Nel 1996 un maxi-blitz avviò la fine del locale che rese famoso Gigi Dag. I fratelli Onofri: «La nostra discoteca era una favola moderna»
L'Ultimo Impero nell'abbandono totale
Tutti i ragazzini della zona ci sono entrati almeno una volta. «Lì ci vanno a dormire i barboni, i drogati», dicevano le mamme. Ma la fame di piccole avventure era troppo forte, ad Airasca le giornate estive passavano più lente che altrove. Inforcata la bicicletta, si attraversava la “riserva”, una sterrata mangiata dalla polvere tra i campi di mais verso None. Da lontano lo scorgevi a malapena. Qualche statua mutilata, una prostituta che fuma in macchina davanti alla vecchia Cosmo City. E quella scritta scrostata: «Ultimo Impero».
Ci entravi senza sapere esattamente cosa fosse stato, trent’anni fa, quel rudere che oggi cade a pezzi. Ma lì dentro c’era un regno: settemila metri quadrati al coperto, dodicimila all'esterno, nove bar e sette piste da ballo. Un labirinto di specchi e cemento animato dalla musica progressive, dai neon, sette fontane, due cascate, un laghetto. Poteva contenere 8000 persone, più del doppio degli abitanti di Airasca. «La discoteca più grande d’Europa», o una delle, almeno nei primi anni ’90. Oggi, quello che si è salvato dagli sciacalli è stato divorato dal tempo, dalle infiltrazioni di pioggia o distrutto da quegli stessi ragazzini annoiati. Per terra restano i vetri in frantumi accanto ai vecchi volantini delle serate di Claudio Diva, Maurizio Benedetta, Gigi Dag. Non resta più nulla del disco-tempio eretto nel 1992 e crollato appena quattro anni dopo, in una notte del 1996.
La discoteca più grande d’Europa
«Era una favola moderna» dice Ivan Onofri. Quando il 18 dicembre 1992 l’Ultimo Impero viene inaugurato, lui ha 25 anni, suo fratello Eros 24. Il padre inizia a portarli nei locali di tutto il Piemonte quando hanno 13 anni. «Curiosavamo, guardavamo in giro – ricorda Eros – studiavamo come funzionavano». Franco Onofri osserva il mondo surreale dei locali degli anni ’80. Deve capire come funzionano, perché lui viene da tutt’altro business: è un imprenditore immobiliare. Ma ha questo pallino: le discoteche. Prende appunti e sogna la sua.
Anni prima Onofri aveva già acquistato un fazzoletto di terra sulla statale tra Airasca e None. Non sapeva bene cosa farci: un centro commerciale, forse una balera di quelle dove si andava a ballare la domenica pomeriggio e si offriva l’acqua e menta alla morosa. Lì la notte era fatta per dormire, non certo per sorseggiare gin tonic a bordo pista. Ma Franco Onofri vuole qualcosa di spettacolare. «I lavori di costruzione sono andati avanti peggio del Colosseo — spiega il figlio Ivan — perché l’idea di mio padre era esagerata. E non aveva nessuno alle spalle che lo sovvenzionasse. Aveva quell'idea un po' romantica dell'imprenditore di una volta: se avevi la voglia e la volontà di fare una cosa, ti rimboccavi le maniche e la facevi». Il risultato è un transatlantico arenato nella pianura piemontese. Una struttura mastodontica, con uno stile che non si capiva bene se arrivasse dall’antica Roma o da una città spaziale. Ivan Onofri gestisce la parte amministrativa, suo fratello Eros gli spettacoli. Gli altri dipendenti sono un centinaio, «una grande famiglia», ricordano i due fratelli.
Presa d’assalto
Il venerdì dell’inaugurazione non ci si aspetta nulla di che. Invece si presentano 1200 ragazzi. Ma il bello succede il giorno dopo: la fila nel grande parcheggio di fronte conta 5000 persone. La gente sta in coda per ore, spinge per entrare. Nel tenerli fuori, il direttore di sala si rompe due dita. Chi non riesce a superare l’ingresso non rinuncia alla serata, pompa la musica nel parcheggio e balla lì. Ma non succede solo il primo sabato. Questa situazione si ripete per quattro anni, tutti i weekend. «Nel fine settimana le persone che accorrevano bloccavano tutta la superstrada da Pinerolo a None – ricorda Ivan – Avevamo spezzato il Piemonte a metà». E poi c’erano i pullman da Bergamo, da Napoli, persino dalla Svizzera.
Spettacoli, musica dance, personaggi iconici
«Ogni serata era come il Tomorrowland – racconta Eros – la nostra regola era non avere regole: tutto ciò che poteva sembrare fuori di testa, noi lo proponevamo». Nell’ultimo impero della notte la serata era scenografia, per 30.000 lire eri al centro di uno show. Spettacoli, animazione, vocalist leggendari come Franchino. Un laser da 7000 watt arrivato direttamente dalla Russia, «fasci di luce talmente potenti che si vedevano da Stupinigi e oltre», ricorda Eros Onofri. C'erano i privé, da quelli più “pettinati” a quelli più trasgressivi, dove si esibivano ballerine transessuali. «La gente faceva i salti mortali pur di assaggiare un po’ di quel proibito», aggiunge Ivan. Ma le porte non erano blindate per nessuno: «Non ci interessava l’outfit – sottolinea Eros – entravi anche con le scarpe da ginnastica e la maglietta sudata».
Era una corte dei miracoli pop: teatranti, ragazze vestite da angelo che si muovevano sui cubi, tra le primissime in Italia.
E poi gli eccentrici, come la contessa Pinina Garavaglia e il Principe Maurice con i loro costumi sfarzosi. Sullo scalone sfilavano le stelle della Tv: Raoul Bova, Valeria Marini, Gabriel Garko. E la musica del momento: gli 883 e gli Articolo 31, con un J-Ax ventenne e sbarbato. «Un mercoledì sera vado alla discoteca Palace – racconta Eros – e vedo questo DJ molto bravo, un professionista vero. Si chiamava Gigi D’Agostino. Mi avvicino e gli dico: «Vieni a trovarmi, ho un grande progetto per te». Lui ci ha creduto, è venuto ad Airasca ed è diventato il simbolo assoluto della musica dance».
Dal blitz della Finanza alla crisi
Trent’anni fa, la prima caduta. Ci sono ancora i video su YouTube di quel blitz del gennaio ’96. I ragazzi in fila, quando vedono arrivare i 150 agenti della Guardia di Finanza, non sono spaventati: sono furiosi perché sanno che la serata finisce lì. «Faccio il carpentiere edile - dice un ragazzo - mi spacco le ossa una settimana solo per questo sabato sera, arrivo qui e niente». Entrano i cani dell’antidroga, cercano. Trovano qualche spinello, poche pastiglie. «I finanzieri ci ridevano su - ricorda Ivan - dicevano: «Ma davvero ci hanno fatto fare un blitz per questo?». Erano convinti di trovare chissà cosa perché spinti da una persona». Per Ivan, questa persona è il proprietario di un altro locale, qualcuno a cui il successo dell’Ultimo Impero dava fastidio. «Nei giorni prima avevamo persino trovato delle microspie – rivela Eros – Sospettavamo il blitz. Poi la Finanza ha scovato quei biglietti Siae falsi di mio padre. La cosa bizzarra è che fossero nel suo ufficio: avevamo mangiato la foglia e ripulito ogni cosa, eppure sono saltati fuori da lì».
Dopo qualche mese, l’Ultimo Impero riapre. Ma non è più come prima. Calano le presenze. Eros Onofri reinventa il locale, che diventa Privilege, poi Templares e infine Royal Fashion Club. Tiene botta per un po’, ma con la fine degli anni ’90 il mondo delle discoteche cambia drasticamente, e per il gigante di Airasca comincia un lento e inesorabile declino. L’ultimo evento è nel 2010.
L’abbandono totale del complesso
«La struttura è andata all'asta perché mio padre è stato raggirato», rivela Ivan. Per pagare i fornitori e ultimare il locale, Franco Onofri chiede un prestito da 10 miliardi di lire insieme al gestore di uno stabilimento balneare di Varazze: cinque miliardi a testa. Poco dopo, però, a Onofri viene recapitato il doppio della rata. In banca scopre la truffa: un notaio ha stralciato la posizione del socio, scaricando tutti i 10 miliardi su di lui. Sostenere quel peso è impossibile. La banca chiede il rientro immediato del capitale e la situazione precipita. Schiacciato dal debito e dal tradimento, Franco Onofri si ammala e muore nel 2007. «Quando mio padre è morto, tutto è caduto sulle mie spalle – prosegue Ivan – e sono arrivati gli avvoltoi. Mi hanno raggirato, spingendomi a cedere le quote dell'intero complesso per la cifra ridicola di mille euro».
Da quasi vent'anni le forze dell'ordine danno la caccia ai responsabili della truffa, ma oggi l'immobile è protetto da scatole cinesi.
«L'attuale proprietaria risulta essere una società ombra monegasca, impossibile da rintracciare – conclude Ivan – L'asta fallimentare è chiusa da due anni, ma nessuno ha comprato. Chi si prende quella roba? Costa molto più abbatterla che rifarla da capo». «Ogni tanto sento qualche pazzo che vorrebbe riaprirlo – aggiunge Eros – ma è come pensare di acquistare Pompei per rifarne una città».
L’eredità sociale dell’Ultimo Impero
Oggi il giro d’affari della notte ha subìto un tracollo verticale. Il fatturato nazionale è colato a picco, passando dagli 1,4 miliardi di euro del 2005 ad appena 410 milioni nel 2022, complice la spallata definitiva della pandemia. La Generazione Z ha ridefinito le regole del divertimento: preferisce i festival diurni all'aperto, consuma meno alcol. Il risultato? Oggi in Italia le discoteche attive sono meno di un terzo rispetto all'età dell'oro degli anni Novanta. «All’epoca la gente spendeva tutto quello che aveva – ricorda Ivan Onofri – il consumismo era tale che nessuno si preoccupava del domani. La vita poteva andare male, ma l'imperativo era vivere con gioia». C'era una sorta di devozione per quel tempio di Airasca: «Ho visto ragazzi che avrebbero dato un rene pur di entrare. Ci dicevano: «Io vivo tutta la settimana solo per venire qua». Quando varcavano la soglia entravano in un'altra dimensione, al sicuro dallo stress e dal mondo esterno. L'Ultimo Impero non è stata una semplice discoteca. È stato un fenomeno sociale».
Fonte: Lastampa.it


