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mercoledì 13 maggio 2026

Eurovision Song Contest 2026, le pagelle della prima semifinale

Alla Wiener Stadthalle di Vienna si è conclusa la prima delle due semifinali (CLASSIFICA - DIRETTA - LOOK) della 70ma edizione della gara. In questa serata di debutto Sal Da Vinci, che comunque ha già garantito l'accesso alla finale di sabato, ha stupito: essenziale e coinvolgente. Notevoli la tedesca Sarah Engels e la polacca Alicja, che vola leggiadra in finale. Senhit, che rappresenta San Marino, emoziona ma non conquista e viene eliminata


Moldavia – Satoshi – Viva, Moldova! - VOTO 5
Satoshi the first. È il rapper di Cahul ad aprire Eurovision 2026 e la prima domanda è: quale è la concezione del rapper in Moldavia? Sul palco salgono la vita loca, lo scimmiottamento dei Gipsy King e un autocitazionismo geografico oltre l'appartenenza. Poi se vogliamo divertirci in un villaggio turistico... ci sta! Ma che scopiazzamento.

Svezia – Felicia – My System - VOTO 5
Premesso che andebbero bandite le persone mascherate, il messaggio va letto sulle labbra e non attraverso un ipotetico ventriloquo. Un Pop poco originale e per di più datato. Il richiamo ad Automatic Lover di Dee D. Jackson è annacquato. Algida come l'inverno nel suo Paese.

Croazia – Lelek– Andromeda - VOTO 5+
Un più concesso per la performance. La popstar croata è statica, è avvolta dal fumo scenografico che dovrebbe renderla dea (come la mitologia insegna) ma invece la fa smarrire nella nebbia. Claudicante.

Grecia – Akylas – Ferto 5
Già presentarsi con una scenografia da videogioco nella stagione dell'intelligenza artificiale è antistorico, se ci aggiungiamo coreografie caricaturali... beh dateci una serata di rebetiko e un bicchiere di ouzo!

Portogallo – Bandidos do Cante – Rosa - VOTO 6-
Chi si nutre di Fado starà facendo un esorcismo ma va detto che questi "banditi" emozionano con il loro approccio da coro alpino. Trasmettono un afflato resistente. E hanno pure la fortuna di essere preceduti da Paesi smarriti nelle scenografie.

Georgia – Bzikebi – On Replay - VOTO 5
Kill Bill alla Aldo, Giovanni e Giacomo. Poco incisivi, poco divertenti, tanto scontati. Li sorregge una voce profonda. Ma chi dopo la loro esecuzione schiaccerebbe il testo replay?

Italia – Sal Da Vinci – Per sempre sì - VOTO 7/8
L'apoteosi del neomelodico. Qualche giorno prima del Festival di Sanremo (che poi ha vinto) siamo stati assai a chiacchierare sul concetto del neomelodico. Le sue parole di Per Sempre Sì sono il curling del cuore, scivolano sull'anima e la segnano. Non si può obiettare, il cuore palpita... accussì!

Finlandia – Linda Lampenius & Pete Parkkonen – Liekinheitin - VOTo 5/6
Un incrocio tra le telenovela degli anni Ottanta, quelle con protagonisti Eduardo Palomo e Luisa Kuliok, e gli Europe di Joey Tempest. Insomma un ibrido di due epoche non troppo lontane che però non fanno scoccare la scintilla.

Montenegro – Tamara Živković – Nova Zora - VOTO 6+
Melodia un po' scontata ma le atmosfere gotiche trasmettono un po' di emozione. Sembra di vivere una favola dark, rimandi a Tim Burton. Un applauso a chi ha pensato a questo viaggio onirico-sonoro.

Estonia – Vanilla Ninja – Too Epic to Be True - VOTO 5/6
Un titolo evocativo: troppo epico per essere vero. E infatti in questo brano, un miscuglio di Pop con una batteria (notevole) Rock, di epico c'è poco e di vero ancora meno. Resta però l'odore di naftalina che a qualcuno trasmette fastidio e a qualcun altro nostalgia.

Israele – Noam Bettan – Michelle -VOTO 6
Non brilla per originalità ma quanto meno gioca con la melodia. Certo la beatlesiana Michelle giocava un altro campionato ma questa sa fare sorridere. E non è poco visto che per questioni bellico-politiche c'è chi ha rinunciato ad esserci per la presenza di Israele.

Germania – Sarah Engels – Fire - VOTO 7
Un guizzo Pop interessante. Certo non aspettavamo un testo all'altezza del suo omonimo filosofo Friedrich ma il fuoco lo ha accesso: come performance, come vocalità, come idea. Una carezza tedesca nella notte di Vienna.

Belgio – ESSYLA – Dancing on the Ice - VOTO 6
Quando è arrivata a Vienna il suo velo era ancora ad Anversa. Poi si è dissolto e con una metamorfosi dolciaria sul palco sono comparse quattro candide meringhe in versione frozen. Onesta la sua danza sul ghiaccio.

Lituania – Lion Ceccah – Sólo Quiero Más - VOTO 5
Un miracolo. Lion è riuscito a innestare in una sola canzone la compìeta de Il Nome della Rosa, il Pop depotenziato e le giaculatorie. Insomma uno e trino. E poco convincente.

San Marino – SENHIT – Superstar - VOTO 6
Facciamo un passo indietro: le superstar sono altro. Ma la coriacea Senhit, supportata dall'evergreen Boy George, è riuscita a reggere l'urto e a dire la sua. Le sonorità mi hanno ricordato quel capolavoro che fu Moving Like A Superstar, brano del 1977 di Amadeo.

Polonia – ALICJA – Pray - VOTO 7
Magnetica. Non ha avuto bisogno di coreografie fantasmagoriche per far decollare la sua preghiera. E ci aggiungo che le due barre Rap, infide concettualmente in questo pop-elettronico, sono state fiammeggianti. L&L ovvero laica e liturgica.

Serbia – Lavina – Kraj Mene - VOTO 5
A scaldare gli animi ci sono solo le fiamme della scenografia. Il resto è una replica di tante repliche. Anche il look alla Blade Runner è un debole deja-vù. Stinto.

mercoledì 15 aprile 2026

La techno si sta trasformando in un’attrazione turistica?

Da un lato, la cultura rave viene osteggiata e perseguitata dalle autorità. Dall'altro, viene saccheggiata dall'industria creativa. Il risultato è che sempre meno persone sanno cos'è davvero la musica techno e la cultura rave.


Qualcuno – o meglio chiunque abbia acceso una televisione negli ultimi due o tre anni – potrebbe aver notato che nei video musicali si vedono sempre più spesso soundsystem simili a quelli dei rave; veri e propri muri di casse, piazzati lì sullo sfondo a “fare figo”, anche se la musica è pop o r’n’b e non ha niente a che fare con la musica che si sente ai rave – sia essa techno, tekno, electro, acid, hardcore, psytrance, drum’n’bass, o anche solo reggae, dub o altri generi dell’originaria soundsystem culture giamaicana. Un po’ come nei video dei primi anni Zero, in cui era immancabile la presenza di qualche skater sullo sfondo, a garantire un feeling di freschezza, gioventù e ribellione.

Si potrebbe partire da qui: dal fatto che l’immaginario commerciale va puntualmente a saccheggiare quello underground, e in particolare quello dell’underground che dà fastidio. Contro gli skater si è legiferato; contro i raver si continua a legiferare; infinite volte si è legiferato contro i graffitari – e si provi solo a immaginare un video musicale di ambientazione urbana e occidentale senza graffiti sullo sfondo; insomma, par proprio che l’ostilità del sistema funzioni come un bollino di figosità tutto speciale. Se però si parla di techno – e quindi, con essa, di cultura rave e club culture più o meno underground – il discorso potrebbe ampliarsi: anche la musica di quei video, persino di quelli più commerciali, si è velocizzata e sempre più spesso si avvale di basi che, se non sono techno tout court, dalla techno senz’altro vengono; allo stesso modo, sono diversi anni che anche nei club più ordinari – a meno che il pubblico non sia proprio di adolescenti – si sentono ritmi sopra i 140 bpm, qualcosa che prima era riservato a situazioni, se non proprio underground, quantomeno più ricercate.

Il saccheggio (reiterato) della cultura rave
E poi c’è la moda. Ora, è pur vero che sono decenni che il mondo della moda saccheggia la cultura rave, come del resto saccheggia qualunque sottocultura dotata di una sua estetica (quanti cicli di saccheggio della cultura hippie ci sono stati, a oggi? E di quella hip hop?): i raver sono stati depredati già tre o quattro volte, prima dell’ultimo gran sacco, quello del 2024, in cui i grandi marchi si sono appropriati dell’estetica “full black” da club berlinese, che è a sua volta un rimaneggiamento in salsa dark room dell’estetica free tekno: nero, minimalismo, scarponi giganti e zone scoperte, in quel tipico mix di edgy e pratico che i raver hanno sviluppato nei decenni in modo del tutto spontaneo. Se si collega tutto questo al fatto che città a forte concentrazione di techno come Berlino sono diventate mete turistiche conclamate, con gli influencer che fanno a gara a far reel dalla coda del Berghain, o che sindaci lanciati verso il palcoscenico nazionale come Silvia Salis fanno suonare in piazza Charlotte de Witt (raccogliendo elogi, consensi e viralità social), il dubbio potrebbe venire: non è che la techno è diventata una moda?

Born in the USA
Torniamo allora a techno; nel farlo tocca notare che, nonostante tutto, rave o non rave, si torna in America: la techno, pur percepita oggi come qualcosa di eminentemente europeo, al pari della cultura rave stessa, nasce a Detroit ed è quindi una musica americana. E una musica nera, visto che i suoi padrini sono i “Belleville three” Juan Atkins, Kevin Saunderson e Derrick May, ai quali si possono aggiungere (quantomeno) Rick Davis, Eddie Fowlkes, Robert Hood, Mad Mike Banks e Jeff Mills, questi ultimi tre fondatori della Underground Resistance, che già dal 1989 legava techno e militanza politica. La techno, quindi, nasce politicizzata, anche quando era suonata “solo” nei club underground di Detroit...

Da lì, solo qualche anno più tardi (la data convenzionale è il 1992: ci arriviamo), in Europa, e più precisamente nel Regno Unito, nascono i rave come li intendiamo oggi. Da quelle parti si registrano feste libere già dalla seconda metà degli anni ’80, non ancora a base di techno bensì di acid house (incidentalmente, anche la house è musica nera e americana, arrivando da Chicago con pionieri come Frankie Knuckles, Ron Hardy o Marshall Jefferson, ma questa è un’altra storia)... Avendo la cultura rave una struttura a rizoma, è molto facile disperdersi verso altri filoni: come non citare, almeno, quello della psytrance coi suoi festival, oggi in gran salute? Dal punto di vista musicale, il genere deriva da un genere tutto europeo dell’elettronica, la trance, e storicamente ci sono stati tanti momenti di opposizione tra l’etica più punk dei “teknusi” e quella più fricchettona dei “goani”, ma la verità è che le due sottoculture si ibridano da sempre: agli albori della psytrance, quando si chiamava ancora goa-trance, ce n’erano e come di free party goa – chiedere a chiunque abbia frequentato i colli tra Firenze e Bologna nel decennio 1995-2005 – mentre di recente, in concomitanza con fasi di maggior repressione, si sono visti non pochi teknusi “rifugiarsi” con la loro musica ai festival psytrance; allo stesso modo, i free party di oggi tendono a includere decorazioni e videomapping su pannelli che arrivano dall’estetica psytrance, in una dialettica che in trent’anni e passa non ha mai smesso di essere fertile.

Ma al di là dell’acid house e della psytrance, quando si parla di techno, il primo distinguo da fare è sempre quello tra techno e tekno, dato che quella “k” ha assunto un significato preciso, che va oltre il genere, pur essendo la tekno anche un genere di techno più duro, ruvido e veloce, imparentato con l’hardcore: quando si parla di tekno (o, meglio, di free tekno), si sta parlando anzitutto di una pratica, quella delle feste libere. Arriviamo allora a quella data convenzionale, il 1992, anno in cui si fa nascere la cultura rave come la conosciamo, quella che – lei sì – dovrebbe essere patrimonio immateriale UNESCO: alcuni soundsystem di città, con la loro techno, convergono sul Castlemorton Common Festival, un festival freak sopravvissuto ai decenni, coi suoi funghetti, il suo LSD e – fin lì – la sua musica analogica… . Tra i soundsystem che approdano su quei campi ci sono gli Spiral Tribe, veri e propri padri nobili della tekno, i Bedlam, i DiY, i Circus Warp e i Circus Normal.

Facciamo un delirio
Cosa succederà, all’incontro tra le stagionate ma ancora potenti energie psichedeliche del festival e le nuove forze crusty delle metropoli, con le loro attitudini punk, la loro MDMA e il loro suono nuovissimo e indiavolato? Facile intuirlo: il delirio. Rave, appunto. Due settimane di festa ininterrotta, la gente che continua ad arrivare da ogni angolo delle isole britanniche, e alla fine l’intervento delle autorità, il più costoso processo della storia giuridica inglese, l’assoluzione degli Spiral Tribe, la loro fuga in Europa per inseminare il continente con la “cosa nuova” che avevano inventato (o scoperto), l’approvazione due anni dopo del Public Order and Justice act, prima “legge anti-rave” al mondo...

Da allora succedono tante cose. Gli Spiral Tribe trovano terreno fertile in Francia, in Italia, in Repubblica Ceca, in Austria, e alleanze con soundsystem agguerriti che sbocciano come funghi in tutta Europa, e che a loro volta disseminano il verbo nei loro Paesi... Paradossalmente, uno dei luoghi in cui la free tekno si radica meno è proprio Berlino, perché in città c’è già una scena elettronica autoctona libera e vivissima, e a dire degli stessi Spiral Tribe un evento clamoroso come il teknival che organizzarono al centro sociale Tacheles nel 1993 assieme ai Mutoid Waste Co., per l’underground berlinese fu “just another big party”, visto quanto viva e variegata era la scena, in un’epoca in cui le feste che duravano una settimana si trovavano, be’, ogni settimana. Dall’altro lato, però, col prosperare dei free party da un lato e dei club dall’altro si solidificava una dialettica che non smetterà di dare frutti, a Berlino e altrove.

La cultura rave prospera, e con essa i tentativi di repressione: dopo il Public Order and Justice Act del 1994, in Francia arriva la legge Mariani del 2001, in Repubblica Ceca l’attacco in massa della polizia al teknival di Mlýnec nel 2005, più tanti altri episodi di violenze di stato in tutta Europa, fino al “nostro” 633-bis nel 2022. E proprio in questi giorni una nuova legge anti-rave è al vaglio in Francia (ed è già passata alla Camera, complice anche un bel po’ di assenteismo nelle file del Partito Socialista, per quanto alcuni dei presenti abbiano saputo argomentare contro di essa in un modo che in Italia possiamo solo sognare).

Si può discutere a lungo su quali siano le ragioni di un simile accanimento – trentennale! – contro una libera cultura giovanile, e tra le più fertili e creative, visto che autoproduce anche la propria musica, autocostruisce le proprie decorazioni, e porta bellezza in luoghi derelitti e abbandonati: l’odio per la libertà, l’ignoranza musicale, il populismo penale, la necessità di creare nemici immaginari, il proibizionismo, il fatto che i free party sono gratis e quindi in aperta opposizione con l’unica ideologia ancora in piedi, quella del profitto; resta il fatto che la cultura rave è sempre stata sotto attacco e lo è tuttora, ma resistendo afferma una figosità che qualunque cosa che chieda il permesso non potrà mai avere.

Il trionfo
Infatti, nel frattempo, la techno vince – anzi trionfa, se diventare mainstream può esser considerata una vittoria: ormai la si sente anche ai corsi di pilates; le canzoni pop hanno basi che sono più o meno tutte catalogabili come “techno”; e in Paesi meno moralisti del nostro proliferano festival techno giganteschi, così giganteschi che non si può in alcun modo parlare di sottocultura, figurarsi di underground: è dal 2017 che il Tomorrowland belga registra quasi mezzo milione di presenze (15 mila sono solo le persone che ci lavorano), ma del resto se si pensa che la Love Parade di Berlino registrava un milione di partecipanti già dal 1997, risulta chiaro che, già a pochi anni dalla nascita del genere e delle sue pratiche, è esistita una techno mainstream parallela alla techno underground, e il fiume visibile e quello sotterraneo si sono sempre ibridati a vicenda, così come si sono sempre ibridati a vicenda i tanti sottogeneri fratelli o cugini. La techno che si sente nei club “normie” sarà diventata più veloce e dura, ma chi ha frequentato la scena free negli ultimi anni – perché sì, il 633-bis oltre che un’aberrazione giuridica è un fallimento e le feste libere hanno continuato a esserci – avrà notato una ricomparsa, proprio lì, nel cuore della tekno, della techno “col ch”, dell’electro, dell’acid e di altri generi più “leggeri” rispetto alla cassa dritta in 4/4 della tribe tekno e dell’hardcore.

La techno, dunque, è diventata una moda? Forse la vera risposta è che non è mai passata di moda, e che anche la sua espressione più radicale – il rave “propriamente detto”, ovvero il free party – è diventata una prassi dell’aggregazione giovanile a livello globale, e finché scatenerà repressione e legislazione dedicata, manterrà anche il suo potenziale controculturale. È vero però che nel frattempo ci siamo giocati un bel po’ di club culture, e quella che rimane assomiglia sempre più a un’attrazione turistica: ma siamo sicuri che ciò non sia più una questione legata alla gentrificazione, alla turistificazione, alla riduzione dello spazio pubblico, alla crisi immobiliare e all’espulsione dei veri abitanti dalle città?

Mentre dall’altro lato i club storici lottano con un caro-affitti difficilmente compatibile con lo spirito underground. Nonché meno avversa al business. O meglio la seconda: prima, infatti, c’è stato il “regolamento per le orchestre” del Terzo Reich, dove si vietavano i “ritmi sincopati e isterici della musica delle razze barbare”.

Chi ricorda la pimpante stagione della “progressive techno” toscana in club come Jaiss, Duplé, Kama o Insomnia, e afterhour come il The West? Si potrebbe qui formulare una nuova ipotesi: i rave sono così odiati perché le feste davvero leggendarie, quelle che si ricordano ancora con un brivido dopo cinque, dieci, venti, trent’anni, non si le ha organizzate un oligarca nel suo yacht o un miliardario nel suo loft, ma degli scappati di casa in un capannone abbandonato. E qui emerge un’altra caratteristica della cultura rave e della techno in generale, fin dai tempi di Detroit: la sua trasversalità sociale e di classe.

Club che peraltro sono sempre meno, sia in Italia che in Europa, in un’infinita sequenza di chiusure, mentre la techno risuona ovunque fuori di essi. Non solo: l’atteggiamento dell’opinione pubblica dopo anni di repressione (o meglio, di diversione di risorse pubbliche dalla lotta al vero crimine alla repressione delle feste libere), pare cambiata, si vedano ad esempio i commenti in calce alla notizia del Witchtek di Modena dello scorso novembre, o del più recente Pasquatek in Toscana… e si tratta pure di ambiti in genere riservate ai troll di destra. 

Che potrà pur cominciare coi “turisti della techno”, ma finisce sempre per continuare con i turisti normali, quelli che non odiano solo la techno, ma anche un concertino sotto il loro b’n’b.

domenica 5 aprile 2026

Cocoricò Easter Experience: tre giorni di musica elettronica con grandi dj internazionali


Dal 4 al 6 aprile il Cocoricò di Riccione ospita Easter Experience, la tre giorni dedicata alla musica elettronica contemporanea negli spazi iconici della leggendaria venue, uno dei festival più importanti d’Europa nel periodo di Pasqua. La manifestazione segna così la riapertura della stagione del Cocoricò, con alcuni tra i migliori dj della scena internazionale come protagonisti.

Si inizia sabato 4 aprile con Charlotte de Witte - prima in classifica nella Top 100 Techno Djs di DjMag per il sesto anno consecutivo - protagonista assoluta nella Piramide. La dj e producer belga, figura di riferimento della techno contemporanea e fondatrice dell’etichetta Kntxt, è nota per un sound essenziale e potente, caratterizzato da influenze acid e da una presenza costante nei principali festival e club internazionali. Nella stessa serata, sempre in Piramide, si esibisce Enrico Sangiuliano, producer e sound designer italiano attivo da anni nella scena techno globale, con collaborazioni con etichette di primo piano e performance nei più importanti contesti internazionali. Completano il programma del sabato Idriss D in Piramide, Kruelty, Kymera e Luna Lunekova nella T-Room.

Domenica 5 aprile la Piramide accoglie Joseph Capriati, tra i dj techno italiani più riconosciuti a livello internazionale, con oltre vent’anni di carriera, release su label come Drumcode e il progetto Metamorfosi, attivo tra Ibiza e i maggiori festival mondiali. Per l’occasione Capriati si esibirà in b2b con Chris Stussy, dj e producer olandese tra i nomi più influenti della nuova house internazionale. La serata vede anche un back-to-back tra Archie Hamilton e Sidney Charles, rispettivamente dal Regno Unito e dalla Germania, entrambi protagonisti della scena house e techno contemporanea. Il programma della domenica include inoltre Tini Gessler in Piramide, Triptykh, Ankkh e Stephan Krus in back-to-back con Räv nella T-Room.

Il festival si conclude a Pasquetta, lunedì 6 aprile, con una daytime session dalle 15 a mezzanotte. Headliner della Piramide sono Anotr, duo olandese e fondatori dell’etichetta No Art, protagonisti della scena house internazionale con un progetto che unisce produzione, dj set e visione culturale del clubbing. Durante la giornata si esibiscono inoltre Toman, Miguelè Tons, Frank Storm e Matisa in Piramide, mentre la T-Room ospita Mattia Trani, V111 e Carlo Russo.

Il Ciao Sex ospiterà per tutto il weekend i resident Giusy Consoli e Francesco Ceruleo.

Il programma in breve

Sabato 4 aprile – Day 1 (23:45 – till late)
Piramide: Charlotte de Witte, Enrico Sangiuliano, Idriss D
T-Room: Kruelty, Kymera, Luna Lunekova
Ciao Sex: Giusy Consoli, Francesco Ceruleo

Domenica 5 aprile – Day 2 (23:45 – till late)
Piramide: Joseph Capriati b2b Chris Stussy, Sidney Charles b2b Archie Hamilton, Tini Gessler
T-Room: Triptykh, Ankkh, Stephan Krus b2b Räv
Ciao Sex: Giusy Consoli, Francesco Ceruleo

Lunedì 6 aprile – Day 3 (daytime 15 – 00:00)
Piramide: Anotr sunset session, Toman, Miguelè Tons, Matisa, Frank Storm
T-Room: Mattia Trani, V111, Carlo Russo
Ciao Sex: Giusy Consoli, Francesco Ceruleo

venerdì 17 ottobre 2025

Addio a MTV, la fine di un’epoca che ha segnato intere generazioni

Paramount Global chiude definitivamente cinque canali musicali MTV in Europa entro dicembre 2025, segnando la fine di un’era che ha rivoluzionato la cultura musicale televisiva per oltre quattro decenni.


Paramount Global ha ufficialmente confermato la chiusura definitiva di cinque canali musicali MTV in Europa entro il 31 dicembre 2025. La decisione segna la conclusione di un’era che ha rivoluzionato il rapporto tra musica e televisione per oltre quattro decenni, trasformando radicalmente il modo in cui intere generazioni hanno scoperto e consumato la musica.

I canali destinati alla chiusura sono MTV Music, MTV 80s, MTV 90s, Club MTV e MTV Live, che rappresentano gli ultimi baluardi della programmazione musicale non-stop del marchio. La decisione interessa inizialmente Regno Unito e Irlanda, per poi estendersi progressivamente a Francia, Germania, Austria, Polonia, Ungheria, Australia e Brasile. L’unico canale che sopravviverà sarà MTV HD, ma con una programmazione completamente stravolta, incentrata su reality show e programmi di intrattenimento come “Naked Dating UK” e “Geordie Shore”, abbandonando definitivamente la sua identità musicale originaria.

La trasformazione non rappresenta un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un processo che si protrae da anni. Internet è diventato la nuova MTV. YouTube, TikTok e Spotify hanno reso obsoleta la televisione musicale tradizionale, offrendo accesso istantaneo e personalizzato ai contenuti. Il pubblico giovane oggi scopre la musica attraverso algoritmi e piattaforme on-demand, rendendo insostenibile il modello della televisione lineare.

Le radici di una rivoluzione culturale
La storia di MTV inizia il 1° agosto 1981 negli Stati Uniti, quando alle 24:00 andò in onda “Video Killed the Radio Star” dei Buggles. Un titolo profetico che anticipava la rivoluzione che il canale avrebbe portato nell’industria musicale mondiale. L’Europa vide la nascita di MTV Europe nel 1987, mentre MTV Italia debuttò ufficialmente il 1° settembre 1997 sulle frequenze di Rete A con l’MTV Unplugged dei Nirvana.

MTV non si limitò a trasmettere videoclip, ma divenne un fenomeno culturale totale. Il canale ridefinì il concetto stesso di videoclip musicale, trasformandolo da semplice strumento promozionale a forma d’arte autonoma. Registi come David Fincher, Spike Jonze e Michel Gondry iniziarono le proprie carriere dirigendo videoclip per MTV, creando capolavori visivi che accompagnavano brani destinati a segnare generazioni.

Il videoclip, nato nel 1975 con “Bohemian Rhapsody” dei Queen, trovò in MTV il proprio habitat naturale. Il canale trasformò la fruizione musicale da esperienza puramente auditiva a esperienza audiovisiva completa, dove l’immagine diventava elemento costitutivo e indispensabile della musica stessa. MTV creò le prime superstar globali dell’era video: Michael Jackson con “Thriller” nel 1983, Madonna con “Vogue”, Prince e Whitney Houston divennero icone planetarie grazie alla rotazione continua dei loro videoclip.

L’ascesa e il declino di un impero mediatico
Gli anni Ottanta rappresentarono l’apice assoluto di MTV. Il canale non era più soltanto una finestra sui video musicali, ma definiva moda, stili di vita e tendenze giovanili globali. MTV contribuì a creare uno stile visivo unico caratterizzato da colori accesi, abiti eccentrici e un’estetica che influenzò profondamente la cultura pop mondiale. Il canale divenne il punto di incontro di tutte le culture musicali, demolendo barriere razziali e geografiche nell’industria discografica.

Il declino iniziò gradualmente alla fine degli anni Novanta. MTV ridusse progressivamente la messa in onda di video rock, dando vita all’espressione “Rock is dead”. La strategia aziendale virò verso la musica pop, hip hop e R&B, mentre i programmi a tema rock vennero completamente rimossi. Contemporaneamente, il canale iniziò a diversificare la programmazione introducendo reality show e programmi non musicali, allontanandosi progressivamente dalla propria identità originaria.

La rivoluzione digitale e la morte della televisione musicale
L’avvento di Internet e delle piattaforme digitali ha rappresentato il colpo finale per MTV. YouTube, lanciato nel 2005, ha democratizzato completamente l’accesso ai videoclip, permettendo la visione on-demand senza vincoli di palinsesto. La piattaforma di Google è diventata la prima destinazione per i video musicali, superando ogni record di visualizzazione e ottenendo oltre il 10% del tempo totale di visione delle audience globali.

TikTok ha ulteriormente rivoluzionato il panorama, trasformando il consumo musicale in un’esperienza frammentata e virale. I giovani utenti scoprono nuovi brani attraverso video di pochi secondi, rendendo obsoleto il formato tradizionale del videoclip da tre-quattro minuti. Gli algoritmi di raccomandazione personalizzano l’esperienza musicale in modo che MTV non poteva nemmeno immaginare.

Le piattaforme di streaming musicale come Spotify hanno completato la trasformazione. La musica è diventata liquida, accessibile ovunque e in qualsiasi momento con un semplice abbonamento mensile. Gli ascoltatori hanno accesso a milioni di brani senza la necessità di attendere la programmazione televisiva. Questa democratizzazione ha permesso anche agli artisti indipendenti di raggiungere il pubblico globale senza passare attraverso i filtri delle major discografiche.

La decisione di Paramount Global si inquadra in un piano di riduzione dei costi globali di 500 milioni di dollari, seguito alla fusione con Skydance Media. I canali musicali MTV non sono più economicamente sostenibili: MTV Music nel Regno Unito registrava una media di 1,3 milioni di spettatori, mentre MTV 90s ne attirava circa 950.000. Numeri insufficienti per giustificare i costi operativi in un mercato dominato dalle piattaforme digitali gratuite.

La chiusura segna la fine di un modello di consumo musicale comunitario. MTV era il luogo dove tutto si incontrava, dove milioni di giovani condividevano simultaneamente le stesse scoperte musicali. Simone Angel, ex VJ del canale, ha espresso perfettamente questa perdita: “Dobbiamo continuare a sostenere gli artisti e tornare ad ascoltare musica. So che oggi lo facciamo online, ma MTV era il luogo dove tutto si univa. Mi si spezza davvero il cuore”.

L’eredità di un fenomeno irripetibile
MTV ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura contemporanea. Ha trasformato il videoclip da semplice strumento promozionale a forma d’arte autonoma, ha creato le prime superstar globali dell’era televisiva e ha definito l’estetica e i codici comunicativi della cultura giovanile per oltre due decenni. Il canale ha aperto la strada alla televisione tematica e ha anticipato molte dinamiche che oggi ritroviamo nei social media: la personalizzazione dei contenuti, l’interattività con il pubblico e la creazione di comunità virtuali attorno a interessi condivisi.

La fine dei canali musicali MTV rappresenta simbolicamente la conclusione dell’era della televisione come medium dominante per la scoperta musicale. I videoclip non scompaiono, ma si trasformano: diventano contenuti nativi digitali, progettati per la fruizione mobile e la condivisione virale. YouTube, TikTok e Instagram hanno ereditato il ruolo di MTV, ma frammentando l’esperienza da collettiva a individuale, da programmata a personalizzata.

Il mondo musicale contemporaneo deve a MTV l’intuizione fondamentale che la musica non è solo suono, ma esperienza audiovisiva completa. Questa lezione sopravvive alla chiusura dei canali televisivi e continua a influenzare il modo in cui artisti, produttori e piattaforme digitali pensano e creano contenuti musicali. MTV muore come canale televisivo, ma il suo DNA culturale permane nell’ecosistema digitale che ha contribuito a plasmare.

martedì 20 maggio 2025

L’Eurovision è il più grande musical mai scritto sul fallimento dell’idea di Europa

Tra glitter, folklore e coreografie folli, il contest canoro ci ha ricordato che l’Europa non è mai stata un concept album, ma una playlist confusa che continua a suonare in loop nonostante la realtà, dove i Paesi fingono di amarsi e i voti si danno per ripicca. Proprio come in famiglia


Ieri sera Basilea ci ha accolti con 26 performance, 160 milioni di spettatori, 900 chili di lustrini, decine di casi di abuso dell’aggettivo “iconico” da parte di BigMama e una certezza rinnovata: la musica è l’unica cosa che ci unisce davvero come popolo europeo, mentre siamo accuratamente separati da tutto il resto. Mai come in occasione di questo evento noi europei appariamo al mondo per quello che siamo davvero: una macro-tribù post-ironica incapace di sentirsi parte della stessa terra, ma ancora abbastanza solidale col prossimo da votare, due islandesi vestiti come alieni nella prima stagione di Star Trek. E se l’euro ci ha uniti e impoveriti economicamente, l’Eurovision è in grado di recuperare, facendoci sentire, al termine della lunghissima serata della finale, un po’ disuniti ma arricchiti moralmente dalla somma di tutte le nostre povertà, melodiche e ritmiche.

L’eccitazione del pubblico live era quella di bambini a una festa in ludoteca dove gira voce che i genitori del festeggiato hanno speso una cifra indecente per l’animazione. Applaudivano tutto, anche le note sbagliate, anche i synth scollati, anche la “cartolina” di Tommy Cash a tema l’hockey su pista – che pareva un tributo ai pomeriggi su RaiSport nel 2004. Forse gli eurofan sono gli unici veri europeisti rimasti. Conservano la memoria storica, aggiornano le tabelle, fanno il tifo come se dalla loro canzone preferita dipendesse la dignità del continente. Per loro il televoto è la ABC dei sentimenti. Ogni voto una transazione affettiva.

Questo perché l’Eurovision è l’unico rito mediatico in cui l’Europa della burocrazia, dell’austerity o del G7 diventa puro spettacolo della sua inconsistenza ideologica e concettuale. È un evento meravigliosamente assurdo. È insieme una gara canora, una parata kitsch, la parodia di un esperimento di diplomazia culturale, un circo post-Orfei senza animali ed una fabbrica di meme viventi. Non è certo un posto dove andare a cercare l’eccellenza musicale ( anche se ogni tanto ci scappa un pezzo bellissimo ), ma è un termometro perfetto dello spirito europeo, messo in musica: un continente fatto di nazioni che, quando provano a fare qualcosa insieme, di concerto, finiscono puntualmente col cantare, su basi registrate, in una lingua inventata, tra fuochi d’artificio, paillettes e simbolismi politici involontari quanto geniali.

Archiviato ormai da diverse edizioni il problema della rappresentazione canora della disconnessione dalle altre nazioni d’Europa, gli artisti cantano per lo più di una disconnessione da sé stessi. Ansiosi, preoccupati per il futuro, si sentono isolati e scompagnati. Così – e come dargli torto – si presentano sul palco sceneggiati come naufraghi sentimentali a bordo di una zattera alla Géricault; perché, se essi devono annegare, che anneghino con loro anche i loro dispiaceri, annaspando sì, ma a schiena e cassa dritta. E vincono, moralmente ( tutti ) e letteralmente ( l’austriaco JJ ).

Il bello dell’Eurovision è che vi possano coabitare Parg l’armeno e Lucio Corsi, che remano in direzione perfettamente contraria e, dunque, si annullano a vicenda. L’uno, palestrato, a torso nudo, sporco di fango, si è rappresentato in perenne e immotivata corsa da una parte all’altra del palco, mentre fiamme scenografiche esaltavano la luccicanza del suo sudore agonistico e, almeno nella sua idea di fondo, alquanto mistico. L’altro si è presentato a metà gara come un momento di ristoro per le orecchie e come il fantasma di un’Italia che è ancora in grado di essere onesta intellettualmente nel parlare di sé. Ricontestualizzata a Basilea, Volevo essere un duro è suonata ancora di più come la parabola commovente di un italiano medio, allevato a suon di eroismi maschili e desideri scolpiti nei calendari Pirelli, che sogna i Clash e finisce per accettare la sua irrimediabile inadeguatezza. Epitaffio vivente del post-machismo nazionale, quello che credeva di vincere ( e non vinceremo! ), l’italiano di Lucio si è ritrovato a guardare vecchie clip di Topo Gigio col plaid sulle ginocchia. È il ritratto di un Paese che ha provato ad essere forte e si è scoperto fragile, tenero, emotivamente disorientato. E che forse, proprio per questo, è ancora degno di una canzone. Grazie a Lucio Corsi perdiamo con un sorriso, una giacca glitterata e un’armonica a bocca live e abusiva.

Per questo l’Eurovision è uno degli eventi mediatici più funzionalmente camp della storia dell’umanità. Qui il camp è sì un’estetica, ma anche un’ideologia e una fede. È il lato più scintillante, queer, autoreferenziale e volutamente posticcio del Song Contest, quello in cui ogni cosa è troppo, e quindi è perfetta. Il camp all’Eurovision non è un incidente: è l’anima stessa dell’evento. È Dana International che vince nel 1998 in piume di pappagallo con un inno disco-trans che sembra uscito da un club di Tel Aviv nel 2047. È Verka Serduchka, drag ucraina in uniforme da ufficiale spaziale con una stella in testa, che urla “Russia goodbye!” nel 2007 mentre balla su una polka elettronica. È Lordi, i mostri finlandesi in costume da horror metal che nel 2006 vincono truccati da film di serie Z. È Conchita Wurst che trasforma Rise Like a Phoenix in un’epifania queer degna di una Bond song reincarnata in drag.

Costumi con led sotto le ascelle, scenografie iperboliche, coreografie che sembrano partorite da un sogno di Raffaella Carrà in stato di grazia featuring Freddie Mercury sotto acido. L’Eurovision è una rivendicazione identitaria, un modo per trasformare il ridicolo in resistenza, lo sberleffo in fierezza. L’Eurovision camp è ciò che accade quando minoranze, paesi piccoli, voci fuori dal coro e performer borderline usano il palcoscenico più guardato d’Europa per dire: “Io ci sono, e glittero più di voi”.

Capolavoro del trash consapevole l’Eurovision è il regno extra-territoriale di chi sa che il bello non sempre è sinonimo di “ben fatto”, ma può essere anche “così brutto da fare il giro”. L’Eurovision, per questo, è l’unica competizione musicale in cui non capire una parola di quello che gli artisti cantano non è necessario, ma aiuta. Anche quando un testo è in inglese, nel bailamme che tutto ammanta, il suo significato rimane avvolto in un mistero degno di Twin Peaks. Ma va bene così. La chiave di volta ermeneutica, del resto, è proprio applaudire il mistero, idolatrare il nonsense, mettere in scena un’Europa dove ogni Stato si racconta come può, anche a costo di sembrare una versione remixata da Gabry Ponte di sé stesso.

Perché, e qui viene il nodo, nessuno di loro ( o quasi ) è espressione di un’identità nazionale. Sono tutti figli deviati dello showbiz americano passato e ripassato per la gavetta delle sagre del proprio Paese ( o paese ) di appartenenza. Con due eccezioni: il solito, adorabile Lucio Corsi, con il suo canto di provinciale redento; e la Grecia, che ha tirato fuori riferimenti alla sua antichità classica – e allo spirito tragico che ne consegue – atmosfere da God of War tra templi in rovina, fiamme infernali e madri vendicatrici. La Svezia merita una nota a parte: i suoi campioni non cantano, come quasi tutti gli altri, il dramma di un amore infelice, metaforico o no, verso persone o cose; bensì quello perfettamente corrisposto di un popolo con un luogo dell’anima: la sauna come esperimento di catarsi collettiva. Un’idea forte, quasi politica: chiudiamoci in una stanza a sudare finché non ci capiamo. E se non ci capiamo, almeno sudiamo insieme.
San Marino è stato rappresentato da Gabry Ponte vestito di tricolore italiano come un nostro compatriota ubriaco in trasferta a Mykonos. Peccato che la sua performance sia stata archiviata, da pubblico e critica, come “meh” già durante il primo chorus. È lui il grande sconfitto della serata, ma in fondo è abituato: è dal 2001 che la sua musica si ascolta, più che altro, mentre si vuotano le vodke dell’Eurospin dal bagagliaio della macchina, prima di andare in discoteca.

In tutto questo, va notato che la Rai è riuscita a mandare la pubblicità durante l’esibizione di Michelle Hunziker che cantava Nel blu, dipinto di blu. Era la madre adottiva di tutte le esibizioni italiane, certo più italiana di quella di Gabry Ponte o di Tommy Cash, ma è stata trattata dalla nostra regia di Stato come uno stacchetto qualunque. È autosabotaggio, è masochismo, è Rai 1. Ma è anche, maledettamente, Italia; almeno quanto Topo Gigio che ci fa da ambasciatore, parlando al mondo in collegamento dalla Fontana di Trevi.

A vincere è stato JJ, austriaco, controtenore, naufrago emotivo. Wasted Love, la sua canzone, è di fatto un’elegia per amori evaporati per l’eccessivo calore delle speranze malriposte. JJ canta come se stesse per spegnersi in diretta, con una voce che è un numero operistico che, sul più bello, sorprende con un do di techno. Unico, straniante, struggente. Il suo comunicato stampa è pura poesia in prosa: “C’è un dolore particolare nel possedere un amore immenso da donare, senza però avere un luogo in cui possa arrivare. È come galleggiare in mare su una fragile barca di carta – aggrappandosi ad ogni scintilla di speranza, solo per vederla dissolversi sotto di sé”.

Ecco, forse proprio lui, senza volerlo, ha scritto il manifesto dell’Eurovision e dell’Europa stessa. Un continente che ama disperatamente ma non sa dove mettere tutto questo amore. Un club di cuori infranti che cantano uno per l’altro, senza capirsi, senza votarsi – perché sì, ricordiamolo: il televoto non poteva indicare il proprio Paese. Dovevi votare l’altro, il meno pericoloso, il meno bravo, il più lontano dalla tua storia. Una metafora perfetta della democrazia europea: se proprio devi scegliere, scegli chi non ti minaccia.

L’Eurovision è, in fondo, il più grande musical mai scritto sul fallimento dell’idea di Europa. Non quello politico o economico, che si consuma nelle stanze di Bruxelles e nei grafici delle borse, ma quello emotivo, narrativo, simbolico. È l’epica mancata ( ma, proprio per questo, interessante ) di un continente che voleva cantare all’unisono e invece va in scena come un karaoke di solitudini nazionali, in cui ciascuno Stato membro ( e qualcuno non membro ) fa capolino nella scaletta travestito da delirio folkloristico. È il sogno infranto dell’unità che si ricompone ogni anno a colpi di luci LED, cori multilingue e voti geopolitici, nella speranza che la coreografia tenga almeno fino ai fuochi d’artificio finali.

E, tra un Lussemburgo che cercava di riscrivere il proprio ruolo nel mondo tirando fuori la favola di una Barbie che scappa dalla sua casa di bambola, una Malta che aveva appaltato la scenografia a Case Pacchiane e una Finlandia che credeva di aver appena annesso Ibiza, l’Eurovision ci ricorda che l’Europa non è mai stata un concept album, ma una playlist confusa che continua a suonare in loop, nonostante la realtà.

Dove i Paesi fingono di amarsi e i voti si danno per ripicca, in fondo, è proprio questo il miracolo: cantare assieme pur odiandoci un po’. Come in famiglia. Come in Europa.