mercoledì 19 agosto 2026

Il processo storico di 29 Stati Usa contro Meta. L'accusa: «Ha reso i minori dipendenti, ha ingannato il pubblico»

L'azienda di Zuckerberg accusata di danni ai minori e violazione di leggi federali: rischia fino a (teorici) 1.400 miliardi di multa e un completo sconvolgimento per Instagram e Facebook


Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altro una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha “sfruttati”, oltre ad aver “ingannato” il pubblico» ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Un processo che ha tutti i crismi per diventare storico, da molti già paragonato a quelli contro «Big Tabacco», le multinazionali del fumo finite alla sbarra negli anni Novanta. I 29 Stati sono rappresentati da quattro capofila, ovvero California, Colorado, New Jersey e Kentucky. Potrebbero avanzare richieste di danni fino a (teorici) 1.400 miliardi di dollari, pari all’intera capitalizzazione di Meta. E, ancora di più, dalla sentenza potrebbe uscire una vera rivoluzione per i social network.

Tutti i 29 Stati sono già coinvolti nel processo per l'accusa comune di violazione della legge federale sulla privacy dei dati dei bambini (il Coppa ovvero Children’s Online Privacy Protection Act), tra cui in particolare la raccolta illecita di dati senza consenso dei genitori. I procedimenti relativi ai danni e alle leggi locali dei restanti 25 Stati verranno affrontati separatamente, in un secondo momento.

Per Meta i precedenti non mancano. Risale a poco meno di due settimane fa la sanzione ricevuta in Nuovo Messico, pari a 567 milioni di dollari, sempre per danno sui minori. È dello scorso marzo invece la fondamentale sentenza di Los Angeles, che ha risarcito la ventenne Kaley G.M. con 6 milioni di dollari (lì era coinvolta anche Google) e che ha dato la stura a un diluvio di altri procedimenti aperti o in via di apertura in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Meta non potrà difendersi soltanto invocando la sezione 230 del Communications Decency Act (risalente all’ormai lontano 1996), considerata finora negli Stati Uniti uno scudo per i contenuti pubblicati all’interno delle piattaforme social. Nel mirino dell’accusa non sono infatti tanto i contenuti condivisi su Facebook o Instagram, quanto piuttosto il design delle relative app, intenzionalmente creato — dicono i procuratori generali — con il fine ultimo di creare dipendenza, grazie all’utilizzo di funzionalità come lo scrolling infinito, algoritmi di raccomandazione per la selezione mirata dei post e notifiche push continue. Megan O’Neill, vice procuratore generale della California, ha dichiarato in aula che il modello di business di Meta era quello di «agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». «Ha funzionato particolarmente bene con i bambini», ha aggiunto.


A decidere la sentenza finale non sarà la giuria (gli otto componenti hanno un ruolo consultivo), bensì la giudice distrettuale Gonzalez Rogers. La lista dei testimoni punta ai vertici della società: sono attesi in aula il fondatore Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri.

L’accusa schiererà una platea di esperti di salute mentale infantile, ex dipendenti e sfrutterà gli esplosivi documenti interni rivelati dalla whistleblower Frances Haugen, finiti poi nel libro «Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook», duramente contestato da Meta. Tutto è partito, di fatto, dalle rivelazioni di Haugen, confluite in un’inchiesta ufficiale avviata nel 2023.

Gli avvocati di Meta spiegheranno alla giuria gli sforzi fatti dall’azienda per garantire la sicurezza dei bambini online, ribadiranno di non aver mai rilasciato dichiarazioni fuorvianti sulla sicurezza e confida sul fatto che gli Stati non riusciranno a dimostrare che i loro residenti abbiano subito un danno reale.


Quanto durerà il processo, cosa si rischia
Il dibattimento durerà tra le quattro e le sei settimane. A decidere la sentenza finale e l'eventuale risarcimento non sarà la giuria (gli otto giurati mantengono un ruolo puramente consultivo), bensì la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers.

La cifra abnorme di 1.400 miliardi di dollari è emersa negli atti difensivi. Si tratta in verità di una proiezione teorica, visto che è stata ottenuta moltiplicando la sanzione massima statale per ogni minore coinvolto e per ogni giorno di presunta violazione. Nessun analista ritiene realistico un conto simile, che porterebbe l'azienda al fallimento. In aula le richieste sono già scese a circa 200 miliardi di dollari, ma lo scenario più probabile resta una sanzione fortemente ridotta dal giudice o una transazione extra-giudiziale da raggiungere tra le parti.

Il vero rischio per Meta non è economico, ma più profondo, strutturale. La corte potrebbe infatti imporre la cancellazione dello scorrimento infinito (a livello nazionale, nei soli Stati Uniti), limiti d'uso rigidi per gli under 18 e la disattivazione degli algoritmi predittivi disegnati per trattenere gli utenti sullo schermo. Gli Stati chiedono anche di cancellare i modelli di AI (intelligenza artificiale), addestrati sui dati dei minori raccolti senza consenso. Una sconfitta di Meta in aula innescherebbe un probabile effetto domino: aprirebbe la strada alle cause di famiglie, scuole, istituzioni varie e altri Stati americani, scardinando per sempre l'immunità legale di cui le Big Tech hanno goduto sul design dei propri prodotti.