I tormentoni estivi non erano solo canzoni di successo, erano un fenomeno culturale capace di attraversare classi sociali, generazioni e territori, creando un immaginario condiviso. Oggi, nell'epoca dello streaming, degli algoritmi e delle playlist personalizzate, la musica accompagna sempre più percorsi individuali
Daniele Bossari, Alessia Marcuzzi e Michelle Hunziker al Festivalbar 2002
Avete presenti quelle estati in cui una canzone riusciva a impossessarsi delle esistenze di tutti? Quelle in cui bastavano tre note per sapere che era arrivato giugno e che da quel momento non ci sarebbe stato scampo. La sentivi alla radio mentre andavi al mare, nei negozi del centro, negli stabilimenti balneari, nelle autoradio bloccate nel traffico delle partenze. Era ovunque. E, soprattutto, era di tutti.
Il rito del Festivalbar
Per chi è nato prima degli anni Novanta inoltrati, l'estate aveva una liturgia precisa. Prima ancora delle vacanze c'era il Festivalbar. Non era soltanto un programma televisivo. Era una sorta di rito collettivo che sanciva l'inizio della bella stagione. Arrivava la canzone dell'estate e ce la portavamo dietro fino a settembre. Volenti o nolenti. Alcune sono invecchiate male, altre sono diventate piccoli classici popolari, ma tutte hanno avuto il potere di trasformarsi in marcatori temporali della memoria.
Il potere delle canzoni
È curioso come la musica riesca a fare ciò che spesso non riescono le fotografie. Una canzone non conserva soltanto un ricordo. Conserva un'atmosfera. Un odore. Una temperatura. Un modo di stare al mondo. Basta ascoltare una hit degli anni Novanta o dei primi Duemila per ritrovarsi improvvisamente in una piazza, su una spiaggia, in una camera da letto con il ventilatore acceso e i compiti delle vacanze ancora da iniziare.
Laura Freddi, Amadeus e Federica Panicucci presentavano il Festivalbar 1995
Forse è anche per questo che i social network sono pieni di pagine dedicate al Festivalbar, alle classifiche estive, alle sigle televisive di quegli anni. Non è soltanto nostalgia. È il bisogno di recuperare un'esperienza collettiva che sembra appartenere a un'altra epoca. La nostalgia, del resto, non riguarda mai davvero il passato. Riguarda il presente. È il modo con cui misuriamo ciò che abbiamo perduto.
Il mondo della musica è cambiato radicalmente
Nel frattempo il mondo della musica si è trasformato radicalmente. Abbiamo assistito alla scomparsa dei supporti fisici, alla rivoluzione digitale, all'arrivo dello streaming. Siamo passati dall'attesa all'immediatezza. Dall'ascolto condiviso all'ascolto personalizzato. Oggi abbiamo accesso a una quantità pressoché infinita di musica eppure, paradossalmente, sembra più difficile trovare canzoni capaci di unire intere generazioni. Gli algoritmi ci conoscono. Ci suggeriscono cosa ascoltare, cosa potrebbe piacerci, quale artista assomiglia a quello che abbiamo appena messo in cuffia. Ma proprio questa personalizzazione estrema ha frammentato il paesaggio musicale. Ognuno vive nella propria colonna sonora. Ognuno abita una playlist diversa. Per anni, sociologi e osservatori della cultura pop hanno parlato della fine dei fenomeni collettivi. La televisione generalista perde pubblico. Le grandi narrazioni comuni si indeboliscono. I consumi culturali diventano sempre più individuali. Anche la musica sembra destinata a seguire questa strada.
Le estati di ieri e quelle di oggi
Forse è proprio qui che si nasconde la differenza più profonda tra le estati di ieri e quelle di oggi. Non nella qualità delle canzoni, né nella nostalgia un po' selettiva con cui ricordiamo il passato. Ma nell'esperienza condivisa. Per una generazione cresciuta tra radio, televisioni generaliste e Festivalbar, i tormentoni erano un linguaggio comune. Li amavi o li detestavi, ma li conoscevi. Erano il sottofondo inevitabile di un Paese che, almeno per qualche settimana, sembrava ascoltare le stesse cose. Oggi accade sempre più raramente. Le classifiche esistono ancora, le hit pure. Ma difficilmente una canzone riesce a diventare il punto di incontro di milioni di persone come accadeva un tempo.
Non è necessariamente un bene o un male. È semplicemente il segno di una trasformazione più ampia. Viviamo in una società che offre possibilità quasi infinite di scelta e che, allo stesso tempo, riduce gli spazi dell'esperienza comune. Ognuno costruisce il proprio palinsesto, la propria informazione, la propria colonna sonora. Siamo più liberi, forse, ma anche più soli nei nostri consumi culturali.
Per questo i vecchi tormentoni continuano a riaffiorare nella memoria collettiva. Non tanto perché fossero capolavori. Ma perché rappresentano uno degli ultimi momenti in cui la cultura pop riusciva ancora a creare una piazza. Una piazza rumorosa, spesso kitsch, qualche volta imbarazzante, ma pur sempre una piazza.
Quell'epoca è finita. E probabilmente non tornerà. I tormentoni continueranno ad esistere, ma difficilmente avranno lo stesso potere di unire, attraversare generazioni e territori, trasformarsi in una colonna sonora davvero condivisa. Eppure, quando parte una vecchia hit estiva, accade ancora qualcosa. Per tre minuti e mezzo ci ritroviamo tutti nello stesso posto: non in una playlist, ma in un ricordo. Voi quale scegliereste?
Fonte: Quotidiano.net






