabilire come sia stato possibile arrivare a uno scambio di salme senza che l’identità venisse verificata correttamente nelle varie fasi. La famiglia chiede, inoltre, al Comune di Firenze di accertare eventuali responsabilità e di intervenire qualora emergessero comportamenti o procedure non rispettate.

L'atto di morte conterrebbe un errore
Alla vicenda dello scambio delle salme si aggiunge un altro elemento contestato dai familiari. Nel certificato o attestato relativo alla morte di Leonardo sarebbe stata indicata una data di decesso non corretta. Un'ulteriore circostanza che, secondo la famiglia, rende necessario ricostruire con precisione l’intera sequenza degli eventi e capire dove si siano verificati gli errori.

Fonte: Tgsky24.it

Swami Novelli, scomparsa da Cesano una settimana fa. «Forse è a Roma, i familiari temono sia in difficoltà»

È alta circa 165 centimetri, pesa intorno ai 45 chili ed ha una corporatura minuta. I capelli sono castano scuro, di media lunghezza. Per un eventuale riconoscimento i genitori hanno descritto diversi tatuaggi presenti su entrambe le braccia


Si chiama Swami Novelli, ha 22 anni ed è scomparsa da Cesano il primo settembre, ormai una settimana fa, intorno alle 21.30. E da quel momento non si hanno più notizie. I familiari, che non riescono a mettersi in contatto con lei, temono che possa essere in difficoltà e ne hanno denunciato la scomparsa, autorizzando la diffusione della foto per aiutare le ricerche. Secondo una ricostruzione dei suoi movimenti, potrebbe essere a Roma, e in particolare l'attenzione si sta concentrando sulla stazione Termini, sul Quarticciolo e su Rebibbia. Ricerche anche sui mezzi di trasporto pubblico locale e i presidi ospedalieri del territorio.

La descrizione: ha diversi tatuaggi
Swami è alta circa 165 centimetri, pesa intorno ai 45 chili ed ha una corporatura minuta. I capelli sono castano scuro, di media lunghezza. Per un eventuale riconoscimento i genitori hanno descritto diversi tatuaggi presenti su entrambe le braccia, composti da scritte, date e frasi. Sull'avambraccio sinistro ha una rappresentazione floreale con una rosa che lo avvolge interamente. A supporto della famiglia e nelle attività di rintraccio sono attive le associazioni Penelope Lazio Odv e il Comitato Scientifico Ricerca Scomparsi Odv.

domenica 6 settembre 2026

Nitazeni, l’ombra letale delle nuove droghe: potentissimi, imprevedibili e difficili da contrastare

Sono oppioidi sintetici estremamente potenti, spesso nascosti in pillole contraffatte. Il pericolo più immediato è l’overdose, mentre l’uso ripetuto può favorire dipendenza e gravi conseguenze sull’organismo


Hanno un nome ancora poco conosciuto al grande pubblico, ma stanno attirando sempre più l’attenzione delle autorità sanitarie europee. Sono i nitazeniuna famiglia di oppioidi sintetici estremamente potenti, comparsa con crescente frequenza nei mercati illegali negli ultimi anni.

Agiscono sui recettori μ-oppioidi, gli stessi coinvolti negli effetti di morfina, eroina e fentanyl. Alcuni nitazeni possono essere molto più potenti della morfina e, per determinati composti, sono state riportate potenze superiori anche a quelle del fentanyl. Questa caratteristica rende difficile prevedere gli effetti di una sostanza acquistata sul mercato illecito. (Agenzia Europea sulle Droghe)

Il pericolo più grande: smettere di respirare
La principale emergenza associata ai nitazeni è la depressione respiratoria. Queste sostanze rallentano l’attività del sistema nervoso centrale e possono ridurre progressivamente frequenza e profondità della respirazione.

Nei casi più gravi, la persona può perdere conoscenza e arrivare all’arresto respiratorio e alla morte. Il rischio è particolarmente elevato nelle persone che non hanno sviluppato tolleranza agli oppioidi e aumenta quando i nitazeni vengono associati ad altre sostanze che deprimono il sistema nervoso centrale. (Agenzia Europea sulle Droghe)

A rendere il quadro ancora più preoccupante è la presenza di nitazeni in compresse contraffatte, prodotte per imitare farmaci come ossicodone o diazepam. Chi le assume può quindi non sapere quale sostanza stia realmente assumendo. (Agenzia Europea sulle Droghe)

Dipendenza e tolleranza: il rischio dell’uso ripetuto
Il pericolo non si esaurisce nell’overdose. Come altri oppioidi potenti, i nitazeni possono provocare tolleranza, dipendenza fisica e disturbo da uso di oppioidi. Con l’assunzione ripetuta, l’organismo si adatta alla sostanza e può diventare necessario assumerne di più per ottenere effetti simili.

Quando l’assunzione viene interrotta possono comparire agitazione, ansia, dolori muscolari, sudorazione, disturbi gastrointestinali, insonnia e un forte desiderio di assumere nuovamente la sostanza. Si può così instaurare un circolo difficile da interrompere: la droga viene assunta non soltanto per ricercarne gli effetti, ma anche per evitare i sintomi dell’astinenza.

Per i nitazeni, la dimensione precisa del rischio di dipendenza e le conseguenze nel lungo periodo devono ancora essere studiate. L’EUDA ritiene comunque probabile che presentino rischi cronici simili a quelli degli altri oppioidi, compresa la dipendenza. (Agenzia Europea sulle Droghe)

Cosa può succedere all’organismo nel lungo periodo?
È proprio sugli effetti a distanza di anni che le conoscenze scientifiche presentano le maggiori lacune. Non disponiamo ancora di studi epidemiologici sufficientemente ampi per descrivere con precisione tutti gli effetti a lungo termine dei nitazeni sull’uomo. Le informazioni disponibili derivano soprattutto da casi di intossicazione, studi tossicologici e conoscenze relative agli altri oppioidi.

Questi ultimi offrono comunque indicazioni importanti. L’uso prolungato di oppioidi è stato associato a stitichezza e altri disturbi gastrointestinali, alterazioni endocrine, problemi respiratori durante il sonno, complicanze cardiovascolari, maggiore vulnerabilità alle infezioni, fratture e aumento del rischio di overdose. Sono stati descritti anche effetti sul sistema nervoso e sulla regolazione ormonale. (PubMed)

Non sarebbe però corretto attribuire automaticamente ai nitazeni tutti questi effetti come se fossero già dimostrati. La loro diffusione relativamente recente rende difficile seguire per anni un numero sufficiente di consumatori e distinguere gli effetti della singola sostanza da quelli provocati da altre droghe assunte contemporaneamente.

Overdose: un rischio difficile da prevedere
La potenza di alcuni nitazeni rende l’overdose una delle principali preoccupazioni sanitarie. Il problema è aggravato dal fatto che la composizione dei prodotti presenti sul mercato illecito può essere incerta.

Una revisione pubblicata nel 2025 ha analizzato i dati disponibili sui casi di overdose da nitazeni, evidenziando la scarsità delle informazioni cliniche. Nei casi esaminati sono state utilizzate quantità variabili di naloxone e molti pazienti hanno richiesto il ricovero. Gli autori sottolineano l’elevata potenza e l’imprevedibilità di queste sostanze. (PubMed)

La naloxone, antagonista degli oppioidi, può contrastare la depressione respiratoria ed è uno strumento fondamentale nella gestione dell’overdose. Alcune intossicazioni da nitazeni hanno però richiesto somministrazioni ripetute e un monitoraggio prolungato. (PubMed)

Un problema sempre più europeo
Il fenomeno non riguarda più soltanto pochi mercati locali. Secondo l’EUDA, negli ultimi cinque anni tre quarti degli Stati membri dell’Unione europea hanno segnalato almeno un nitazene. Nel 2024, dieci Paesi hanno sequestrato complessivamente oltre 50.000 compresse contenenti queste sostanze, più del doppio rispetto alle circa 23.000 del 2023. (Agenzia Europea sulle Droghe)

In diversi Paesi europei sono stati inoltre osservati episodi di intossicazione e decessi. L’EUDA ha documentato casi in Irlanda, Francia, Germania e Svezia. In Lettonia, i nitazeni sono stati identificati in una quota molto elevata dei decessi correlati alle droghe registrati nel 2023. (Agenzia Europea sulle Droghe)

Questi dati aiutano a comprendere perché le autorità sanitarie considerino i nitazeni una minaccia emergente: non si tratta più soltanto di una curiosità del mercato delle nuove sostanze psicoattive, ma di un fenomeno che ha già prodotto conseguenze sanitarie concrete in diversi Paesi.

La vera incognita è il futuro
I nitazeni rappresentano quindi una minaccia su più fronti: l’overdose può essere improvvisa e letale, mentre l’uso ripetuto può favorire dipendenza e comportare conseguenze croniche. A questo si aggiunge la rapidità con cui il mercato introduce nuove molecole.

Alla fine del 2024 erano stati identificati in Europa 22 diversi analoghi dei nitazeni e continuano a comparire nuove sostanze. Per molte di esse le informazioni farmacologiche e tossicologiche sono ancora limitate. (PubMed)

Non è quindi necessario attendere decenni di studi per riconoscere la pericolosità di queste sostanze. Elevata potenza, composizione spesso incerta dei prodotti venduti illegalmente e rischio di depressione respiratoria fanno dei nitazeni una delle emergenze più preoccupanti nel panorama delle nuove droghe sintetiche.

La prudenza scientifica è però altrettanto importante: conoscere ancora poco gli effetti a lungo termine non significa che siano innocui, ma nemmeno consente di attribuire loro danni che non siano stati ancora dimostrati. Per ora, le evidenze più solide indicano soprattutto un rischio elevato di intossicazione grave, overdose e dipendenza, mentre la ricerca dovrà chiarire nei prossimi anni l’intero impatto dell’esposizione cronica.