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lunedì 31 agosto 2026

“Giorgio Armani mi diceva di continuare a cantare in inglese e fare canzoni con la cassa dritta. Se potessi smetterei oggi stesso di fare musica, ma quando salgo sul palco capisco che è il mio fottuto elemento”: parla Alexia

La cantautrice si racconta tra pubblico e privato. Su Sanremo 2027: "Ho tanti brani, ma in inglese"


“Se potessi smetterei oggi stesso di fare musica, ma quando salgo sul palco capisco che è il mio fottuto elemento”. Parola di Alexia, che si è raccontata in una intervista a Sette de Il Corriere della Sera. “Oggi ho una cosa preziosa come la mia famiglia e faccio fatica a staccarmene per viaggi e impegni. Ma stare davanti al pubblico resta una catarsi meravigliosa”, ha poi spiegato la regina delle estati del Festivalbar, quattro partecipazioni e una vittoria al Festival di Sanremo 2003 e milioni di dischi venduti sulle spalle.

A proposito di famiglia, Alexia è sposata con Andrea Camerana, nipote di Giorgio Armani: “Ci siamo conosciuti alla settimana della moda del 2003. La mia precedente relazione era finita e con Andrea ci univa anche l’aver perso entrambi da poco i nostri papà”.

“Abbiamo iniziato a messaggiare e poi a frequentarci. – Ha raccontato – Nel 2004 mi ha chiesto di comprare uno spazzolino da lasciare a casa sua a Milano. Gli ho detto: va bene, ma solo lo spazzolino (ride, ndr). Alla fine dell’anno mi ha chiesto di sposarlo. Oggi abbiamo due figlie”.

Invece dal grande stilista Armani, scomparso il 4 settembre 2025: “Mi ha insegnato la disciplina: curare corpo e mente, lavorare senza perdere di vista l’obiettivo, ma anche seguire l’istinto. Mi diceva di continuare a cantare in inglese e fare canzoni con la cassa dritta. Nel 2024, quando ho presentato il singolo del mio ritorno all’Armani Privé, si è messo in prima fila. Alla fine mi ha riempita di complimenti. Sono felice che abbia visto questa mia rinascita”.

Alexia "Le critiche gratuite e gli insulti mi danno fastidio"
Il rapporto con gli haters o le critiche: “Le critiche gratuite e gli insulti mi danno fastidio, ma oggi per certi versi trovo gli hater sui social dei codardi: una volta almeno avevano il coraggio di dirtele in faccia le cose. Durante uno spettacolo uno mi disse: la tua musica non vale niente”.

E su Sanremo 2027: “In questo momento ho diversi brani, ma sono tutti in inglese. Con la canzone giusta tornerei volentieri, ma avrei più paura. Con gli anni si diventa più sensibili e non mi augurerei di vincere: è faticosissimo portarsi il peso della vittoria”.

venerdì 7 agosto 2026

“All’epoca c’era meritocrazia. Oggi invece nel settore musicale dominano le ingiustizie. E certi meccanismi non mi piacciono, ho deciso di farne a meno”: parla Alexia

Il successo della cantante è partito da "Summer Is Crazy", pubblicato il 6 maggio 1996


Regina delle estati del Festivalbar, quattro partecipazioni e una vittoria al Festival di Sanremo 2003 e milioni di dischi venduti sulle spalle. La carriera di Alexia è nero su bianco. Tutto parte da un singolo di enorme successo “Summer Is Crazy“, pubblicato il 6 maggio 1996 come secondo singolo del suo album d’esordio “Fan Club”. La canzone è stata scritta da Alexia insieme a Roberto Zanetti, che l’ha anche prodotta.

“La mia vita cambiò per sempre. L’autunno precedente era stato quello di ‘Me and You’ e qualcosa aveva cominciato a muoversi. – ha dichiarato la cantante a Il Messaggero – Ma il successo di ‘Summer is Crazy’ andò decisamente oltre ogni aspettativa. Il pezzo uscì a maggio. Andò al primo posto in classifica un mese dopo. E diventò inarrestabile: Francia, Spagna, Europa in generale. Ai miei promoter arrivavano richieste da ogni angolo del continente. Fu un’estate lunghissima, durata due anni”.

Alexia ha sottolineato il fatto di aver fatto “la gavetta vera, con le cover band. Il pubblico nei locali me lo dovevo conquistare di serata in serata. E a volte non giravano soldi. Quell’estate mi ritrovai ad essere coccolata come una star: arrivavo negli hotel e trovavo tutto già pagato. Mi guardavo allo specchio e mi dicevo: ‘Hai visto Ale? Ce l’hai fatta’”.

E ancora: “Oggi forse i giovani fanno un po’ più fatica ad assaporare certe conquiste, perché hanno la fortuna di passare da 1 a 10 subito. Io sono grata alla gavetta. Anche se all’epoca ero ignara delle difficoltà che quel salto in avanti di lì a poco mi avrebbe presentato”

Infine una granitica certezza: “All’epoca c’era meritocrazia. Oggi invece nel settore dominano le ingiustizie. E certi meccanismi non mi piacciono. Devi capire se certe dinamiche le vuoi accettare o no: io ho deciso di farne a meno: vado avanti per la mia strada”.

domenica 14 giugno 2026

No, non ci mancano i tormentoni del Festivalbar. Ma abbiamo nostalgia di un’estate che non tornerà mai più

I tormentoni estivi non erano solo canzoni di successo, erano un fenomeno culturale capace di attraversare classi sociali, generazioni e territori, creando un immaginario condiviso. Oggi, nell'epoca dello streaming, degli algoritmi e delle playlist personalizzate, la musica accompagna sempre più percorsi individuali

Daniele Bossari, Alessia Marcuzzi e Michelle Hunziker al Festivalbar 2002

Avete presenti quelle estati in cui una canzone riusciva a impossessarsi delle esistenze di tutti? Quelle in cui bastavano tre note per sapere che era arrivato giugno e che da quel momento non ci sarebbe stato scampo. La sentivi alla radio mentre andavi al mare, nei negozi del centro, negli stabilimenti balneari, nelle autoradio bloccate nel traffico delle partenze. Era ovunque. E, soprattutto, era di tutti.

Il rito del Festivalbar
Per chi è nato prima degli anni Novanta inoltrati, l'estate aveva una liturgia precisa. Prima ancora delle vacanze c'era il Festivalbar. Non era soltanto un programma televisivo. Era una sorta di rito collettivo che sanciva l'inizio della bella stagione. Arrivava la canzone dell'estate e ce la portavamo dietro fino a settembre. Volenti o nolenti. Alcune sono invecchiate male, altre sono diventate piccoli classici popolari, ma tutte hanno avuto il potere di trasformarsi in marcatori temporali della memoria.

Il potere delle canzoni
È curioso come la musica riesca a fare ciò che spesso non riescono le fotografie. Una canzone non conserva soltanto un ricordo. Conserva un'atmosfera. Un odore. Una temperatura. Un modo di stare al mondo. Basta ascoltare una hit degli anni Novanta o dei primi Duemila per ritrovarsi improvvisamente in una piazza, su una spiaggia, in una camera da letto con il ventilatore acceso e i compiti delle vacanze ancora da iniziare.

Laura Freddi, Amadeus e Federica Panicucci presentavano il Festivalbar 1995

Forse è anche per questo che i social network sono pieni di pagine dedicate al Festivalbar, alle classifiche estive, alle sigle televisive di quegli anni. Non è soltanto nostalgia. È il bisogno di recuperare un'esperienza collettiva che sembra appartenere a un'altra epoca. La nostalgia, del resto, non riguarda mai davvero il passato. Riguarda il presente. È il modo con cui misuriamo ciò che abbiamo perduto.

Il mondo della musica è cambiato radicalmente
Nel frattempo il mondo della musica si è trasformato radicalmente. Abbiamo assistito alla scomparsa dei supporti fisici, alla rivoluzione digitale, all'arrivo dello streaming. Siamo passati dall'attesa all'immediatezza. Dall'ascolto condiviso all'ascolto personalizzato. Oggi abbiamo accesso a una quantità pressoché infinita di musica eppure, paradossalmente, sembra più difficile trovare canzoni capaci di unire intere generazioni. Gli algoritmi ci conoscono. Ci suggeriscono cosa ascoltare, cosa potrebbe piacerci, quale artista assomiglia a quello che abbiamo appena messo in cuffia. Ma proprio questa personalizzazione estrema ha frammentato il paesaggio musicale. Ognuno vive nella propria colonna sonora. Ognuno abita una playlist diversa. Per anni, sociologi e osservatori della cultura pop hanno parlato della fine dei fenomeni collettivi. La televisione generalista perde pubblico. Le grandi narrazioni comuni si indeboliscono. I consumi culturali diventano sempre più individuali. Anche la musica sembra destinata a seguire questa strada.

Le estati di ieri e quelle di oggi
Forse è proprio qui che si nasconde la differenza più profonda tra le estati di ieri e quelle di oggi. Non nella qualità delle canzoni, né nella nostalgia un po' selettiva con cui ricordiamo il passato. Ma nell'esperienza condivisa. Per una generazione cresciuta tra radio, televisioni generaliste e Festivalbar, i tormentoni erano un linguaggio comune. Li amavi o li detestavi, ma li conoscevi. Erano il sottofondo inevitabile di un Paese che, almeno per qualche settimana, sembrava ascoltare le stesse cose. Oggi accade sempre più raramente. Le classifiche esistono ancora, le hit pure. Ma difficilmente una canzone riesce a diventare il punto di incontro di milioni di persone come accadeva un tempo.

Non è necessariamente un bene o un male. È semplicemente il segno di una trasformazione più ampia. Viviamo in una società che offre possibilità quasi infinite di scelta e che, allo stesso tempo, riduce gli spazi dell'esperienza comune. Ognuno costruisce il proprio palinsesto, la propria informazione, la propria colonna sonora. Siamo più liberi, forse, ma anche più soli nei nostri consumi culturali.

Per questo i vecchi tormentoni continuano a riaffiorare nella memoria collettiva. Non tanto perché fossero capolavori. Ma perché rappresentano uno degli ultimi momenti in cui la cultura pop riusciva ancora a creare una piazza. Una piazza rumorosa, spesso kitsch, qualche volta imbarazzante, ma pur sempre una piazza.

Quell'epoca è finita. E probabilmente non tornerà. I tormentoni continueranno ad esistere, ma difficilmente avranno lo stesso potere di unire, attraversare generazioni e territori, trasformarsi in una colonna sonora davvero condivisa. Eppure, quando parte una vecchia hit estiva, accade ancora qualcosa. Per tre minuti e mezzo ci ritroviamo tutti nello stesso posto: non in una playlist, ma in un ricordo. Voi quale scegliereste?