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venerdì 28 agosto 2026

Crepet: "C'è un valore della vita che non stiamo insegnando"

Qual è il "valore della vita che non stiamo insegnando" ai giovani secondo Paolo Crepet: la riflessione dello psichiatra tra tecnologia e prospettive


C’è un valore della vita che, secondo Paolo Crepetabbiamo smesso di insegnare. Di fronte a una società sempre più orientata alla comodità, alla perfezione e all’anestetizzazione del dolore, il noto psichiatra richiama l’attenzione su ciò che rischiamo di perdere e di non trasmettere alle nuove generazioni: la capacità di affrontare le difficoltà, di accettare le fragilità, di sbagliare e di avere il coraggio di scegliere ognuno la propria strada.

Qual è il valore che non stiamo insegnando secondo Crepet
"In questi anni non abbiamo insegnato un valore della vita: essere intrepidi", ha detto Paolo Crepet nel suo spettacolo andato in scena il 26 agosto allo Sferisterio di Macerata, come riportato da Cronache Maceratesi.

Crepet ha parlato della difficoltà di crescere in una società nella quale si cerca continuamente di eliminare gli ostacoli, portando come esempio i genitori che accompagnano i figli adolescenti a scuola e li "depositano dentro i licei".

Secondo lo psichiatra ci siamo abituati, e abbiamo abituato i giovani, a cercare protezione a ogni costo, evitando ogni forma di rischio e scambiando la comodità per benessere. Ma per Crepet questo atteggiamento non è il modo per affrontare la vita, fatta necessariamente anche di dolore, inciampi e contrasti.

"Forse bisogna iniziare da qualche tribolazione", ha affermato, facendo riferimento a una frase pronunciata da Ernest Hemingway, secondo cui "per diventare uno scrittore serve un’infanzia sventurata".

Nel suo intervento è tornato più volte anche sul tema della fragilità: "Siamo tutti fragili? Magari non sappiamo più esserlo, ma abbiamo paura di esserlo". Crepet mette così in discussione l’idea di dover essere sempre forti, sicuri e all’altezza delle aspettative, sottolineando la necessità di fare i conti anche con le proprie debolezze.

Essere "intrepidi", per lui, significa anche essere diversi e non lasciarsi definire dal giudizio degli altri. A suo avviso, è "necessario", anche se "faticoso", uscire "da una nomina, da quello che gli altri pensano di te". Perché, sostiene, "in questo mondo così superficiale, ce la facciamo se ognuno di noi pensa a qualcosa di diverso dagli altri".

Perché la frase "chi si accontenta gode" è "un’idiozia" per Crepet
Crepet ha poi criticato la cultura dell’accontentarsi: "Chi si accontenta gode è un’idiozia", perché "chi si accontenta soffre, chi si accontenta è un disgraziato".

Per lui accontentarsi è un atto di rinuncia che implica scegliere la comodità invece della ricerca, la prevedibilità invece della possibilità. Secondo Crepet accontentarsi è una forma di "anestesia" che ci fa credere che la vita sia un "ciambellone che ti salva da un relitto", quando in realtà "la vita stessa è un relitto" e richiede "cocciutaggine", ovvero la capacità di cercare qualcosa e non fermarsi.

Che mondo vuole Paolo Crepet
"Dobbiamo cercare di capire cosa vogliamo, io ho molta nostalgia per il futuro". È da qui che parte la riflessione di Crepet sulla società che verrà e sul rapporto tra uomo e tecnologia. Lo psichiatra mette in guardia da un futuro dominato dalle macchine e dall’intelligenza artificiale, nel quale i robot saranno sempre più presenti e potranno sostituire gli esseri umani in alcune professioni, dai tassisti ai camerieri, fino a chi si prende cura delle persone negli ospedali.

Crepet si è poi scagliato contro il concetto di perfezione, che considera estraneo all’essere umano e sempre più legato alle macchine e agli algoritmi: "Ci hanno detto che la perfezione è a un tiro di schioppo da noi. Di fronte a una cosa perfetta non c’è emozione. Nessuna opera d’arte è perfetta, sarebbe orribile se lo fosse".

Crepet non rifiuta la tecnologia, ma ne rivendica un utilizzo al servizio dei bisogni e delle grandi sfide dell’umanità: "Voglio usare il computer per capire come posso salvare un bambino da una malattia rara, voglio usare l’IA per un farmaco".

Accanto alle macchine, Crepet vuole che rimanga sempre l’essere umano: "Voglio che ci sia un reparto dove ci siano uomini e donne gentili con quel bambino pieno di paure, persone che sanno anche piangere con quel bambino e non si vergognano di farlo. Questo è un mondo a cui io sono ancora attaccato", ha concluso.