sabato 22 agosto 2026

Scalano il Monte Fuji, ma il figlio di 7 anni non ce la fa: il padre lo abbandona per ore

L'uomo, insieme ai suoi due figli, voleva arrivare in cima al monte più alto del Giappone. È stato chiamato e ammonito dalle autorità per aver scaricato il più piccolo


Quella che doveva essere un'escursione da sogno sul Monte Fuji, in Giappone, si è trasformata in un incubo. Soprattutto per un bambino di 7 anni, che è stato abbandonato dal padre perché troppo stanco per continuare a camminare. Per sua fortuna, dopo alcune ore trascorse da solo su una panchina, il piccolo è stato notato e poi accudito da un addetto di un rifugio vicino che ha contattato le autorità. L'episodio si è verificato nella giornata di giovedì 20 agosto e si è concluso con un severo rimprovero sferrato dalle forze dell'ordine nei confronti del genitore. Non decisamente un esempio.

L'inizio di giornata
Il Monte Fuji è il monte più alto del Giappone, con i suoi 3.776 metri di altezza, ed è un'attrazione per i locali e i turisti. Uno di questi locali, un uomo di 48 anni, ha deciso di intraprendere una scalata sulla montagna insieme ai suoi due figli, di 13 e 7 anni. L'obiettivo? Arrivare in cima. Apparentemente a qualsiasi costo. La famiglia ha intrapreso la passeggiata sul sentiero Fujinomiya, uno dei cammini più popolari perché l'unico ad avere un punto di partenza facilmente accessibile dal Giappone occidentale. Tuttavia, la sua minore distanza è compensata dal grado impegnativo della pendenza e dalle molte aree composte da terreno roccioso. E infatti, poco dopo l'inizio dell'escursione, il più piccolo del trio ha alzato bandiera bianca.

L'abbandono
Il sentiero Fujinomiya inizia alla quinta delle dieci stazioni che si trovano lungo il percorso per scalare il Monte Fuji. Alla sesta stazione, il bambino di 7 anni ha iniziato a lamentarsi di essere stanco. Ma il padre, anziché incoraggiarlo o interrompere la giornata, ha deciso di lasciarlo da solo per continuare nella missione scalata insieme all'altro figlio. Il piccolo di 7 anni è rimasto seduto su una panchina per diverse ore, che secondo le ricostruzioni sarebbero tre.

A scovarlo sulla panchina è stato un addetto di un rifugio vicino che lo ha invitato a entrare nel locale e gli ha permesso di ripararsi lì mentre venivano contattate le forze dell'ordine. Una volta arrivati, gli agenti sono riusciti a identificare il padre e a contattarlo. In quel momento si trovava vicino all'ottava stazione del sentiero e gli è stato ordinato di tornare a prendere il figlio abbandonato.

Finita bene
Il bambino è illeso ed è stato ritrovato sano e salvo. Viene da dire per fortuna, visto che le condizioni meteorologiche sul Monte Fuji possono cambiare rapidamente e in modo imprevedibile. Gli agenti delle forze dell'ordine hanno rimproverato il padre: "Anche se significa dover rinunciare alla scalata insieme, abbandonare un bambino è inaccettabile", come riportato da Japan Today. Il genitore si sarebbe pentito della mossa: ""Ho preso una decisione avventata e me ne pento profondamente".

giovedì 20 agosto 2026

Violentava il figlio neonato e pubblicava i video su TikTok: condannato a 12 anni

L’uomo, arrestato dopo un’indagine avviata da una segnalazione statunitense, aveva scelto il rito abbreviato e rinunciato all’appello; sconterà la pena nel carcere di Trento


È diventata definitiva la condanna a 12 anni inflitta, a marzo, a un quarantenne residente in Alto Adige, responsabile di detenzione, diffusione e realizzazione di materiale pedopornografico e violenza sessuale aggravata sul figlio neonato.

Il procedimento e la scelta dell'imputato
Il processo si è svolto con rito abbreviato davanti alla Corte d'Assise di Bolzano. L’uomo ha rinunciato al processo d’appello, scelta che comporta lo sconto di un sesto della pena. Sconterà la condanna nel carcere di Trento, dove è recluso da due anni.

Indagini e arresto
L'indagine è partita dopo una segnalazione delle autorità statunitensi, che avevano rilevato materiale pedopornografico pubblicato su TikTok. La polizia postale italiana ha identificato l’autore e proceduto all’arresto.

La contestazione verso l’imputato riguarda la produzione di 12 video e 2 foto realizzati tra il 2020 e il 2023.

Iter processuale e decisione della Cassazione
Il primo processo si era svolto al tribunale di Bolzano e si era concluso, con rito abbreviato, con una condanna a 12 anni. Tuttavia, dopo il ricorso dell’avvocato difensore Giuseppe Pontrelli, la Cassazione ha annullato la sentenza e ordinato un nuovo processo, individuando come competente la Corte d’Assise.

mercoledì 19 agosto 2026

Varese, finisce con una maxi rissa la serata organizzata dal Comune contro la violenza

In via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi. E subito è esplosa la polemica politica

La rissa ripresa da lontano con un telefonino

Varese, 26 luglio 2026 – Si è conclusa con una rissa la serata del Varese Block Party, la manifestazione organizzata dal Comune di Varese e da Informagiovani con il coinvolgimento di una trentina di associazioni giovanili cittadine e di diverse band del territorio. Intorno alla mezzanotte e mezza, al termine dell'evento, in via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi.

L'iniziativa era stata promossa con l'obiettivo di rilanciare una zona della città recentemente finita al centro delle cronache per alcuni episodi di violenza, proponendo una serata all'insegna della musica, dei laboratori e delle attività associative per vivere in modo positivo gli spazi urbani. L'epilogo, però, è stato ben diverso dalle intenzioni degli organizzatori. I video amatoriali realizzati dai presenti documentano i momenti di tensione, mostrando giovani che si affrontano a calci e pugni e il lancio di oggetti lungo la strada. Sul posto è intervenuta un'ambulanza del 118 che ha soccorso un ventenne, successivamente trasportato all'ospedale di Circolo in codice giallo.

L'accaduto ha immediatamente riacceso il dibattito sulla sicurezza in città. Tra i primi a intervenire è stato il Movimento Angelo Vidoletti. La leader Stefania Bardelli ha parlato di una situazione "ormai fuori controllo", sostenendo che quanto avvenuto in via Como rappresenti l'ennesima dimostrazione di un problema che l'amministrazione comunale non può più ignorare. Nel comunicato diffuso dal movimento viene denunciato anche il lancio di bottiglie di vetro lungo la strada, con il conseguente rischio per residenti e passanti. Bardelli ha rivolto le proprie scuse ai cittadini "a nome mio e del Movimento Angelo Vidoletti", pur precisando di non amministrare la città né di avere rappresentanti in Consiglio comunale. Secondo il movimento, la sicurezza a Varese non è una semplice percezione ma un problema concreto che coinvolge residenti, commercianti e famiglie, e richiede una presenza costante sul territorio, controlli efficaci, tolleranza zero verso chi semina violenza e degrado e il coraggio politico di affrontare la situazione senza limitarsi a iniziative di facciata.

Sull'episodio è intervenuto anche il consigliere comunale della Lega Stefano Angei, che ha annunciato il deposito di un'interrogazione urgente. Il consigliere ha evidenziato come i commercianti e i titolari dei locali della zona abbiano aderito da tempo a un protocollo di sicurezza concordato con il Comune, rispettando il divieto di vendita di alcolici da asporto e sostenendo direttamente i costi della vigilanza privata. Per Angei è quindi singolare che una rissa sia scoppiata proprio al termine di un evento promosso dall'amministrazione comunale.

Con l'interrogazione il consigliere chiede di fare chiarezza sulle modalità di somministrazione degli alcolici durante la manifestazione, sul rispetto delle ordinanze vigenti, sulle misure di vigilanza predisposte e sulle ragioni che hanno permesso il verificarsi dell'episodio nonostante il carattere istituzionale dell'iniziativa. Secondo Angei, via Como non può essere affrontata con eventi occasionali, ma necessita di una strategia di sicurezza strutturale e continuativa, con una presenza costante sul territorio e un'azione amministrativa più incisiva per garantire la tutela di residenti, commercianti e frequentatori della zona.

Il processo storico di 29 Stati Usa contro Meta. L'accusa: «Ha reso i minori dipendenti, ha ingannato il pubblico»

L'azienda di Zuckerberg accusata di danni ai minori e violazione di leggi federali: rischia fino a (teorici) 1.400 miliardi di multa e un completo sconvolgimento per Instagram e Facebook


Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altro una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha “sfruttati”, oltre ad aver “ingannato” il pubblico» ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Un processo che ha tutti i crismi per diventare storico, da molti già paragonato a quelli contro «Big Tabacco», le multinazionali del fumo finite alla sbarra negli anni Novanta. I 29 Stati sono rappresentati da quattro capofila, ovvero California, Colorado, New Jersey e Kentucky. Potrebbero avanzare richieste di danni fino a (teorici) 1.400 miliardi di dollari, pari all’intera capitalizzazione di Meta. E, ancora di più, dalla sentenza potrebbe uscire una vera rivoluzione per i social network.

Tutti i 29 Stati sono già coinvolti nel processo per l'accusa comune di violazione della legge federale sulla privacy dei dati dei bambini (il Coppa ovvero Children’s Online Privacy Protection Act), tra cui in particolare la raccolta illecita di dati senza consenso dei genitori. I procedimenti relativi ai danni e alle leggi locali dei restanti 25 Stati verranno affrontati separatamente, in un secondo momento.

Per Meta i precedenti non mancano. Risale a poco meno di due settimane fa la sanzione ricevuta in Nuovo Messico, pari a 567 milioni di dollari, sempre per danno sui minori. È dello scorso marzo invece la fondamentale sentenza di Los Angeles, che ha risarcito la ventenne Kaley G.M. con 6 milioni di dollari (lì era coinvolta anche Google) e che ha dato la stura a un diluvio di altri procedimenti aperti o in via di apertura in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Meta non potrà difendersi soltanto invocando la sezione 230 del Communications Decency Act (risalente all’ormai lontano 1996), considerata finora negli Stati Uniti uno scudo per i contenuti pubblicati all’interno delle piattaforme social. Nel mirino dell’accusa non sono infatti tanto i contenuti condivisi su Facebook o Instagram, quanto piuttosto il design delle relative app, intenzionalmente creato — dicono i procuratori generali — con il fine ultimo di creare dipendenza, grazie all’utilizzo di funzionalità come lo scrolling infinito, algoritmi di raccomandazione per la selezione mirata dei post e notifiche push continue. Megan O’Neill, vice procuratore generale della California, ha dichiarato in aula che il modello di business di Meta era quello di «agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». «Ha funzionato particolarmente bene con i bambini», ha aggiunto.


A decidere la sentenza finale non sarà la giuria (gli otto componenti hanno un ruolo consultivo), bensì la giudice distrettuale Gonzalez Rogers. La lista dei testimoni punta ai vertici della società: sono attesi in aula il fondatore Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri.

L’accusa schiererà una platea di esperti di salute mentale infantile, ex dipendenti e sfrutterà gli esplosivi documenti interni rivelati dalla whistleblower Frances Haugen, finiti poi nel libro «Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook», duramente contestato da Meta. Tutto è partito, di fatto, dalle rivelazioni di Haugen, confluite in un’inchiesta ufficiale avviata nel 2023.

Gli avvocati di Meta spiegheranno alla giuria gli sforzi fatti dall’azienda per garantire la sicurezza dei bambini online, ribadiranno di non aver mai rilasciato dichiarazioni fuorvianti sulla sicurezza e confida sul fatto che gli Stati non riusciranno a dimostrare che i loro residenti abbiano subito un danno reale.


Quanto durerà il processo, cosa si rischia
Il dibattimento durerà tra le quattro e le sei settimane. A decidere la sentenza finale e l'eventuale risarcimento non sarà la giuria (gli otto giurati mantengono un ruolo puramente consultivo), bensì la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers.

La cifra abnorme di 1.400 miliardi di dollari è emersa negli atti difensivi. Si tratta in verità di una proiezione teorica, visto che è stata ottenuta moltiplicando la sanzione massima statale per ogni minore coinvolto e per ogni giorno di presunta violazione. Nessun analista ritiene realistico un conto simile, che porterebbe l'azienda al fallimento. In aula le richieste sono già scese a circa 200 miliardi di dollari, ma lo scenario più probabile resta una sanzione fortemente ridotta dal giudice o una transazione extra-giudiziale da raggiungere tra le parti.

Il vero rischio per Meta non è economico, ma più profondo, strutturale. La corte potrebbe infatti imporre la cancellazione dello scorrimento infinito (a livello nazionale, nei soli Stati Uniti), limiti d'uso rigidi per gli under 18 e la disattivazione degli algoritmi predittivi disegnati per trattenere gli utenti sullo schermo. Gli Stati chiedono anche di cancellare i modelli di AI (intelligenza artificiale), addestrati sui dati dei minori raccolti senza consenso. Una sconfitta di Meta in aula innescherebbe un probabile effetto domino: aprirebbe la strada alle cause di famiglie, scuole, istituzioni varie e altri Stati americani, scardinando per sempre l'immunità legale di cui le Big Tech hanno goduto sul design dei propri prodotti.

lunedì 17 agosto 2026

Bufera social sui meteorologi, Giuliacci risponde agli insulti e annuncia denunce

Il divulgatore annuncia azioni legali verso chi lo ha attaccato dopo alcune previsioni molto discusse. Sui social, centinaia i commenti negativi e sostegno parallelo dei follower


Mario Giuliacci non ci sta. E dopo i numerosi insulti ricevuti sulla pagina Facebook Meteo Giuliacci, in cui per tutta l'estate ha dato aggiornamenti ai suoi tantissimi sostenitori sul caldo africano, ha pubblicato un messaggio: «Molti di voi saranno denunciati per offese alla mia persona».

E poi cita l'articolo in questione: «Per le offese rivolte a un personaggio pubblico si applica generalmente l’articolo 595 del Codice penale: diffamazione. Il reato ricorre quando: la persona offesa è assente; l’espressione lesiva della reputazione viene comunicata ad almeno due persone; vengono diffuse offese oppure accuse false, anche sui social network. Se l’offesa è pubblicata su Facebook, Instagram, giornali, siti o altri mezzi di diffusione, si configura normalmente la forma aggravata: reclusione da 6 mesi a 3 anni oppure multa non inferiore a 516 euro».

Essere un personaggio pubblico, scrive, «comporta una maggiore esposizione alla critica, ma non autorizza insulti gratuiti, accuse false o attribuzione di fatti disonorevoli non verificati». Giuliacci infatti è stato vittima di una serie di commenti negativi sui suoi profili, che lo hanno accusato di aver prima preannunciato una tregua dal caldo e poi aver posticipato la tregua stessa. Un fatto normalissimo in un contesto mutevole come quello delle previsioni meteo - previsioni, appunto - ma che non lo ha reso immune da cattiverie. Allo stesso tempo, sono migliaia i sostenitori. Da personaggio televisivo, Giuliacci è riuscito a "trasformarsi" in un simbolo del meteo anche sui social. I suoi video ogni giorno tra Facebook, Instagram, TikTok e YouTube sono visti da migliaia di persone.

Le critiche ai meteorologi
Il rapporto tra previsioni meteorologiche e social network è ormai diventato particolarmente acceso. Basta che una previsione non trovi piena corrispondenza nella realtà perché sotto un post possano comparire decine, a volte centinaia, di commenti. E questo è successo a Mario Giuliacci, che ha scelto di mettere un argine ai tanti commenti offensivi, minacciando denunce a chi continuerà.

Il tema non riguarda soltanto il singolo professionista. La meteorologia è infatti diventata una delle materie più commentate sui social e non solo: le previsioni vengono consultate quotidianamente da milioni di persone e, quando il risultato atteso non coincide con quello osservato, il meteorologo diventa spesso il bersaglio delle critiche. Ma una previsione meteorologica non è una promessa su ciò che accadrà con certezza. È una stima elaborata sulla base dei dati disponibili e di modelli matematici che descrivono l'evoluzione dell'atmosfera.

Il malinteso nasce spesso proprio da questo punto. Una previsione a diversi giorni di distanza non ha lo stesso grado di affidabilità di una previsione riferita alle ore immediatamente successive. L'atmosfera è un sistema estremamente complesso e anche piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono modificare l'evoluzione prevista. Per questo motivo i modelli meteorologici vengono aggiornati più volte al giorno e una previsione può essere modificata man mano che arrivano nuovi dati. Questo vale ancora di più quando si parla di temporali, precipitazioni locali e fenomeni intensi.

In questi casi può bastare una variazione nella posizione di una perturbazione per determinare differenze significative tra una zona e quella immediatamente vicina.

Cos'è il Love Bombing e come riconoscerlo fin dai primi messaggi

Ti è mai successo di conoscere qualcuno online che sembra perfetto? Potrebbe trattarsi di love bombing: attenzione, non è amore vero


Ti è mai capitato di conoscere qualcuno online e pensare: “Ok, questo è diverso da tutti gli altri”? Dopo due giorni di chat ti chiama “amore”, ti dice che non ha mai conosciuto nessuno come te, ti scrive buongiorno e buonanotte, ti riempie di complimenti, vuole sentirti sempre. Sembra una favola, ma allo stesso tempo qualcosa dentro di te è un po’ in allarme, anche se non sai spiegare bene perché.

Ecco, qui iniziamo a parlare di cos’è il “Love Bombing” e come riconoscerlo fin dai primi messaggi.

Non sei “troppo diffidente”: c’è una spiegazione psicologica
Quello che senti non è paranoia. Né sei “rovinato dalle relazioni passate”. Quando qualcuno parte subito fortissimo con dichiarazioni, promesse, parole grandi e appiccicose, non è solo “uno molto romantico”: spesso è un vero e proprio meccanismo di controllo travestito da amore.

Il love bombing, in pratica, è quando una persona ti riempie di attenzioni, frasi intense, dimostrazioni esagerate, per creare molto in fretta un legame emotivo fortissimo. Non lo fa per conoscersi davvero con calma, ma per agganciarti, quasi come se volesse mettere un gancio nel tuo cervello e nel tuo tempo.

Per questo è così importante capire cos’è il “Love Bombing” e come riconoscerlo fin dai primi messaggi: perché di solito inizia proprio lì, in chat, quando tutto sembra solo carino e lusinghiero.

Perché il love bombing funziona così bene sul nostro cervello
Il punto è che il nostro cervello ama sentirsi speciale. Ogni volta che arriva un messaggio dolce, una frase tipo “non so come ho fatto senza di te finora”, una chiamata a sorpresa, si attivano i circuiti della ricompensa: arriva quella famosa dopamina che ci fa stare bene.

Se queste “dosate di amore” arrivano una volta ogni tanto, è normale, fa parte di una conoscenza. Ma quando le attenzioni sono continue, intense, veloci, succede una cosa particolare: inizi ad associare quella persona alla sensazione di valore, di essere visto, di essere desiderato. E più ti abitui, più il tuo cervello la cerca.

È un po’ come se qualcuno ti regalasse il tuo snack preferito ogni mezz’ora: all’inizio sei gasato, poi inizi ad aspettartelo, e quando non arriva ti manca. Con il love bombing succede lo stesso, solo che lo “snack” sono i messaggi, le frasi importanti, le promesse.

Cosa succede sotto la superficie: non è solo romanticismo
Dietro il love bombing spesso c’è un bisogno forte di controllo. Non sempre è consapevole, ma l’idea è: “Ti faccio sentire così speciale e così scelto da me, che poi farai fatica a mettere limiti”.

Per questo, insieme ai complimenti e alle frasi zuccherose, spesso compaiono anche altre cose. Per esempio arriva la richiesta di rispondere sempre subito. Oppure la persona si offende se esci con amici. Magari inizia a dire: “Io ci tengo davvero, non come gli altri che ti hanno fatto del male”, e piano piano ti isola, mettendosi sul piedistallo di unico salvatore.

All’inizio può sembrare che stia solo “dimostrando quanto tiene a te”. In realtà, più passa il tempo, più capisci che non puoi più respirare senza giustificarti. E paradossalmente, quando ormai sei preso, le attenzioni iniziali possono diminuire o diventare un premio e una punizione: se fai come vuole, amore; se non lo fai, freddezza, silenzi, ricatti emotivi.

Perché alcune persone sono più vulnerabili al love bombing
Non è questione di essere ingenui o “deboli”. Spesso chi cade nel love bombing è semplicemente qualcuno che ha avuto relazioni in cui si è sentito messo da parte, ignorato, dato per scontato.

Se da piccolo, o nelle storie precedenti, l’affetto arrivava a ondate (ti amo / ti ignoro), il cervello si abitua a vivere proprio di questi picchi. Quindi quando arriva una persona che ti “bomba” di attenzioni, può sembrare finalmente quello che aspettavi da sempre.

In più, i social e le chat rendono tutto ancora più intenso: conversazioni infinite fino alle 3 di notte, storie ricondivise, cuori, reaction. È facile confondere la frequenza dei messaggi con la profondità del rapporto. Ma non sono la stessa cosa.

L’insight che fa un po’ male ma libera
La parte un po’ dura da guardare in faccia è questa: non è amore quello che nasce in due giorni e pretende tutto di te. È più simile a una dipendenza reciproca: chi fa love bombing ha bisogno di sentirsi potente e indispensabile, chi lo subisce ha bisogno di sentirsi finalmente scelto.

L’insight liberatorio è che l’amore vero non ha fretta di dimostrare, ha voglia di conoscere. Non ha bisogno di pressare, ma di costruire. Se qualcuno ti piace davvero, puoi volerlo tutti i giorni, senza per forza invadere ogni minuto della sua vita, né riempirlo di promesse XXL al secondo messaggio.

Come portarti via qualcosa di utile da tutto questo
Se ti sei rivisto in qualche pezzo, non significa che “scegli sempre le persone sbagliate”. Significa che stai iniziando a vedere dei pattern, e questo è un passo enorme.

Puoi usare questa consapevolezza per rallentare quando senti che tutto corre troppo. Farti domande tipo: “Se togliessi i messaggi intensi, cosa rimane? Lo conosco davvero?”.

E se senti che sei finito in una dinamica pesante, in cui ti senti confuso, svuotato o in colpa ogni volta che provi a mettere un confine, parlarne con qualcuno di esterno aiuta tantissimo: un amico lucido, un adulto di cui ti fidi, o anche uno psicologo, se ne hai la possibilità.

Perché le storie che iniziano con fuochi d’artificio possono essere emozionanti, ma quelle che durano davvero di solito partono con qualcosa di più tranquillo: rispetto, tempo, curiosità reale. E non hanno bisogno di bombardarti d’amore per farsi sentire vere.

Fonte: Webboh.it