Una giuria di Los Angeles ha riconosciuto la negligenza nel design delle piattaforme ordinando un risarcimento pari a 3 milioni di dollari alla giovane, oggi ventenne, che avrebbe sviluppato dipendenza dai social fin dall’infanzia
Mark Zuckerberg lascia il tribunale di Los Angeles dopo il processo sulla dipendenza da social media
Una giuria di Los Angeles ha stabilito che Google e Meta sono responsabili per negligenza in un processo destinato a influenzare migliaia di cause simili negli Stati Uniti d'America. Le due aziende dovranno risarcire una giovane donna, oggi ventenne, complessivamente per 3 milioni di dollari. La ragazza, minorenne all'epoca dei fatti, ha sostenuto di aver sviluppato dipendenza da YouTube e Instagram fin dall’infanzia. Per questo la giuria ha ritenuto che le piattaforme siano state progettate in modo da creare coinvolgimento compulsivo e che le aziende non abbiano adeguatamente avvertito dei rischi.
Ora si passa alla seconda fase del procedimento
Il procedimento, durato un mese e segnato anche dalla testimonianza di Mark Zuckerberg, apre ora una seconda fase: la valutazione di eventuali danni punitivi. La giuria dovrà stabilire se i prodotti abbiano causato danni fisici o se le aziende abbiano ignorato consapevolmente l’impatto sulla salute degli utenti.
Il punto chiave del caso è l’impostazione legale. I ricorrenti hanno evitato il terreno dei contenuti — dove le piattaforme godono di ampie tutele — concentrandosi invece sul design dei servizi. Funzionalità come lo scrolling infinito e altri meccanismi di engagement sono state indicate come elementi strutturali pensati per trattenere gli utenti, con effetti particolarmente rilevanti sui minori.
Meta e Google hanno espresso di essere in disaccordo con la decisione e entrambe faranno ricorso. In particolare, per Meta “la salute mentale degli adolescenti è estremamente complessa” e non può essere collegata a una singola app. Per questo “continueremo a difenderci con determinazione, poiché ogni caso è a sé, restiamo fiduciosi nel nostro operato nel proteggere i minori online”.
Dal canto suo, un portavoce di Google ha dichiarato che “questo caso non ha capito cosa sia YouTube, cioè una piattaforma di streaming costruita responsabilmente, non un social network”.
In un editoriale per Wired Italia, l'avvocata penalista Marisa Marraffino, che da sempre si occupa di reati informatici ha chiarito che “non c’entra la libertà di espressione dei social, la questione giuridica è diversa. Si tratta di mettere sul mercato prodotti che non siano pericolosi e che non siano rischiosi per la vita, soprattutto dei più piccoli”.
Del resto, prosegue Marraffino, “quando è entrato in vigore l’obbligo di usare le cinture di sicurezza in macchina, l’industria dell’auto non è fallita, ma si è adeguata. Lo stesso vale per i social network che da oggi in poi dovranno cambiare rotta”.
Come garantire la sicurezza dei minori online?
Il caso si inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione sulle big tech negli Stati Uniti. Negli ultimi anni, il tema della sicurezza di bambini e adolescenti online è passato dal dibattito pubblico alle aule di tribunale e alle legislazioni statali. Nel 2025, almeno venti stati hanno approvato norme sull’uso dei social da parte dei minori, tra limiti all’uso degli smartphone nelle scuole e obblighi di verifica dell’età.
Intanto si moltiplicano i procedimenti: una causa federale promossa da diversi stati e distretti scolastici è attesa in estate in California, mentre un altro processo partirà a luglio a Los Angeles e coinvolgerà anche TikTok e Snapchat. Entrambe le piattaforme, inizialmente incluse nel caso, hanno già raggiunto un accordo con la ricorrente.
E poi c'è il caso in New Mexico, contro Meta
A rafforzare il segnale, è arrivata, martedì 24 marzo, anche la decisione di una giuria dello stato del New Mexico, che ha condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari per violazioni legate alla sicurezza dei minori. In particolare, la società con sede a Menlo Park avrebbe fatto sì che le proprie piattaforme diventassero luoghi dove potenziali predatori sessuali potessero adescare utenti minorenni in violazione delle leggi statali sulla tutela dei consumatori.
“Il verdetto della giuria rappresenta una vittoria storica per ogni bambino e famiglia che hanno pagato il prezzo della scelta di Meta di mettere i profitti davanti alla sicurezza dei minori”, ha dichiarato in un comunicato il procuratore generale del New Mexico, Raúl Torrez.
Nel complesso, le sentenze indicano un cambio di fase: la responsabilità delle piattaforme non è più solo una questione politica o regolatoria, ma sempre più una questione legata a fatti di cronaca e dipendenza.
Fonte: Wired.it
