Tra la radio e il liscio, Claudio Cecchetto non si ferma mai: l'ultima scommessa del talent scout è rivolta ai social ma guarda sempre al suo primo amore. E, sugli 883, non ha rimpianti
Di passato, di futuro e di intuizioni che cambiano le regole del gioco. Perché se è vero che esistono personaggi che hanno legato il proprio nome alla storia dei media e della musica italiana, Claudio Cecchetto, quella storia, l’ha letteralmente inventata, scritta e rivoluzionata. Talent scout dal fiuto leggendario – l’uomo dietro le carriere di Jovanotti, degli 883, di Fiorello e di un’intera generazione di artisti -, Cecchetto non ha mai amato guardare lo specchietto retrovisore. Anche oggi, con lo sguardo rivolto al futuro, la sua ultima scommessa si chiama Radio Cecchetto, un sistema digitale e "social" costruito come una piattaforma totalmente al servizio dei contenuti degli utenti.
Ma il presente del produttore e conduttore fa tappa anche in Romagna, terra di cui è Visit Ambassador: in concomitanza con l’attesissimo debutto del Festival San Liscio (il 10 settembre a Gatteo Mare), sotto la direzione artistica di Moreno Conficconi, abbiamo intervistato Cecchetto che ci ha concesso una lunga chiacchierata a tutto campo. Dai temi sulla recente serie TV dedicata agli 883 al destino della radio generalista, fino all’avvento della trap e dell’intelligenza artificiale: ecco cosa ci ha raccontato.
Carriera luminosa alle spalle e tanti progetti, ma con un presente che guarda sempre al futuro. Com’è nato il progetto di Radio Cecchetto?
Io non sono nostalgico, però il passato è ciò che ti forma e ti dà le indicazioni per il domani. Con la radio ho dato vita a due network importanti; poi mi sono dedicato anche ad altro, ma la radio resta il mio primo grande amore. È una voce, un’idea che puoi utilizzare per creare qualcosa che senti dentro e che ancora non esiste.
Non ho dato vita a Radio Cecchetto per imitare le emittenti che ho già creato: quelle fanno il loro corso e brillano di luce propria. Sto cercando di fare una radio diversa, allineata con i tempi. Il grande fenomeno degli anni 2000 sono i social, la cui vera differenza rispetto agli altri media è che sono piattaforme a disposizione dei contenuti creati dagli utenti. Sto realizzando una radio che ragioni allo stesso modo, una piattaforma al servizio del pubblico. Se hai voglia di prenderti i famosi cinque minuti di celebrità di Andy Warhol, se hai voglia di esprimerti, io ti do la possibilità di farlo. È un processo lungo, perché le persone sono ancora legate al concetto di radio tradizionale. La mia invece è una "radio social", tanto che sto creando degli spazi chiamati personal radio, affidati a persone che vogliono mettersi alla prova e sperimentare questo mezzo.
A proposito di contenuti digitali, oggi ascoltiamo moltissimi podcast. Citando il tuo passato è impossibile non pensare a Radio DEEJAY: nei prodotti di oggi ritrovi la stessa "fame" che avevate voi in quegli anni o lo scenario attuale è più arido?
Quella dei podcast oggi è una vera e propria moda e solo il tempo farà una selezione naturale. Ora chiunque può aprirne uno. Io sono cresciuto con la radio e la preferisco perché ha una forte componente musicale, una caratteristica che ai podcast manca. Vedo che vanno forte e che molti miei amici li seguono, ma dai podcast dobbiamo trarre un insegnamento: le persone che ascoltano hanno voglia di sapere, di approfondire. Nella mia radio vorrei unire la buona musica a informazioni interessanti, che vadano oltre le notizie di Google che trovi ovunque. I podcast rappresentano un ottimo stimolo per l’evoluzione della radio, ricordandoci che c’è bisogno di contenuti, ma non dobbiamo dimenticare che la radio resta il mezzo più consono per trasmettere la musica.
Pensi quindi che la vecchia FM non morirà mai a favore del digitale?
Tecnicamente la FM spegnerà le frequenze, perché il futuro di tutte le radio è sul web. Ma la radio come mezzo non morirà mai. Ha solo bisogno di continui aggiornamenti e di vivere il presente. E siccome il presente è social, anche le radio devono diventarlo.
Nella Radio DEEJAY di oggi rivedi lo spirito con cui l’hai fondata o la trovi cambiata?
La trovo abbastanza diversa. La mia missione era farla diventare la radio numero uno, la madre di tutte le radio, e ci sono riuscito, anche se oggi le cose sono cambiate. Ho fatto un buon lavoro, se pensi a quanto resiste ancora sul mercato. Anche il brand che ho creato credo sia insuperabile. All’inizio venni molto criticato per quel nome: mi dicevano che chiamare un’emittente "Radio DEEJAY" fosse un controsenso, come battezzare una lavatrice "ferro da stiro". Poi, col tempo, hanno capito quanto quel marchio fosse potente.
Oggi la radio va avanti sulla scia dei miei insegnamenti, ma per come la vedo io avrebbe dovuto continuare a dettare la linea a tutte le altre. Sono dinamiche diverse dalle mie: io sono un direttore artistico, mentre chi l’ha acquistata aveva altre necessità.
Credi che la figura tradizionale del direttore artistico sia superata o è ancora fondamentale per fare della buona radio
Non è affatto superata, serve in ogni settore, persino nei negozi. Il problema è che a volte, oggi, il direttore artistico è poco artistico e molto commerciale.
Rimanendo in tema, come giudichi l’evoluzione del direttore artistico del Festival di Sanremo? Tu lo hai condotto per tre edizioni: com’è cambiato quel ruolo?
Oggi, siccome il volto principale del Festival è il conduttore, la direzione artistica viene generalmente affidata a lui. Un bravo professionista, però, sa che deve circondarsi di persone valide. Si tratta di un vero e proprio staff artistico rappresentato dal conduttore. In RAI, e in particolare a Sanremo, lavora un ottimo gruppo di lavoro già da diversi anni.
Questo "staff giusto", però, a volte non rischia di penalizzare gli artisti in gara a causa di dinamiche e pressioni esterne?
Fare la cosa giusta è sempre difficile: qualunque scelta tu faccia, ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarla. Alla fine contano i risultati, che sono di due tipi. C’è quello immediato, ovvero l’audience, perché ormai siamo abituati a pretendere milioni di telespettatori ogni sera. Poi, dopo qualche mese, arriva il verdetto discografico: si guarda dove sono i brani presentati e se hanno avuto successo. Sono questi ultimi dati a decretare se il Festival sia stato o meno un trionfo.
Quindi sono gli ascoltatori a decidere il successo?
Sicuramente. Io ho sempre lavorato per il pubblico, per gli ascoltatori e per i telespettatori. Devi accontentare loro e intercettare la maggioranza delle persone che ti stanno seguendo.
Dietro al successo di Sanremo, che ormai è un vero e proprio fenomeno di costume, le radio mantengono un ruolo centrale per l’affermazione dei brani?
Sì, hanno ancora un peso importante, anche se oggi dividono la scena con i social, con TikTok e con i Reel di Instagram. Per fortuna, dietro ai social ci sono ancora le persone e non solo gli algoritmi. Se fai la scelta giusta, le persone la recepiscono e la rilanciano, anche per una questione di tendenza. Le radio, comunque, restano fondamentali.
Tu hai visto tantissimi ragazzi diventare grandi artisti, penso a Jovanotti su tutti. Oggi che siamo guidati dagli algoritmi dei social, si riesce ancora a distinguere un fenomeno passeggero da un artista destinato a durare nel tempo?
I talenti puri, quelli che ci fornisce madre natura, emergono sempre. Per fortuna la fabbrica dei talenti non si è esaurita. Magari qualcuno ci mette un po’ più di tempo rispetto a un altro, ma se vali vieni fuori. Il pubblico è sempre a caccia di novità e il talento si riconosce.
A proposito di Jovanotti, in passato lo hai definito "un poeta". A cosa ti riferivi nello specifico?
È un artista completo. È un poeta, e lo si capisce da ciò che scrive, ed è un grande musicista, come dimostrano i suoi dischi. È anche una personalità poliedrica: ogni tanto si diletta nella pittura. Non sarà Rembrandt, ma quello che fa è molto interessante. In radio ho un bellissimo quadro che mi regalò per il mio compleanno tanti anni fa e che continuo ad apprezzare molto.
Quando lo hai scoperto, Lorenzo era diverso da chiunque altro. Tu stesso lo hai definito "scalmanato". Come hai capito che avrebbe lasciato il segno?
È difficile da spiegare. Come dico sempre, ho la caratteristica di annoiarmi facilmente. Quando incontro qualcuno che riesce a catturare la mia attenzione e a mantenerla alta, allora capisco che c’è del talento. Da quando l’ho conosciuto, seguire e ascoltare quello che faceva era talmente stimolante che ho voluto dargli una mano a realizzare ciò che aveva in mente.
Ti faccio una domanda un po’ più particolare sui tuoi talenti, a cui puoi anche non rispondere se preferisci: gli 883.
È un gruppo che ho lanciato perché mi sembrava diverso da tutto ciò che c’era in giro, e l’intuizione si è rivelata giusta. Ricordo che per i primi quattro mesi dall’uscita dell’album nessuna radio voleva trasmetterli, non ci credevano. Ho insistito molto e alla fine i fatti mi hanno dato ragione.
Ti resta più il rammarico per come si è interrotto il rapporto o l’orgoglio per la strada fatta insieme?
I rapporti possono finire e le proprietà possono cambiare, ma le paternità artistiche rimangono per tutta la vita.
Nella recente serie TV, Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, però, sei stato dipinto come una figura un po’ rigida, quasi contraria a produrli perché venivano dalla provincia. Non è andata esattamente al contrario?
Esattamente, è l’opposto. Come dice il titolo stesso, hanno raccontato "la leggenda", ma la verità è un’altra. Li ho scelti proprio perché venivano dalla provincia, da Pavia. L’importante è che le cose siano andate bene.
Tu hai inventato tappe fondamentali dell’intrattenimento come Radio DEEJAY e Deejay Television. Perché oggi la televisione generalista fatica così tanto a parlare ai giovani?
Perché chi fa la televisione oggi non pensa a loro. Ho creato Deejay Television perché avevo firmato con Canale 5 e c’era un editore illuminato come Berlusconi che mi ha dato fiducia. All’epoca avevo meno di trent’anni. Se non si dà spazio e fiducia ai giovani, non possiamo pensare di intercettarli. Bisognerebbe chiedere direttamente ai vertici della televisione attuale perché li escludano dai loro pensieri.
Manca forse un appuntamento cult come il Festivalbar? Oggi la musica in TV sembra quasi penalizzata e si vive molto di nostalgia.
Manca il Festivalbar, ma ci sono i suoi eredi spirituali, come Battiti Live, i Tim Summer Hits e altre rassegne estive. La differenza è che all’epoca il Festivalbar era un punto di riferimento unico che concentrava il meglio della musica. Oggi i talenti sono frammentati e, se guardi i programmi musicali, ruotano sempre intorno ai soliti nomi.
Da come parli, comunque, non sembri affatto un nostalgico.
No, assolutamente. Ricordo il passato con piacere perché è da lì che è partito tutto – lo stesso modello dei vari Battiti Live e dell’estate in musica nasce dal Festivalbar -, ma non guardo indietro con malinconia.
Cambiamo completamente prospettiva. Di recente ho intervistato Moreno Conficconi, direttore artistico di "San Liscio" (in programma il 10 settembre a Gatteo Mare). Lui guarda molto all’Europa e alla world music. Com’è nata la tua scommessa sul liscio?
Da quattro anni sono Visit Ambassador per la Romagna, quindi vengo spesso interpellato per valorizzare il territorio. La Romagna ha una forte identità musicale, un po’ come Napoli: la musica napoletana nasce in un luogo specifico ma è considerata patrimonio della musica italiana nel mondo. La Romagna ha questo sound unico e inconfondibile che è il liscio.
Visto il successo che riscuote in tutta Italia – perché ormai ha superato i confini regionali ed è fortissimo in Piemonte, Veneto e Lombardia attraverso le balere -, l’obiettivo è portarlo all’estero. La Romagna vive di turismo ed è importante attrarre pubblico internazionale, mostrando che siamo una Terra in cui ci si diverte. E ballare è la cosa più divertente del mondo.
Credi che possa diventare un brand internazionale? Moreno è davvero ottimista a riguardo.
Sicuramente. Vogliamo uscire dall’Italia e il genere ha tutte le carte in regola per farcela. Lo si nota dai turisti stranieri: quando assistono a una serata di liscio, si divertono moltissimo.
Il pubblico è cambiato nel tempo o l’approccio al liscio è rimasto lo stesso?
Il pubblico è cambiato e oggi ci sono molti giovani che si stanno avvicinando. Il liscio è un ballo impegnativo e faticoso, ma ai ragazzi piace ballare. Il vero cambiamento ce lo aspettiamo da loro, proprio come è successo in tutto il mondo della danza. Un tempo i ballerini ripetevano sempre le stesse sequenze; oggi si muovono in modi completamente diversi. È un’evoluzione che avevo intuito negli anni Ottanta con la Crazy Gang...
Ricordo.
Ecco, vedendo quel gruppo diretto da Mustafà a Roma capii dove saremmo arrivati oggi. Anche il liscio ha bisogno di un upgrade, e questa evoluzione può nascere solo dalla fantasia delle nuove generazioni.
Questa evoluzione del ballo è merito della televisione o si tratta di una percezione errata?
La televisione ha un grandissimo merito perché amplifica e diffonde i fenomeni. Se mostri qualcosa a un pubblico vasto, è molto probabile che nascano degli imitatori. Vale il vecchio detto: la pubblicità è l’anima del commercio, e la TV fa pubblicità a ciò che trasmette.
Parlando sempre di giovani e dell’anima dirompente della Romagna: pensi che l’avvento dell’intelligenza artificiale possa spegnere la creatività musicale di una realtà come quella o rappresenti una nuova opportunità?
Faccio sempre l’esempio della calcolatrice. Quando ero a scuola, un giorno la professoressa di matematica si presentò in classe con l’aria affranta dicendo: "Purtroppo hanno inventato la calcolatrice". Io, al contrario, ne fui felice. I calcoli servono per arrivare a un risultato, che sia risolvere un problema o progettare un ponte, e la calcolatrice accelera solo quel processo.
L’intelligenza artificiale per me è la stessa cosa: uno strumento, come lo è stato il computer, che ti permette di raggiungere più velocemente i tuoi obiettivi. L’IA va sempre guidata dall’uomo. Se poi un giorno l’uomo creerà macchine più intelligenti di lui capaci di superarlo, si vedrà, ma non credo accadrà. Mi sono sempre appoggiato alla tecnologia per ottimizzare il mio lavoro e sono felice di averlo fatto.
Quindi la accogli positivamente?
Sì, ma sempre con attenzione. Se la ignoriamo rischiamo di non saperla gestire, se invece la studiamo e la mettiamo al nostro servizio diventa una risorsa straordinaria.
Cosa pensi, sinceramente, della scena trap e urban attuale?
Penso che ogni generazione debba avere la musica che la rappresenta. Non possiamo pretendere che i giovani ascoltino i Led Zeppelin; va benissimo farlo, ma i ragazzi hanno bisogno di qualcosa che sentano come proprio. Questa musica appartiene a loro. Nella mia carriera ne ho viste di tutti i colori, ma so che la musica non è statica e può sorprenderti da un momento all’altro. Per me va benissimo così: i grandi classici restano immutati nel tempo e fungono da ispirazione per i generi del futuro. Sono aperto alle novità e non sono un nostalgico.
Sei fiducioso, quindi, per il futuro del settore?
Molto. L’unica differenza rispetto al passato è che un tempo fare un concerto allo stadio era un evento eccezionale, mentre oggi ci riescono tutti.
Come mai, secondo te? È una scelta degli artisti o sono spinti dal mercato?
Un tempo c’era il culto del disco fisico. Oggi, con lo streaming, è svanito il concetto di possesso della copia. Di conseguenza, il budget che prima il pubblico spendeva per l’acquisto della musica viene investito per vivere l’emozione collettiva di un concerto dal vivo.
La musica oggi si gioca soprattutto sulla dimensione live?
Sì, ma in fondo è sempre stato così. La musica è nata per fare festa, per riunire le persone in piazza.
Per intrattenere e divertire.
Esatto, assolutamente.
Un’ultima domanda prima di lasciarti andare. Hai rivoluzionato la radio, la TV e la discografia: c’è un’ultima idea nel cassetto o ti ritieni soddisfatto?
La mia ultima scommessa editoriale è proprio Radio Cecchetto. Sto concentrando tutte le mie energie su questo progetto. È uno spazio mio, libero dalle rigide regole del mercato, che mi servirà per sperimentare e capire cosa poter fare domani che non sia ancora stato fatto.
Fonte: Libero.it





