sabato 7 marzo 2026

We Are The World usciva 40 anni fa, quando credevamo che le canzoni potessero cambiare il mondo

Nel 1985 alcune tra le popstar più grandi del pianeta, con il nome di Usa for Africa, registrano in una notte un brano che sarebbe rimasto nella storia

Gli artisti di Usa for Africa durante un'esibizione Bettmann

“Lascia il tuo ego alla porta”. È la scritta che viene affissa fuori dagli Hollywood's A&M Studios la notte del 28 gennaio del 1985. Lì dentro, 45 tra le popstar più grandi del pianeta stanno registrando We Are The Worlduna canzone che sarebbe rimasta nella storia. Sarebbe uscita il 7 marzo del 1985 per diventare la più venduta di quell'anno, e, allora, la più venduta della storia della musica, raggiungendo i 20 milioni di copie, e raccogliendo oltre 100 milioni di dollari. E 4 Grammy Award, tre per la canzone e uno per il video. Quella scritta l’aveva messa lì il grande Quincy Jones, deus ex machina dell’operazione: 45 superstar dovevano lasciare indietro una parte di sé per qualcosa di più grande.

Qualche mese fa, in radiodurante il periodo di Natale, qualcuno aveva detto che Do They Know It’s Christmas? dei Band Aid era stata la risposta inglese a We Are The World. Facile confondersi a 40 anni di distanza. Con quelle canzoni ci siamo cresciuti, fanno parte di un lungo momento di solidarietà iniziato alla fine del 1984, continuato con il Live Aid e andato avanti per diversi anniAnni in cui pensavamo che la musica avrebbe potuto cambiare il mondo. Ma è stato il contrarioWe Are The World è stata la risposta americana a Do They Know It’s Christmas. Registrata pochi mesi dopo il grande successo, di vendite e mediatico, della canzone dei Band Aid, è diventata un altro classico: una canzone da ascoltare e cantare pensando, a ogni strofa, a quale grande della musica la sta cantando. Come Do They Know It’s Christmas, We Are The World è stata scritta per raccogliere fondi per combattere la terribile carestia in atto in Etiopia di quegli anni, raccontata dal famoso documentario della BBC realizzato dal giornalista Michael Buerk.

La copertina dell'album contenente We Are The World Blank Archives/Getty Images

Scritta da Michael Jackson e Lionel Richie

Micheal Jackson e Lionel Richie con uno dei Grammy Awards vinti per We Are The World Bettmann

Gli USA For Africa (USA stava per United Support Artists, ma era un supergruppo di artisti americani) si sono riuniti per cantare una canzone scritta da Michael Jackson e Lionel Richie e prodotta dallo storico producer di Jackson, Quincy JonesWe Are The World rientra tipicamente nel filone delle ballad scritte da Michael Jackson, il primo di tanti classici arrivati negli anni seguenti, da Man In The Mirror a Heal The World, sognante ed eterea, forse la canzone di Jacko più vicina a quella scritta per il progetto USA For Africa.

Tutto parte da Harry Belafonte

Lo spartito di We Are The World, una canzone entrata nella storia Vinnie Zuffante/Getty Images

Tutto inizia il 20 dicembre del 1984. A dare il via è Harry Belafonte, indignato del fatto che gli artisti afroamericani non avessero fatto niente per aiutare il popolo etiope colpito dalla carestia. Così contatta il produttore Karl Kragen, che gli suggerisce di formare un dream team di artisti afroamericani sul modello dei Band Aid. Kragen chiama Lionel Richie, che a sua volta coinvolge Quincy Jones come produttore. La canzone, inizialmentedoveva scriverla Stevie Wonder: dice che avrebbe risposto a un messaggio, ma non lo fa. Così Quincy Jones coinvolge Michael Jackson, con cui aveva lavorato agli album Off The Wall e Thriller. Jackson accetta e scrive la canzone a casa sua, a Encinoinsieme a Lionel Richie. I due non avevano mai composto insieme. Richie scopre che Jackson non suona, canticchia le melodie che ha in testa, le sovrappone. A un certo puntoMichael sente una melodia di Lionel e ci canta sopra, dà una struttura. E scatta la magia. Tutto questo mentre, da dietro una pila di dischi, spunta un serpente. Si sa, Jackson in questo era eccentrico

La notte degli American Music Awards

Alcuni dei protagonisti di USA For Africa ai Grammy Awards: Dionne Warwick, Stevie Wonder, Quincy Jones, Michael Jackson e Lionel Richie Bettmann

Lionel Richie avrebbe presentato gli American Music Awards la sera del 28 gennaio del 1985. E tutti capiscono immediatamente che quella notte è perfetta per registrare la canzone. È l’unico modo per riunire tutti gli artisti, per averli liberi tutti insieme in mezzo ai loro mille impegni. Si cerca allora di capire che ci sarebbe stato quella notte. E anche chi era altrove: Bruce Springsteen finiva il tour proprio la sera prima, ma di solito non volava subito dopo un concerto. Per una giusta causa poteva farlo, ma le condizioni meteo a Buffalo si sarebbero rivelate le più avverse. Ma, una volta ottenuto il sì di Springsteen, si poteva anche chiamare Bob Dylan. Dionne Warwick era a Las Vegas. Niente da fare, invece, per David Byrne e i Van Halen, tutti in tour in quei giorni.

Arriva finalmente Stevie Wonder, ma...

Il video ufficiale di We Are The World, girato la stessa notte in cui è stata registrata la canzone

E così viene inviata la cassetta con la canzone registrata, con la voce guida di Michael Jackson, a tutti gli artisti scelti per cantare We Are The World, insieme a una lettera che dice di non diffonderla. Non dovevano rendere nota la data e il luogo della registrazione altrimenti lì fuori si sarebbe radunata una folla. Ogni verso viene assegnato ad un cantante, con una scelta meticolosa, basata sulla sua estensione vocale. Springsteen ha una voce sporca, cosi dopo di lui viene messo Kenny Loggins, che ha una voce pulita. A Tina Turner viene chiesta una tonalità bassa, perché è lì che la sua voce assume un tono caldo. Durante la registrazione della demo arriva finalmente anche Stevie Wonder, convinto che si trattasse ancora di scrivere la canzone. Gli spiegano che la canzone è già pronta. Lui dice semplicemente ok. Ma sembra chiedersi perché non gliel’avessero detto prima. “Ma l’avevano fatto!avrebbe ricordato anni dopo Lionel Richie.

Il primo ad arrivare è Michael Jacskon

La prima prova “a cappella” di Michael Jackson nel documentario La notte che ha cambiato il pop, su Netflix

Arriva finalmente la notte della sessione. Per la registrazione delle voci non si poteva far entrare ognuno nella classica cabina degli studi di registrazione. Si sarebbe montato un palco circolare, in cui i cantanti avrebbero cantato guardandosi, e andando a turno verso il microfonoIl primo ad arrivare in studio è Michael Jackson. Mentre vanno in scena gli American Music Awards, lui è già lì a provare. Canta il ritornello a cappella. “Era la voce più straordinaria che avessi mai sentito in tutta la mia vita” è il commento di un fonico che sta lavorando lì, che sentiamo nel bellissimo documentario La notte che ha cambiato il pop, su Netflix. Michael Jackson voleva solo scrivere la canzone, non voleva mettersi in mostra. Ma si trova ad essere uno dei protagonisti di We Are The World: il primo ritornello e l’inizio dello special sono suoi, e sono unici. Nel frattempo, dietro le quinte degli American Music Awards, si parla solo di questa canzone: Cindy Lauper prova a rinunciare perché il suo ragazzo dice che quella canzone non è buonaE c’è chi chiama Sheila E., batterista di Prince, sperando di arrivare al genio di Minneapolis.

Smokey Robinson trova le parole

We Are The World nella storica esibizione del Live Aid

Appena prima di registrare, in studio arriva Bob Geldof, l’artefice dei Band Aid. Le sue parole pesanti sulla situazione in Africa riportano tutti alla cruda realtà che ha spinto tutti a incontrarsi, è uno schiaffo che fa entrare le star nel mood giusto. In più, la tensione è palpabile perché c’è poco tempo. Succede di tuttoBob Dylan, il grande Bob Dylan, sa che a livello vocale non è all’altezza di Stevie Wonder e non è suo agioWonder, a sua volta, propone di cantare una frase in swahili, che rischia di far sforare con i tempi. E lo swahili, tra l’altro, non è la lingua dell’EtiopiaE poi, come chiudere il ritornello? L’idea di Michael Jackson è un generico sha-la-la-lingay, ma Smokey Robinson propone il famoso so let’s start giving. Conosceva Jackson da bambino e poteva contraddirlo.

Dove è Prince?

Intanto, tutti aspettano ancora Prince. Che propone di incidere un assolo di chitarra in un’altra stanza. Ma sono tutti in un'unica stanza, quella notte si sta lavorando così. Tutti attendono la sua limousine. Ma lui non arriva mai. C’è troppa gente per uno come lui. E così se ne va anche Sheila E., delusissima. Ha capito che non avevano davvero intenzione di farla cantare da solista. Oggi si dice orgogliosa di aver fatto parte di questo progetto. Al posto di Prince, come solista viene scelto Huey Lewis. Al quale, a questo punto, sale l’ansia da prestazione e la tensione. Anche perché il suo momento non arriva mai

There comes a time…

We Are The World 25, la versione incisa nel 2010 in occasione del terremoto di Haiti

Quando iniziano a cantare i solisti, l’emozione è grande. Inizia Lionel Richie con quel There comes a time...” che è entrato nella storia. L’impasto delle voci e delle armonizzazioni, al di là della bellezza della canzone, è di grande effetto. Al Jarreau sbaglia più volteIl ruggito di Bruce Springsteen è emozionante. Come potevo fare meglio?” si chiede Kenny Loggins. Così opta per uno stile soul e caldo. Poi arrivano Steve Perry dei Journey e Daryl Hall. Finalmente arriva il turno del nervosissimo Huey Lewis: in più deve fare un controcanto a Micheal Jackson. Lo fa alla grande. Arrivano l’urlo di Cindy Lauper, rabbioso, e la voce roca di Kim CarnesLa prova di Cindy Lauper è memorabile. Eppure qualcosa non va: c’è un rumore nella traccia. È il microfono? No. Sono le sue vistose collane e i suoi orecchini. Basta toglierli, con un sorriso, e rifare la take. Deve rifarla anche il nostro Huey Lewis, ma va tutto bene.

Cantare come gli altri o cantare alla Bob Dylan?

Le prove e la take di Bob Dylan durante le registrazioni di We Are The World

Restano quelli che Quincy Jones chiama “i pesci grossiBob Dylan e Bruce Springsteen, per la parte finale. Capita che anche i più grandi, a volte, non sappiano cosa fare. E questo è un grande insegnamento per tutti. Bob Dylan deve adattarsi al resto delle voci o cantare alla Bob Dylan? Quincy Jones, oltre che produttore qui anche psicologo, lo fa provare al piano con Stevie Wonder. Lui è un grande imitatore. E allora canta emulando alla perfezione la voce di Dylan e gli detta la linea. Tutti lasciano la stanza e lui registra. La sua performance è meravigliosa. Bruce Springsteen rientra e si rivolge a quello che è il suo idolo con un “ben fatto, Dylan”. Anche il Boss fa la sua ultima take. Sono le otto di mattina, e la canzone è registrata. L’adrenalina cala, Quincy Jones fa uno sbadiglio. Diana Ross scoppia a piangere. “Non voglio che finisca” dice. Sono tutti stanchissimi, ma hanno contribuito a qualcosa di immortale.

Fonte: Wired.it