sabato 12 settembre 2026

Superenalotto, centrato un 6 da 223,2 milioni di euro: la vincita a Oggiono con una schedina da 5 euro. Ecco i numeri vincenti

Si tratta del primo “6” del 2026: l'ultimo Jackpot risale al 22 maggio 2025, quando a Desenzano del Garda (BS) sono andati 35,4 milioni di euro


Il primo "6" del 2026 è arrivato. E ha portato al fortunato vincitore 223.173.416,83 milioni di euro. La sestina vincente del Superenalotto è stata realizzata a Oggiono, in provincia di Lecco, presso il punto vendita “Al Chicherin” in Via Milano 36. L'ultimo Jackpot risaliva al 22 maggio 2025, quando a Desenzano del Garda (BS) sono andati 35,4 milioni di euro.

La sestina vincente

La sestina vincente è stata: 8-13-16-52-64-70 Jolly 17 - SuperStar 21. Il Jackpot è stato centrato con una schedina da 5 euro.

Il titolare: «Festeggiamo domani»
«Il superenalotto è stato vinto nel punto vendita di Oggiono»: il titolare del Chicherin, il locale dove è stato vinto al superenalotto il Jackpot record da 223.173.416,83 milioni di euro, spiega che la sestina vincente è stata vinta nel punto vendita di via Milano 36 ad Oggiono e non di La Valletta Brianza (come era stato detto in un primo momento), dove c'è l'altro punto vendita, sempre nel Lecchese. «Ci ha avvisato Rainews della vittoria. All'inizio non ci credevamo» ha spiegato. Al momento non ci sono stati festeggiamenti. «Il locale è dentro un supermercato, quindi chiude alle 20.00 Festeggeremo domani mattina» ha aggiunto. Nonostante ciò, diverse persone si sono ritrovate in tarda serata davanti al bar.

Negli altri locali della zona è intanto ufficialmente partita la caccia al fortunato (o fortunati) possessori della schedina vincente.

La vincita
Con quella di stasera sono 135 le vincite con il “6” realizzate dalla nascita del SuperEnalotto. Dal 1997 a oggi, considerando solo le vincite di prima categoria, sono stati distribuiti premi per oltre 5 miliardi di euro.

Matematicamente sono 622 milioni le sestine possibili per centrare la combinazione esatta. Alla crescita del Jackpot ha contribuito anche la nuova formula di gioco, introdotta nel 2016: viene destinata al montepremi una parte più sostanziosa della raccolta, si vince anche con il 2 e sono previsti dei premi istantanei.

Ecco la Top 10 dei Jackpot della storia:

01. 16/02/23        371.133.424,51 euro     Bacheca dei Sistemi

02. 11/09/26        223.173.416,83 euro     Oggiono (LC)

03. 13/08/19        209.160.441,54 euro     Lodi (LO)

04. 30/10/10        177.729.043,16 euro     Bacheca dei Sistemi

05. 27/10/16        163.538.706,00 euro     Vibo Valentia (VV)

06. 22/05/21        156.294.151,36 euro     Montappone (FM)

07. 22/08/09        147.807.299,08 euro     Bagnone (MS)

08. 09/02/10        139.022.314,64 euro     Parma (PR) e Pistoia (PT)

09. 17/04/18        130.195.242,12 euro     Caltanissetta (CL)

10. 10/05/24        101.511.953,21 euro     Napoli

giovedì 10 settembre 2026

“L’amore è un abbraccio eterno che ti dice che sei a casa”: la storia di Stella, ex suora per 27 anni, che a 63 anni ha trovato un compagno

Stella non era nata con la vocazione scritta nel destino. A 22 anni, in Brasile, aveva in mente tutt'altro: mettere in piedi un'attività nel settore edile


Ventisette anni di velo, poi il coraggio di ricominciare da zero a 51 anni. È la storia di Stella, oggi 63enne, che dopo quasi tre decenni di vita religiosa ha lasciato il convento per rimettersi in ascolto di se stessa, come ha raccontato a Vanity Fair. Oggi accanto a lei c’è Francesco, 68 anni, rimasto vedovo da meno di due anni: un incontro nato molto tempo prima, quando le loro strade si erano già sfiorate senza che nessuno dei due potesse immaginare come sarebbe andata a finire.

Stella non era nata con la vocazione scritta nel destino. A 22 anni, in Brasile, aveva in mente tutt’altro: mettere in piedi un’attività nel settore edile, costruire qualcosa di concreto con le proprie mani. Poi, racconta lei stessa, qualcosa dentro di lei si è rotto, e in quella rottura ha iniziato a farsi strada un bisogno diverso, più spirituale, che l’ha portata a entrare in convento.

Nel 1987 arriva in Italia come giovane novizia, selezionata insieme ad altre due religiose per una missione lontana dalla sua Terra. Non era una scelta che desiderava: né lei né i suoi genitori volevano quella partenza, superata solo grazie a un segnale che lei interpretò come decisivo, quando anche suo padre finì per accettare la sua decisione.

I primi anni in Italia sono difficili. La lingua sconosciuta, le abitudini distanti dalle sue, un temperamento vivace ed espansivo che nell’ambiente religioso viene percepito come eccessivo. Le altre suore la giudicano, lei soffre, ma non demorde: prende i voti dopo essersi presa tutto il tempo necessario per sentirsi davvero pronta.

Stella è una suora fuori dagli schemi sin da subito
Fin da subito Stella non si adatta facilmente alle regole rigide della vita conventuale. Prende iniziative personali, coinvolge i bambini in attività non previste, non rinuncia al proprio modo di essere nemmeno nei piccoli gesti quotidiani. Per lei la fede autentica non ha bisogno di apparenza: distingue nettamente la spiritualità, che sente libera e senza confini, dalla religione istituzionale, che percepisce invece come un insieme di regole strette e limitanti.

Il 2014, l'anno della svolta, la rinascita nei boschi
Il cambiamento definitivo arriva quando Stella ha 51 anni. Dopo un lungo periodo di dubbi e domande, sente con chiarezza che quella non è più la sua strada. Il coraggio per compiere il passo decisivo le arriva anche dalla lettura de Il monaco che vendette la sua Ferrari di Robin Sharma, e da un momento di preghiera in cui avverte, per tre volte, un secco rifiuto interiore a restare.

Cinque mesi dopo lascia definitivamente il velo. Esce dal convento senza una casa e senza un lavoro, affidandosi a quello che lei stessa descrive come un moto di fiducia verso l’ignoto.

Gli anni successivi sono un percorso di riscoperta personale. Stella si rifugia nella natura, cammina nei boschi, si lascia attraversare da emozioni tenute a lungo represse. Nel 2015 trova un impiego in montagna, diventando responsabile dell’accoglienza in una struttura ricettiva. In questo periodo non cerca un compagno: impara a stare bene da sola, si promette di non tradire più se stessa per nessuno.

L'incontro tra Stella e Francesco, un amore senza fretta
Francesco e Stella si erano già conosciuti nel 2012, quando lui prestava lavori di manutenzione nel convento. All’epoca lui era sposato e lei era ancora suora: tra loro nasce solo un legame di amicizia, ma un riconoscimento reciproco che resta latente per anni. Le loro strade si separano, fino a quando, alla fine del 2024, la moglie di Francesco muore improvvisamente per un arresto cardiaco.

Stella gli è vicina durante il lutto. Nella primavera del 2025 lui torna a cercarla, e insieme iniziano a percorrere i boschi che per lei sono ormai casa. Da quelle lunghe passeggiate nasce, senza che nessuno dei due lo stesse cercando, un sentimento nuovo.

Stella è stata chiara fin dall’inizio: non voleva rinunciare al proprio equilibrio per nessuno, e ha chiesto a Francesco di camminarle accanto senza pretendere di cambiarla. Lui ha accettato, rispettando i suoi spazi e i suoi tempi. Oggi la coppia vive una relazione che entrambi descrivono come più libera e consapevole rispetto a quelle vissute in passato, fatta di ascolto reciproco e nessuna fretta di costruire una vita convenzionale.

Per Stella, dopo aver cercato Dio prima dentro le mura di un convento e poi fuori da esse, la vera sorpresa è stata scoprire che l’amore, quando arriva nel momento giusto, “non è una nuova gabbia ma un’ulteriore forma di libertà”.

“A Barletta c’è l’amianto, chissà se era vero o mica tanto. La politica è un brutto affare sia quella nazionale che quella locale”: l’ironia di Jovanotti dopo il concerto annullato

Il cantautore è tornato sul "caso" Barletta, dove si sarebbe dovuto esibire il 17 agosto


Jovanotti ieri sera, 8 settembre, si è esibito con il suo Jova Summer Party alla Darsena Marisabella di Bari. La data era il recupero del concerto che era previsto a Barletta lo scorso 17 agosto, poi stoppato dopo i controlli delle autorità preposte sul terreno che hanno evidenziato tracce di Amianto nell’area dell’ex Cartiera.

Sulle note di “Quant’è bello lu primm’ammore“, l’artista ha colto l’occasione per tornare sull’argomento: “A Barletta c’è l’amianto, chissà se era vero o mica tanto”. Jovanotti ha ripercorso i fatti di Barletta, non risparmiando qualche stoccata agli amministratori: “La politica è un brutto affare – ha cantato fra gli applausi dei circa 35mila spettatori – sia quella nazionale che quella locale”.

Poi Jovanotti si è riferito proprio a loro, ai fan delusi e messi in difficoltà dalla decisione di annullare il concerto previsto il 17 agosto scorso: “Trentacinque cristiani incazzati – ha messo in versi – e file di politici tutti intervistati per finire in mostra sopra un telegiornale, ma è sempre e solo una campagna elettorale”.

Poi è arrivato l’omaggio alla città che alla fine lo ha abbracciato: “Scalato le montagne e attraversato i mari e finalmente oggi sono arrivato a Bari”. Infine la rassicurazione: “La cosa si è risolta con vino e taralli”.

Il consigliere di Barletta Basile: "Jovanotti puoi giocare ma non denigrare la mia amata città"
Non ci sa il consigliere comunale di Barletta Flavio Basile di Barletta al Centro ha dedicato un post su Facebook proprio a Jovanotti: “Per quanto mi riguarda, io sono orgoglioso di fare politica nella mia amata città da 20 anni e, a differenza di quanto affermi, non ho rilasciato interviste mettendomi in fila per far campagna elettorale perché certo non avrei bisogno di te per farla come pure tutti i miei colleghi di maggioranza ed opposizione!!! Non ti permetto di generalizzare. Tu, proprio tu, voglio ricordarti che grazie a questa politica locale, come la definisci, hai fatto due eventi perfettamente riusciti e, per questa ragione ci sei voluto tornare. Puoi giocare, scherzare, cantare, ma non generalizzare tentando di denigrare la mia amata città e la politica locale. Questo comportamento è da ingrati, ipocriti e, se mi permetti, da ignoranti. Sono deluso ed amareggiato e, sono certo, lo saranno le decine di migliaia di concittadini barlettani che ti hanno ospitato con affetto. Ad maiora”.

Crepet duro sui giovani: «Abbassare l'età della maturità e via da casa a 18 anni», così imparano a sbagliare

Crepet critica l’eccessiva protezione dei giovani e propone di anticipare la maturità, più autonomia e il diritto di sbagliare per crescere davvero


Crepet: maturità prima e via da casa a 18 anni
Diplomarsi prima, lasciare la casa dei genitori a 18 anni e fare finalmente esperienza degli errori della vita. Paolo Crepet torna a scuotere il dibattito pubblico con una dura riflessione sul futuro delle nuove generazioni in Italia.

Ai microfoni dell'Adnkronos, lo psichiatra e sociologo punta il dito contro l'eccesso di protezione genitoriale: un sistema di controllo costante che rischia di paralizzare i giovani anziché sostenerli. Per l'esperto, l'ansia degli adulti di evitare ogni minimo fallimento ai figli si traduce in una trappola che toglie loro l'ossigeno dell'autonomia.

Togliere la rete di salvataggio è l'unica strada per permettere ai ragazzi di sviluppare vero carattere e capacità critiche. Senza il diritto di sbagliare con le proprie gambe, affrontare le scelte cruciali dell'età adulta rischia di diventare un ostacolo insormontabile.

Per Crepet la maturità arriva troppo tardi
Uno dei punti sollevati da Crepet riguarda direttamente la scuola. Lo psichiatra si domanda perché in Italia il diploma arrivi normalmente intorno ai 19 anni, mentre in altri sistemi scolastici europei molti studenti terminano gli studi secondari prima.

La sua proposta è netta: anticipare l'età della maturità. Nella sua visione, non significa semplicemente togliere un anno di scuola, ma permettere ai ragazzi di entrare prima nell'università, nel lavoro o in un'esperienza lontano da casa. Dietro questa posizione c'è una questione più ampia, quella dell'autonomia dei giovani. Secondo Crepet, rimandare troppo a lungo il momento in cui iniziamo a cavarcela da soli può rendere più complicato il passaggio dalla scuola alla vita adulta.

La provocazione diventa ancora più forte quando parla della famiglia: andare via di casa a 18 anni sarebbe, secondo lo psichiatra, un modo per imparare a risolvere problemi senza poter contare ogni volta sull'intervento immediato dei genitori. Crepet usa un'immagine molto concreta: se ci troviamo soli lontano da casa, dobbiamo necessariamente trovare una soluzione. In questo modo responsabilità e indipendenza smettono di essere concetti teorici e diventano esperienze quotidiane.

Troppa protezione può aumentare la paura di sbagliare?
Il cuore del ragionamento di Crepet riguarda il rapporto con l'errore. Secondo lo psichiatra, se veniamo continuamente protetti dalle conseguenze delle nostre scelte rischiamo di non imparare davvero a gestire sconfitte, critiche e fallimenti. Il risultato sarebbe un paradosso: nel tentativo di risparmiarci ogni difficoltà, gli adulti potrebbero renderci più insicuri davanti alle decisioni importanti. Scegliere un'università, trasferirci, iniziare un lavoro o chiudere una relazione significa infatti accettare anche la possibilità di sbagliare.

Per Crepet lo stesso meccanismo emerge quando cerchiamo continuamente l'approvazione dei genitori. Nella sua lettura, anche alcune scelte sentimentali finiscono per essere condizionate dal bisogno di sentirci rassicurati dalla famiglia. Il punto, quindi, non è mettere in discussione il sostegno degli adulti. Crepet insiste piuttosto sulla differenza tra esserci quando serve e impedire qualsiasi possibilità di cadere. Se ogni ostacolo viene eliminato in anticipo, diventa più difficile capire come rialzarci quando nessuno può farlo al posto nostro.

Scuola, voti e lavoro: la ricetta di Crepet passa dal diritto di fallire
La stessa idea ritorna quando Crepet parla di voti a scuola. Lo psichiatra critica i modelli educativi che, a suo giudizio, riducono troppo il peso della valutazione, perché considera anche il giudizio una parte dell'esperienza con cui dobbiamo imparare a confrontarci.

Il messaggio che propone è semplice: se sbagliamo, possiamo riprovare. Un brutto voto o una scelta che non funziona non dovrebbero trasformarsi in una condanna definitiva, ma in un'occasione per capire cosa correggere.

Crepet porta questo ragionamento anche nel mondo del lavoro, dove invita a diffidare dell'idea che esistano scorciatoie garantite verso successo e guadagni facili. A suo giudizio dovrebbero contare soprattutto competenza, capacità e disponibilità a mettersi alla prova. Da qui nasce anche la sua posizione sulla fuga dei cervelli. Se in Italia non troviamo lo spazio necessario per crescere professionalmente, secondo Crepet partire non dovrebbe essere vissuto automaticamente come una sconfitta.

Studiare o lavorare lontano da casa può significare confrontarci con ambienti nuovi, persone diverse e problemi che non possiamo delegare. Ed è proprio questa possibilità di sbagliare, adattarci e ripartire che Crepet considera fondamentale per diventare realmente autonomi.

WhatsApp, la polizia: “Nuova ondata di attacchi ‘zero-click’”. Cosa sono e come difendersi

I suggerimenti della polizia postale per ridurre i rischi di compromissione dei propri dispositivi digitali

WhatsApp, nuovi attacchi click-zero

Roma, 29 agosto 2026 - Una nuova ondata di attacchi cosiddetti "zero-click" negli account di WhatsApp. La segnalazione arriva dalla polizia di Stato che anche sul suo canale WhatsApp e sui canali sociali dà consigli su come proteggersi e riappropriarsi dell'account laddove compromesso. In caso di dubbi o segnalazioni rivolgersi alla Polizia Postale tramite il sito del Commissariato di PS online www.commissariatodips.it.

L’allarme
I nuovi attacchi "zero-click" hanno interessato le vulnerabilità delle versioni non aggiornate di iOS e di WhatsApp sui dispositivi Apple. In alcuni casi possono essere sfruttate senza che l'utente debba compiere alcuna azione. Infatti ottenuto l'accesso all'account, gli hacker possono inviare messaggi fingendosi un familiare o un amico e chiedere denaro, simulando di trovarsi in una situazione di emergenza.

I consigli della polizia
La Polizia di Stato ha dato semplici accorgimenti per ridurre i rischi di compromissione dei propri dispositivi digitali. Primo e più importante, non effettuare mai pagamenti prima di aver verificato l'identità del richiedente, contattandolo direttamente attraverso un altro numero o dispositivo oppure, di persona. Secondo suggerimento, mantenere sempre aggiornati sia il sistema operativo del dispositivo, sia l'applicazione WhatsApp. Terzo, controllare periodicamente la sezione "Dispositivi collegati" di WhatsApp per verificare le sessioni associate al proprio account e disconnettere immediatamente i dispositivi non riconosciuti. Quarto, attivare la verifica dell’identità in due passaggi, limitare il download automatico di contenuti e allegati, e attivare una protezione mediante codice, Touch ID o Face ID. Se l'account WhatsApp risulta compromesso è importante avvisare subito i propri contatti in modo che non rispondano a eventuali richieste di denaro, avviando la procedura di recupero dell'account.

Recupero account
Specifici aggiornamenti di sicurezza di Apple hanno risolto le compromissioni, ma l’utente deve mantenere dispositivi e applicazioni nelle versioni più recenti, e sfruttare l'autenticazione a due fattori per il proprio Apple Account.

Cos’è il zero-click
Il zero-click si chiama così perché al contrario di un attacco hacker consueto, che richiede un’azione dell’utente perché il virus o il malware entri nel computer, questo tipo di violazione online non necessita che la vittima esegua azioni ma va a colpire nelle vulnerabilità dei software o in bug non ancora corretti per farsi strada nel telefonino o nel pc e infettarli. Il codice maligno si esegue da solo, basta la ricezione di un’e-mail, di un SMS o altro senza l’intervento dell’utente, perché gli smartphone leggono il contenuto senza che sia aperto, così un messaggio dannoso ben congeniato può dare il via al malware, cancellarsi e nascondere le modifiche, celando l’attacco avvenuto (Gli smartphone contengono tantissime informazioni e dati personali e su cui ogni giorno vengono scaricate app di diverso tipo). I più colpiti sono i telefonini perché offrono, con tante app, un'ampia gamma di accessi per l’attacco.

martedì 8 settembre 2026

Claudio Cecchetto: "Radio DEEJAY oggi è molto diversa, chi l'ha comprata aveva altre necessità. Gli 883? La mia paternità rimane per sempre"

Tra la radio e il liscio, Claudio Cecchetto non si ferma mai: l'ultima scommessa del talent scout è rivolta ai social ma guarda sempre al suo primo amore. E, sugli 883, non ha rimpianti


Di passato, di futuro e di intuizioni che cambiano le regole del gioco. Perché se è vero che esistono personaggi che hanno legato il proprio nome alla storia dei media e della musica italiana, Claudio Cecchetto, quella storia, l’ha letteralmente inventata, scritta e rivoluzionata. Talent scout dal fiuto leggendario – l’uomo dietro le carriere di Jovanotti, degli 883, di Fiorello e di un’intera generazione di artisti -, Cecchetto non ha mai amato guardare lo specchietto retrovisore. Anche oggi, con lo sguardo rivolto al futuro, la sua ultima scommessa si chiama Radio Cecchetto, un sistema digitale e "social" costruito come una piattaforma totalmente al servizio dei contenuti degli utenti.

Ma il presente del produttore e conduttore fa tappa anche in Romagna, terra di cui è Visit Ambassador: in concomitanza con l’attesissimo debutto del Festival San Liscio (il 10 settembre a Gatteo Mare), sotto la direzione artistica di Moreno Conficconi, abbiamo intervistato Cecchetto che ci ha concesso una lunga chiacchierata a tutto campo. Dai temi sulla recente serie TV dedicata agli 883 al destino della radio generalista, fino all’avvento della trap e dell’intelligenza artificiale: ecco cosa ci ha raccontato.

Carriera luminosa alle spalle e tanti progetti, ma con un presente che guarda sempre al futuro. Com’è nato il progetto di Radio Cecchetto?
Io non sono nostalgico, però il passato è ciò che ti forma e ti dà le indicazioni per il domani. Con la radio ho dato vita a due network importanti; poi mi sono dedicato anche ad altro, ma la radio resta il mio primo grande amore. È una voce, un’idea che puoi utilizzare per creare qualcosa che senti dentro e che ancora non esiste.

Non ho dato vita a Radio Cecchetto per imitare le emittenti che ho già creato: quelle fanno il loro corso e brillano di luce propria. Sto cercando di fare una radio diversa, allineata con i tempi. Il grande fenomeno degli anni 2000 sono i social, la cui vera differenza rispetto agli altri media è che sono piattaforme a disposizione dei contenuti creati dagli utenti. Sto realizzando una radio che ragioni allo stesso modo, una piattaforma al servizio del pubblico. Se hai voglia di prenderti i famosi cinque minuti di celebrità di Andy Warhol, se hai voglia di esprimerti, io ti do la possibilità di farlo. È un processo lungo, perché le persone sono ancora legate al concetto di radio tradizionale. La mia invece è una "radio social", tanto che sto creando degli spazi chiamati personal radio, affidati a persone che vogliono mettersi alla prova e sperimentare questo mezzo.

A proposito di contenuti digitali, oggi ascoltiamo moltissimi podcast. Citando il tuo passato è impossibile non pensare a Radio DEEJAY: nei prodotti di oggi ritrovi la stessa "fame" che avevate voi in quegli anni o lo scenario attuale è più arido?
Quella dei podcast oggi è una vera e propria moda e solo il tempo farà una selezione naturale. Ora chiunque può aprirne uno. Io sono cresciuto con la radio e la preferisco perché ha una forte componente musicale, una caratteristica che ai podcast manca. Vedo che vanno forte e che molti miei amici li seguono, ma dai podcast dobbiamo trarre un insegnamento: le persone che ascoltano hanno voglia di sapere, di approfondire. Nella mia radio vorrei unire la buona musica a informazioni interessanti, che vadano oltre le notizie di Google che trovi ovunque. I podcast rappresentano un ottimo stimolo per l’evoluzione della radio, ricordandoci che c’è bisogno di contenuti, ma non dobbiamo dimenticare che la radio resta il mezzo più consono per trasmettere la musica.

Pensi quindi che la vecchia FM non morirà mai a favore del digitale?
Tecnicamente la FM spegnerà le frequenze, perché il futuro di tutte le radio è sul web. Ma la radio come mezzo non morirà mai. Ha solo bisogno di continui aggiornamenti e di vivere il presente. E siccome il presente è social, anche le radio devono diventarlo.

Nella Radio DEEJAY di oggi rivedi lo spirito con cui l’hai fondata o la trovi cambiata?
La trovo abbastanza diversa. La mia missione era farla diventare la radio numero uno, la madre di tutte le radio, e ci sono riuscito, anche se oggi le cose sono cambiate. Ho fatto un buon lavoro, se pensi a quanto resiste ancora sul mercato. Anche il brand che ho creato credo sia insuperabile. All’inizio venni molto criticato per quel nome: mi dicevano che chiamare un’emittente "Radio DEEJAY" fosse un controsenso, come battezzare una lavatrice "ferro da stiro". Poi, col tempo, hanno capito quanto quel marchio fosse potente.

Oggi la radio va avanti sulla scia dei miei insegnamenti, ma per come la vedo io avrebbe dovuto continuare a dettare la linea a tutte le altre. Sono dinamiche diverse dalle mie: io sono un direttore artistico, mentre chi l’ha acquistata aveva altre necessità.

Credi che la figura tradizionale del direttore artistico sia superata o è ancora fondamentale per fare della buona radio
Non è affatto superata, serve in ogni settore, persino nei negozi. Il problema è che a volte, oggi, il direttore artistico è poco artistico e molto commerciale.

Rimanendo in tema, come giudichi l’evoluzione del direttore artistico del Festival di Sanremo? Tu lo hai condotto per tre edizioni: com’è cambiato quel ruolo?
Oggi, siccome il volto principale del Festival è il conduttore, la direzione artistica viene generalmente affidata a lui. Un bravo professionista, però, sa che deve circondarsi di persone valide. Si tratta di un vero e proprio staff artistico rappresentato dal conduttore. In RAI, e in particolare a Sanremo, lavora un ottimo gruppo di lavoro già da diversi anni.

Questo "staff giusto", però, a volte non rischia di penalizzare gli artisti in gara a causa di dinamiche e pressioni esterne?
Fare la cosa giusta è sempre difficile: qualunque scelta tu faccia, ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarla. Alla fine contano i risultati, che sono di due tipi. C’è quello immediato, ovvero l’audience, perché ormai siamo abituati a pretendere milioni di telespettatori ogni sera. Poi, dopo qualche mese, arriva il verdetto discografico: si guarda dove sono i brani presentati e se hanno avuto successo. Sono questi ultimi dati a decretare se il Festival sia stato o meno un trionfo.

Quindi sono gli ascoltatori a decidere il successo?
Sicuramente. Io ho sempre lavorato per il pubblico, per gli ascoltatori e per i telespettatori. Devi accontentare loro e intercettare la maggioranza delle persone che ti stanno seguendo.

Dietro al successo di Sanremo, che ormai è un vero e proprio fenomeno di costume, le radio mantengono un ruolo centrale per l’affermazione dei brani?
Sì, hanno ancora un peso importante, anche se oggi dividono la scena con i social, con TikTok e con i Reel di Instagram. Per fortuna, dietro ai social ci sono ancora le persone e non solo gli algoritmi. Se fai la scelta giusta, le persone la recepiscono e la rilanciano, anche per una questione di tendenza. Le radio, comunque, restano fondamentali.

Tu hai visto tantissimi ragazzi diventare grandi artisti, penso a Jovanotti su tutti. Oggi che siamo guidati dagli algoritmi dei social, si riesce ancora a distinguere un fenomeno passeggero da un artista destinato a durare nel tempo?
I talenti puri, quelli che ci fornisce madre natura, emergono sempre. Per fortuna la fabbrica dei talenti non si è esaurita. Magari qualcuno ci mette un po’ più di tempo rispetto a un altro, ma se vali vieni fuori. Il pubblico è sempre a caccia di novità e il talento si riconosce.

A proposito di Jovanotti, in passato lo hai definito "un poeta". A cosa ti riferivi nello specifico?
È un artista completo. È un poeta, e lo si capisce da ciò che scrive, ed è un grande musicista, come dimostrano i suoi dischi. È anche una personalità poliedrica: ogni tanto si diletta nella pittura. Non sarà Rembrandt, ma quello che fa è molto interessante. In radio ho un bellissimo quadro che mi regalò per il mio compleanno tanti anni fa e che continuo ad apprezzare molto.

Quando lo hai scoperto, Lorenzo era diverso da chiunque altro. Tu stesso lo hai definito "scalmanato". Come hai capito che avrebbe lasciato il segno?
È difficile da spiegare. Come dico sempre, ho la caratteristica di annoiarmi facilmente. Quando incontro qualcuno che riesce a catturare la mia attenzione e a mantenerla alta, allora capisco che c’è del talento. Da quando l’ho conosciuto, seguire e ascoltare quello che faceva era talmente stimolante che ho voluto dargli una mano a realizzare ciò che aveva in mente.

Ti faccio una domanda un po’ più particolare sui tuoi talenti, a cui puoi anche non rispondere se preferisci: gli 883.
È un gruppo che ho lanciato perché mi sembrava diverso da tutto ciò che c’era in giro, e l’intuizione si è rivelata giusta. Ricordo che per i primi quattro mesi dall’uscita dell’album nessuna radio voleva trasmetterli, non ci credevano. Ho insistito molto e alla fine i fatti mi hanno dato ragione.

Ti resta più il rammarico per come si è interrotto il rapporto o l’orgoglio per la strada fatta insieme?
I rapporti possono finire e le proprietà possono cambiare, ma le paternità artistiche rimangono per tutta la vita.

Nella recente serie TV, Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883, però, sei stato dipinto come una figura un po’ rigida, quasi contraria a produrli perché venivano dalla provincia. Non è andata esattamente al contrario?
Esattamente, è l’opposto. Come dice il titolo stesso, hanno raccontato "la leggenda", ma la verità è un’altra. Li ho scelti proprio perché venivano dalla provincia, da Pavia. L’importante è che le cose siano andate bene.

Tu hai inventato tappe fondamentali dell’intrattenimento come Radio DEEJAY e Deejay Television. Perché oggi la televisione generalista fatica così tanto a parlare ai giovani?
Perché chi fa la televisione oggi non pensa a loro. Ho creato Deejay Television perché avevo firmato con Canale 5 e c’era un editore illuminato come Berlusconi che mi ha dato fiducia. All’epoca avevo meno di trent’anni. Se non si dà spazio e fiducia ai giovani, non possiamo pensare di intercettarli. Bisognerebbe chiedere direttamente ai vertici della televisione attuale perché li escludano dai loro pensieri.

Manca forse un appuntamento cult come il Festivalbar? Oggi la musica in TV sembra quasi penalizzata e si vive molto di nostalgia.
Manca il Festivalbar, ma ci sono i suoi eredi spirituali, come Battiti Live, i Tim Summer Hits e altre rassegne estive. La differenza è che all’epoca il Festivalbar era un punto di riferimento unico che concentrava il meglio della musica. Oggi i talenti sono frammentati e, se guardi i programmi musicali, ruotano sempre intorno ai soliti nomi.

Da come parli, comunque, non sembri affatto un nostalgico.
No, assolutamente. Ricordo il passato con piacere perché è da lì che è partito tutto – lo stesso modello dei vari Battiti Live e dell’estate in musica nasce dal Festivalbar -, ma non guardo indietro con malinconia.

Cambiamo completamente prospettiva. Di recente ho intervistato Moreno Conficconi, direttore artistico di "San Liscio" (in programma il 10 settembre a Gatteo Mare). Lui guarda molto all’Europa e alla world music. Com’è nata la tua scommessa sul liscio?
Da quattro anni sono Visit Ambassador per la Romagna, quindi vengo spesso interpellato per valorizzare il territorio. La Romagna ha una forte identità musicale, un po’ come Napoli: la musica napoletana nasce in un luogo specifico ma è considerata patrimonio della musica italiana nel mondo. La Romagna ha questo sound unico e inconfondibile che è il liscio.

Visto il successo che riscuote in tutta Italia – perché ormai ha superato i confini regionali ed è fortissimo in Piemonte, Veneto e Lombardia attraverso le balere -, l’obiettivo è portarlo all’estero. La Romagna vive di turismo ed è importante attrarre pubblico internazionale, mostrando che siamo una Terra in cui ci si diverte. E ballare è la cosa più divertente del mondo.

Credi che possa diventare un brand internazionale? Moreno è davvero ottimista a riguardo.
Sicuramente. Vogliamo uscire dall’Italia e il genere ha tutte le carte in regola per farcela. Lo si nota dai turisti stranieri: quando assistono a una serata di liscio, si divertono moltissimo.

Il pubblico è cambiato nel tempo o l’approccio al liscio è rimasto lo stesso?
Il pubblico è cambiato e oggi ci sono molti giovani che si stanno avvicinando. Il liscio è un ballo impegnativo e faticoso, ma ai ragazzi piace ballare. Il vero cambiamento ce lo aspettiamo da loro, proprio come è successo in tutto il mondo della danza. Un tempo i ballerini ripetevano sempre le stesse sequenze; oggi si muovono in modi completamente diversi. È un’evoluzione che avevo intuito negli anni Ottanta con la Crazy Gang...

Ricordo.
Ecco, vedendo quel gruppo diretto da Mustafà a Roma capii dove saremmo arrivati oggi. Anche il liscio ha bisogno di un upgrade, e questa evoluzione può nascere solo dalla fantasia delle nuove generazioni.

Questa evoluzione del ballo è merito della televisione o si tratta di una percezione errata?
La televisione ha un grandissimo merito perché amplifica e diffonde i fenomeni. Se mostri qualcosa a un pubblico vasto, è molto probabile che nascano degli imitatori. Vale il vecchio detto: la pubblicità è l’anima del commercio, e la TV fa pubblicità a ciò che trasmette.

Parlando sempre di giovani e dell’anima dirompente della Romagna: pensi che l’avvento dell’intelligenza artificiale possa spegnere la creatività musicale di una realtà come quella o rappresenti una nuova opportunità?
Faccio sempre l’esempio della calcolatrice. Quando ero a scuola, un giorno la professoressa di matematica si presentò in classe con l’aria affranta dicendo: "Purtroppo hanno inventato la calcolatrice". Io, al contrario, ne fui felice. I calcoli servono per arrivare a un risultato, che sia risolvere un problema o progettare un ponte, e la calcolatrice accelera solo quel processo.

L’intelligenza artificiale per me è la stessa cosa: uno strumento, come lo è stato il computer, che ti permette di raggiungere più velocemente i tuoi obiettivi. L’IA va sempre guidata dall’uomo. Se poi un giorno l’uomo creerà macchine più intelligenti di lui capaci di superarlo, si vedrà, ma non credo accadrà. Mi sono sempre appoggiato alla tecnologia per ottimizzare il mio lavoro e sono felice di averlo fatto.

Quindi la accogli positivamente?
Sì, ma sempre con attenzione. Se la ignoriamo rischiamo di non saperla gestire, se invece la studiamo e la mettiamo al nostro servizio diventa una risorsa straordinaria.

Cosa pensi, sinceramente, della scena trap e urban attuale?
Penso che ogni generazione debba avere la musica che la rappresenta. Non possiamo pretendere che i giovani ascoltino i Led Zeppelin; va benissimo farlo, ma i ragazzi hanno bisogno di qualcosa che sentano come proprio. Questa musica appartiene a loro. Nella mia carriera ne ho viste di tutti i colori, ma so che la musica non è statica e può sorprenderti da un momento all’altro. Per me va benissimo così: i grandi classici restano immutati nel tempo e fungono da ispirazione per i generi del futuro. Sono aperto alle novità e non sono un nostalgico.

Sei fiducioso, quindi, per il futuro del settore?
Molto. L’unica differenza rispetto al passato è che un tempo fare un concerto allo stadio era un evento eccezionale, mentre oggi ci riescono tutti.

Come mai, secondo te? È una scelta degli artisti o sono spinti dal mercato?
Un tempo c’era il culto del disco fisico. Oggi, con lo streaming, è svanito il concetto di possesso della copia. Di conseguenza, il budget che prima il pubblico spendeva per l’acquisto della musica viene investito per vivere l’emozione collettiva di un concerto dal vivo.

La musica oggi si gioca soprattutto sulla dimensione live?
Sì, ma in fondo è sempre stato così. La musica è nata per fare festa, per riunire le persone in piazza.

Per intrattenere e divertire.
Esatto, assolutamente.

Un’ultima domanda prima di lasciarti andare. Hai rivoluzionato la radio, la TV e la discografia: c’è un’ultima idea nel cassetto o ti ritieni soddisfatto?
La mia ultima scommessa editoriale è proprio Radio Cecchetto. Sto concentrando tutte le mie energie su questo progetto. È uno spazio mio, libero dalle rigide regole del mercato, che mi servirà per sperimentare e capire cosa poter fare domani che non sia ancora stato fatto.

Fonte: Libero.it