giovedì 27 agosto 2026

Ponza, trovato in mare il cadavere di un ragazzo: è un 23enne romano. Indossava ​pinne e maschera

Il cadavere avvistato da alcuni diportisti al largo di Punta Papa


È stato avvistato da alcune persone a bordo di un’imbarcazione, a circa 300 metri dalla costa, il corpo senza vita di un uomo nelle acque di Ponza. Il ritrovamento è avvenuto al largo di Punta Papa, nella zona nord-occidentale dell’isola, non lontano dalla località di Le Forna, una delle zone più suggestive di Ponza, conosciuta soprattutto dagli appassionati di immersioni per la bellezza e la ricchezza dei suoi fondali marini.

Il ritrovamento
Secondo le prime informazioni, si tratterebbe di M.G., 23 anni, appartenente a una famiglia di Roma molto nota, titolore di un'azienda florovivaistica, che ne possiede da anni una sull'isola.

I diportisti hanno immediatamente dato l’allarme, contattando il numero unico per le emergenze e consentendo così l’attivazione dei soccorsi.

Sul posto sono intervenuti il personale sanitario del 118, gli uomini della Guardia costiera e i militari della Guardia di finanza. Al momento del ritrovamento la vittima indossava pinne e maschera, circostanza che lascia supporre che si fosse immerso nelle acque circostanti. Saranno gli accertamenti avviati dalle autorità a ricostruire quanto accaduto e a stabilire se l’uomo sia stato colto da un malore durante l’immersione oppure se siano intervenute altre cause.

Allarme di Crepet sui social: perché "sono peggio delle droghe"

Il nuovo allarme di Paolo Crepet sui social che "ci rendono degli zombie": perché le piattaforme sono "peggio" delle droghe secondo lo psichiatra


I social sono "peggio" delle droghe e l’intelligenza artificiale è "deleteria" per i giovani. A lanciare l’allarme è lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet. A suo avviso, da un lato le piattaforme digitali hanno generato un "mondo di zombie" incapace di dialogare e sempre più immerso in un flusso continuo di contenuti online che rischia di sostituire la realtà, dall’altro l’IA sta contribuendo a rendere le nuove generazioni meno autonome e meno pensate a fare e a pensare, e sempre più inclini a delegare passivamente ogni sforzo alla tecnologia.

Il nuovo allarme di Crepet sulla dipendenza da social
"Questo mondo a me non piace e lo dico chiaro. Viviamo in un mondo di zombie, dove non si riesce più a dialogare e a parlare, tutto è affidato ai social e ora anche all’intelligenza artificiale, a ChatGpt", ha dichiarato Paolo Crepet, come riportato dal Corriere Adriatico.

La comunicazione, osserva, si è ridotta a messaggi brevi e istantanei che stanno via via sostituendo le conversazioni reali: "Mandiamo messaggini, trascorriamo ore e ore sui social. Ormai è quasi impossibile perfino sedersi a tavola e discutere di argomenti di attualità anche tra adulti, figurarsi tra i giovani".

Crepet ha poi parlato della dipendenza da social, definendola "più subdola" di quella dalle droghe essendo più difficile da debellare, "perché se stai 12 ore su Instagram non hai i sensi di colpa di uno che consuma sostanze stupefacenti. Ti sembra di non fare nulla di male, ma invece sei malato e dipendente".

Lo psichiatra ha poi raccontato che sta seguendo con interesse il processo negli Stati Uniti contro Meta, che a suo avviso "potrebbe cambiare i social e quindi il mondo". Nel merito, l’esperto ha spiegato che secondo le accuse avanzate da quattro Stati americani (California, Colorado, Kentucky e New Jersey), "la società madre di Facebook e Instagram ha progettato le proprie piattaforme social per creare dipendenza nei ragazzi, mentito sui rischi connessi a tali piattaforme e raccolto dati sui bambini".

Un quadro che, se confermato, metterebbe in discussione l’intero modello di business dei social network. "Il processo finirà a ottobre e potrebbe davvero cambiare la nostra quotidianità e il mondo se le accuse saranno confermate", ha ribadito Crepet, sottolineando: "Io me lo auguro perché sarà un modo per riprendersi l’anima".

Perché l’IA è un "disastro assoluto" per Paolo Crepet
Accanto alla dipendenza da social, Paolo Crepet ha parlato anche del rischio legato all’uso passivo dell’IA. Secondo lo psichiatra, "l’intelligenza artificiale è deleteria per i ragazzi perché così subiscono passivamente tutto e non fanno concretamente nulla".

Il problema, dice, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene spesso impiegata, soprattutto dai giovani: "Dal punto di vista formativo l’IA è un disastro assoluto. Poi è chiaro che se è utilizzata per scopi diversi può essere molto importante. I nostri ragazzi non sono più abituati a fare e a pensare: hanno tutto pronto, basta rivolgersi a ChatGpt".

Questo atteggiamento, avverte lo psichiatra e sociologo, rischia di indebolire la capacità di ragionare, di risolvere problemi e di sviluppare libertà di pensiero.

Borseggiatore deruba una coppia e scappa poi ha un infarto e muore

L'uomo si è accasciato a terra improvvisamente di fronte a Palazzo Cosulich, poco prima aveva rubato un portafoglio contenente anche dei farmaci salvavita


VENEZIA - Prima ha derubato una coppia di anziani portandosi via anche i farmaci salvavita di una delle vittime. Meno di un’ora più tardi, mentre si trovava alle Zattere dopo essersi allontanato con la refurtiva, è stato stroncato da un infarto. È morto così, attorno alle 13.00 di oggi, il borseggiatore conosciuto dal gruppo dei Veneziani non distratti con il soprannome di “Mika”.

La dinamica
Tutto sarebbe cominciato circa mezz’ora prima, attorno alle 12.30, in campo dei Frari. Qui l’uomo era stato visto dai Veneziani non distratti assieme ad alcuni componenti della famiglia Dragan, suoi complici, mentre prendeva di mira una coppia di anziani. Approfittando di un momento di distrazione, i borseggiatori avrebbero sottratto alle vittime il portafoglio dallo zaino della coppia, all'interno del quale conservavano anche alcuni farmaci salvavita di cui uno dei due anziani aveva bisogno. Una volta messo a segno il colpo, i presunti borseggiatori si sarebbero rapidamente allontanati dalla zona.

Il malore improvviso
Passa appena mezz’ora e la scena si sposta alle Zattere. Davanti a Palazzo Cosulich, la biblioteca dell'area Linguistica di Ca’ Foscari ("Bali"), alcuni passanti e residenti hanno visto “Mika” accasciarsi improvvisamente a terra, colpito da un grave malore. È scattato immediatamente l'allarme. Sul posto sono arrivati i sanitari del Suem 118, che hanno iniziato le manovre di rianimazione. Gli operatori hanno praticato il massaggio cardiaco e utilizzato anche il defibrillatore, tentando in ogni modo di far ripartire il cuore dell’uomo.

Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile. Il borseggiatore non ha più ripreso conoscenza e ai sanitari non è rimasto altro che constatarne il decesso per arresto cardiaco.

Al momento, la salma si trova ancora lungo le Fondamenta, in attesa dell'arrivo delle forze dell'ordine e del medico legale.

mercoledì 26 agosto 2026

Grandine, 150 auto distrutte a Teramo: dipendenti rimasti a piedi, danni per quasi un milione

Il rebus dei risarcimenti ai cittadini


Tetti sfondati, infissi distrutti, infiltrazioni nelle abitazioni, frigo ko, ma soprattutto tante auto con i vetri andati in frantumi o con i bozzi concentrici visibili per settimane in giro per le arterie teramane.

Il Comune di Teramo ha fatto così la conta dei danni per la grandinata super di luglio: è stata difatti chiusa la ricognizione. Sono state presentate 43 istanze da parte dei cittadini e la quantificazione economica complessiva dei danni ammonta a ben 832.946 euro, gli immobili la voce più colpita: ora scatta la corsa ai fondi di solidarietà regionale.

I sindacati notificano i danni dei dipendenti delle aziende: ben 150 auto sono state messe ko dalla grandine; le organizzazioni chiedono bus navetta come in altri nuclei industriali o almeno parcheggi coperti.

A poco più di un mese dal violento evento meteorologico che ha colpito duramente il nostro territorio con grandine di notevoli dimensioni, soprattutto nei territori mediani di San Nicolò e Bellante, gli uffici comunali hanno chiuso la prima macro-ricognizione ufficiale dedicata al patrimonio privato.

In totale sono state presentate e protocollate 43 istanze di risarcimento da parte dei privati. La quantificazione economica dei danni è stata subito inserita nella documentazione formale inviata alla Regione per supportare la richiesta dello stato di calamità naturale.

I danni agli immobili rappresentano la stragrande maggioranza del computo totale, toccando quota 743.662 euro, in buona sostanza il grosso delle schede tecniche inviate dai periti. I danni ai beni mobili registrano invece un ammontare pari a 89.284 euro, voce che racchiude arredi compromessi, elettrodomestici gettati e i veicoli pesantemente danneggiati dalla tempesta.

Da Via Carducci, comunque, si cerca di fare realpolitik gettando subito acqua sul fuoco asserendo che questa prima ricognizione non costituisce un diritto al risarcimento automatico o un'approvazione immediata di contributi pubblici. Si tratta, in questa fase, ribadisce l'amministrazione, di una «radiografia preliminare del fabbisogno», calcolata al netto di eventuali polizze assicurative private già stipulate dai singoli cittadini.

Ora la palla passa all'Aquila. Spetterà dunque alla giunta regionale decretare lo stato di emergenza.

Il sindacalista di Fim Cisl, Marco Boccanera, chiarisce che «i danni più gravi si sono registrati durante il turno del pomeriggio, solo in quell'area (Villa Zaccheo, che però fa riferimento al Comune di Castellalto, ndr) sono state distrutte 150 autovetture dei dipendenti, letteralmente mitragliate dalla grandine.

Occorre l'immediato riconoscimento dello stato di calamità, ma serve anche che Confindustria e i datori di lavoro si mettano una mano sulla coscienza».

Del resto, Boccanera da tempo fa presente che nella zona industriale non esistono parcheggi coperti o protetti, nonostante l'area ospiti oltre 4mila addetti: «In Val di Sangro, ad esempio, le aziende e il territorio garantiscono i servizi di bus navetta per i dipendenti. Qui da noi non c'è nulla, il trasporto pubblico adeguato è inesistente».

Oltre al danno economico, per i dipendenti delle fabbriche è scattata una vera e propria odissea quotidiana: «Trovare i pezzi di ricambio è diventato quasi impossibile. I carrozzieri di tutta la provincia sono completamente full e le liste d'attesa sono lunghissime. Senza l'auto e senza mezzi pubblici alternativi, molti lavoratori stanno riscontrando enormi difficoltà anche solo nel raggiungere il posto di lavoro».

In più, i lavoratori precari sono esclusi dai prestiti per riparare il mezzo: «Per gli interinali e i lavoratori in somministrazione aggiustare l'auto rischia di rimanere un miraggio». Mentre per i lavoratori a tempo indeterminato, prosegue Boccanera, «c'è la possibilità di accedere a tassi agevolati o a prestiti tramite gli enti bilaterali. Ma per farlo serve un contratto che superi una determinata durata. La realtà della nostra zona industriale è che a moltissimi giovani continuano a fare contratti di una sola settimana alla volta e non possono accedere a nulla. Pure chi ha contratti di somministrazione a termine si vede rifiutare i mutui o i piccoli prestiti. Sono bloccati, senza soldi e senza un mezzo per andare a lavorare. Occorre un intervento straordinario di sostegno» chiude il sindacalista.

domenica 23 agosto 2026

La truffa della bottiglietta nella ruota: la nuova tecnica dei ladri per rubare le auto. Cosa è e come funziona

Supermercati, centri commerciali, ospedali e grandi parcheggi sono i posti più colpiti


Una bottiglietta di plastica incastrata tra la ruota e il passaruota è la nuova esca per distrarre gli automobilisti e permettere ai ladri di entrare in azione. È la cosiddetta truffa della bottiglietta. Il meccanismo è semplice: la bottiglia viene posizionata in modo da non essere immediatamente visibile dal posto di guida. Quando l’automobilista mette in moto e parte, la ruota la schiaccia producendo un rumore improvviso. Convinto che si tratti di un guasto o di un problema alla macchina, il conducente scende per controllare. Ed è proprio in quel momento che può entrare in azione un complice.

Come funziona la trappola
I ladri individuano un’auto parcheggiata e inseriscono una bottiglietta di plastica, spesso sul lato passeggero, tra la ruota e il passaruota. L’automobilista sale in macchina senza accorgersi di nulla e, una volta partito, sente uno scricchiolio o un forte rumore provenire dalla zona della ruota. La reazione più comune è fermarsi e scendere per verificare cosa sia successo. Se si lasciano le portiere aperte, le chiavi inserite o borse e oggetti di valore nell’abitacolo, il ladro può approfittarne per rubare rapidamente oppure, nei casi più gravi, salire in macchina e allontanarsi con il veicolo.

I parcheggi più a rischio
La tecnica può essere utilizzata soprattutto in luoghi molto frequentati, come supermercati, centri commerciali, ospedali e grandi parcheggi. Proprio la presenza di molte persone può favorire i malviventi, che possono confondersi facilmente tra gli altri automobilisti.

La trappola punta infatti sulla distrazione: buste della spesa, bambini, telefonate o la semplice fretta possono rendere più difficile prestare attenzione a ciò che accade intorno all’auto.

Come difendersi
Bastano alcuni accorgimenti per ridurre il rischio. Prima di salire in macchina è utile controllare rapidamente le ruote, soprattutto dal lato passeggero, e verificare che non ci siano oggetti insoliti. Se durante la partenza si sente un rumore sospetto, è meglio non scendere immediatamente dall’auto nel punto in cui ci si trova. Quando possibile, si può procedere lentamente fino a una zona più illuminata e frequentata. Nel frattempo è consigliabile tenere portiere e finestrini chiusi. Se invece è necessario fermarsi subito, prima di scendere bisogna spegnere il motore, prendere le chiavi e chiudere l'auto. In presenza di persone sospette o se si avverte una situazione di pericolo, è preferibile rimanere all’interno del veicolo e chiedere aiuto.

Il rapper Tony Boy è stato arrestato a Milano perché aveva in casa varie droghe e un’arma clandestina

Tony Boy in concerto a Milano il 12 settembre 2025 (Nicolas Miglioresi/LaPresse)

Antonio Hueber, noto rapper di 26 anni conosciuto con il nome d’arte Tony Boy, è stato arrestato a Milano con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e di armi clandestine. È stato poi portato nel carcere di San Vittore.

La polizia aveva perquisito il suo appartamento dopo averlo fermato in strada per un controllo: dentro ha trovato alcuni grammi di cocaina, hashish e marijuana, oltre a una pistola calibro 6.35 con matricola abrasa (caratteristica che impedisce di risalire al proprietario o al produttore e quindi rende l’arma illegale), un caricatore e cartucce di vario calibro.

Hueber è stato anche denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ricettazione e trattamento illecito dei dati perché durante la perquisizione si è ripreso facendo una diretta sui social, nella quale si sentivano le voci dei poliziotti. Il rapper aveva in programma alcuni concerti per il suo tour estivo, che si sarebbero dovuti tenere nelle prossime settimane a Palermo, Empoli, Roma e Bari.

Fonte: Ilpost.it

sabato 22 agosto 2026

Scalano il Monte Fuji, ma il figlio di 7 anni non ce la fa: il padre lo abbandona per ore

L'uomo, insieme ai suoi due figli, voleva arrivare in cima al monte più alto del Giappone. È stato chiamato e ammonito dalle autorità per aver scaricato il più piccolo


Quella che doveva essere un'escursione da sogno sul Monte Fuji, in Giappone, si è trasformata in un incubo. Soprattutto per un bambino di 7 anni, che è stato abbandonato dal padre perché troppo stanco per continuare a camminare. Per sua fortuna, dopo alcune ore trascorse da solo su una panchina, il piccolo è stato notato e poi accudito da un addetto di un rifugio vicino che ha contattato le autorità. L'episodio si è verificato nella giornata di giovedì 20 agosto e si è concluso con un severo rimprovero sferrato dalle forze dell'ordine nei confronti del genitore. Non decisamente un esempio.

L'inizio di giornata
Il Monte Fuji è il monte più alto del Giappone, con i suoi 3.776 metri di altezza, ed è un'attrazione per i locali e i turisti. Uno di questi locali, un uomo di 48 anni, ha deciso di intraprendere una scalata sulla montagna insieme ai suoi due figli, di 13 e 7 anni. L'obiettivo? Arrivare in cima. Apparentemente a qualsiasi costo. La famiglia ha intrapreso la passeggiata sul sentiero Fujinomiya, uno dei cammini più popolari perché l'unico ad avere un punto di partenza facilmente accessibile dal Giappone occidentale. Tuttavia, la sua minore distanza è compensata dal grado impegnativo della pendenza e dalle molte aree composte da terreno roccioso. E infatti, poco dopo l'inizio dell'escursione, il più piccolo del trio ha alzato bandiera bianca.

L'abbandono
Il sentiero Fujinomiya inizia alla quinta delle dieci stazioni che si trovano lungo il percorso per scalare il Monte Fuji. Alla sesta stazione, il bambino di 7 anni ha iniziato a lamentarsi di essere stanco. Ma il padre, anziché incoraggiarlo o interrompere la giornata, ha deciso di lasciarlo da solo per continuare nella missione scalata insieme all'altro figlio. Il piccolo di 7 anni è rimasto seduto su una panchina per diverse ore, che secondo le ricostruzioni sarebbero tre.

A scovarlo sulla panchina è stato un addetto di un rifugio vicino che lo ha invitato a entrare nel locale e gli ha permesso di ripararsi lì mentre venivano contattate le forze dell'ordine. Una volta arrivati, gli agenti sono riusciti a identificare il padre e a contattarlo. In quel momento si trovava vicino all'ottava stazione del sentiero e gli è stato ordinato di tornare a prendere il figlio abbandonato.

Finita bene
Il bambino è illeso ed è stato ritrovato sano e salvo. Viene da dire per fortuna, visto che le condizioni meteorologiche sul Monte Fuji possono cambiare rapidamente e in modo imprevedibile. Gli agenti delle forze dell'ordine hanno rimproverato il padre: "Anche se significa dover rinunciare alla scalata insieme, abbandonare un bambino è inaccettabile", come riportato da Japan Today. Il genitore si sarebbe pentito della mossa: ""Ho preso una decisione avventata e me ne pento profondamente".

giovedì 20 agosto 2026

Violentava il figlio neonato e pubblicava i video su TikTok: condannato a 12 anni

L’uomo, arrestato dopo un’indagine avviata da una segnalazione statunitense, aveva scelto il rito abbreviato e rinunciato all’appello; sconterà la pena nel carcere di Trento


È diventata definitiva la condanna a 12 anni inflitta, a marzo, a un quarantenne residente in Alto Adige, responsabile di detenzione, diffusione e realizzazione di materiale pedopornografico e violenza sessuale aggravata sul figlio neonato.

Il procedimento e la scelta dell'imputato
Il processo si è svolto con rito abbreviato davanti alla Corte d'Assise di Bolzano. L’uomo ha rinunciato al processo d’appello, scelta che comporta lo sconto di un sesto della pena. Sconterà la condanna nel carcere di Trento, dove è recluso da due anni.

Indagini e arresto
L'indagine è partita dopo una segnalazione delle autorità statunitensi, che avevano rilevato materiale pedopornografico pubblicato su TikTok. La polizia postale italiana ha identificato l’autore e proceduto all’arresto.

La contestazione verso l’imputato riguarda la produzione di 12 video e 2 foto realizzati tra il 2020 e il 2023.

Iter processuale e decisione della Cassazione
Il primo processo si era svolto al tribunale di Bolzano e si era concluso, con rito abbreviato, con una condanna a 12 anni. Tuttavia, dopo il ricorso dell’avvocato difensore Giuseppe Pontrelli, la Cassazione ha annullato la sentenza e ordinato un nuovo processo, individuando come competente la Corte d’Assise.

mercoledì 19 agosto 2026

Varese, finisce con una maxi rissa la serata organizzata dal Comune contro la violenza

In via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi. E subito è esplosa la polemica politica

La rissa ripresa da lontano con un telefonino

Varese, 26 luglio 2026 – Si è conclusa con una rissa la serata del Varese Block Party, la manifestazione organizzata dal Comune di Varese e da Informagiovani con il coinvolgimento di una trentina di associazioni giovanili cittadine e di diverse band del territorio. Intorno alla mezzanotte e mezza, al termine dell'evento, in via Como è scoppiato un violento scontro tra gruppi di giovani che ha richiesto l'intervento dei soccorsi.

L'iniziativa era stata promossa con l'obiettivo di rilanciare una zona della città recentemente finita al centro delle cronache per alcuni episodi di violenza, proponendo una serata all'insegna della musica, dei laboratori e delle attività associative per vivere in modo positivo gli spazi urbani. L'epilogo, però, è stato ben diverso dalle intenzioni degli organizzatori. I video amatoriali realizzati dai presenti documentano i momenti di tensione, mostrando giovani che si affrontano a calci e pugni e il lancio di oggetti lungo la strada. Sul posto è intervenuta un'ambulanza del 118 che ha soccorso un ventenne, successivamente trasportato all'ospedale di Circolo in codice giallo.

L'accaduto ha immediatamente riacceso il dibattito sulla sicurezza in città. Tra i primi a intervenire è stato il Movimento Angelo Vidoletti. La leader Stefania Bardelli ha parlato di una situazione "ormai fuori controllo", sostenendo che quanto avvenuto in via Como rappresenti l'ennesima dimostrazione di un problema che l'amministrazione comunale non può più ignorare. Nel comunicato diffuso dal movimento viene denunciato anche il lancio di bottiglie di vetro lungo la strada, con il conseguente rischio per residenti e passanti. Bardelli ha rivolto le proprie scuse ai cittadini "a nome mio e del Movimento Angelo Vidoletti", pur precisando di non amministrare la città né di avere rappresentanti in Consiglio comunale. Secondo il movimento, la sicurezza a Varese non è una semplice percezione ma un problema concreto che coinvolge residenti, commercianti e famiglie, e richiede una presenza costante sul territorio, controlli efficaci, tolleranza zero verso chi semina violenza e degrado e il coraggio politico di affrontare la situazione senza limitarsi a iniziative di facciata.

Sull'episodio è intervenuto anche il consigliere comunale della Lega Stefano Angei, che ha annunciato il deposito di un'interrogazione urgente. Il consigliere ha evidenziato come i commercianti e i titolari dei locali della zona abbiano aderito da tempo a un protocollo di sicurezza concordato con il Comune, rispettando il divieto di vendita di alcolici da asporto e sostenendo direttamente i costi della vigilanza privata. Per Angei è quindi singolare che una rissa sia scoppiata proprio al termine di un evento promosso dall'amministrazione comunale.

Con l'interrogazione il consigliere chiede di fare chiarezza sulle modalità di somministrazione degli alcolici durante la manifestazione, sul rispetto delle ordinanze vigenti, sulle misure di vigilanza predisposte e sulle ragioni che hanno permesso il verificarsi dell'episodio nonostante il carattere istituzionale dell'iniziativa. Secondo Angei, via Como non può essere affrontata con eventi occasionali, ma necessita di una strategia di sicurezza strutturale e continuativa, con una presenza costante sul territorio e un'azione amministrativa più incisiva per garantire la tutela di residenti, commercianti e frequentatori della zona.

Il processo storico di 29 Stati Usa contro Meta. L'accusa: «Ha reso i minori dipendenti, ha ingannato il pubblico»

L'azienda di Zuckerberg accusata di danni ai minori e violazione di leggi federali: rischia fino a (teorici) 1.400 miliardi di multa e un completo sconvolgimento per Instagram e Facebook


Da una parte Meta, il colosso dei social. Dall’altro una coalizione bipartisan di 29 dei 50 Stati americani: «L’azienda di Zuckerberg ha reso i minori dipendenti e li ha “sfruttati”, oltre ad aver “ingannato” il pubblico» ha affermato l’accusa nelle arringhe d’apertura a Oakland, California. Un processo che ha tutti i crismi per diventare storico, da molti già paragonato a quelli contro «Big Tabacco», le multinazionali del fumo finite alla sbarra negli anni Novanta. I 29 Stati sono rappresentati da quattro capofila, ovvero California, Colorado, New Jersey e Kentucky. Potrebbero avanzare richieste di danni fino a (teorici) 1.400 miliardi di dollari, pari all’intera capitalizzazione di Meta. E, ancora di più, dalla sentenza potrebbe uscire una vera rivoluzione per i social network.

Tutti i 29 Stati sono già coinvolti nel processo per l'accusa comune di violazione della legge federale sulla privacy dei dati dei bambini (il Coppa ovvero Children’s Online Privacy Protection Act), tra cui in particolare la raccolta illecita di dati senza consenso dei genitori. I procedimenti relativi ai danni e alle leggi locali dei restanti 25 Stati verranno affrontati separatamente, in un secondo momento.

Per Meta i precedenti non mancano. Risale a poco meno di due settimane fa la sanzione ricevuta in Nuovo Messico, pari a 567 milioni di dollari, sempre per danno sui minori. È dello scorso marzo invece la fondamentale sentenza di Los Angeles, che ha risarcito la ventenne Kaley G.M. con 6 milioni di dollari (lì era coinvolta anche Google) e che ha dato la stura a un diluvio di altri procedimenti aperti o in via di apertura in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Meta non potrà difendersi soltanto invocando la sezione 230 del Communications Decency Act (risalente all’ormai lontano 1996), considerata finora negli Stati Uniti uno scudo per i contenuti pubblicati all’interno delle piattaforme social. Nel mirino dell’accusa non sono infatti tanto i contenuti condivisi su Facebook o Instagram, quanto piuttosto il design delle relative app, intenzionalmente creato — dicono i procuratori generali — con il fine ultimo di creare dipendenza, grazie all’utilizzo di funzionalità come lo scrolling infinito, algoritmi di raccomandazione per la selezione mirata dei post e notifiche push continue. Megan O’Neill, vice procuratore generale della California, ha dichiarato in aula che il modello di business di Meta era quello di «agganciare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e poi nascondere la verità al pubblico». «Ha funzionato particolarmente bene con i bambini», ha aggiunto.


A decidere la sentenza finale non sarà la giuria (gli otto componenti hanno un ruolo consultivo), bensì la giudice distrettuale Gonzalez Rogers. La lista dei testimoni punta ai vertici della società: sono attesi in aula il fondatore Mark Zuckerberg e il capo di Instagram Adam Mosseri.

L’accusa schiererà una platea di esperti di salute mentale infantile, ex dipendenti e sfrutterà gli esplosivi documenti interni rivelati dalla whistleblower Frances Haugen, finiti poi nel libro «Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook», duramente contestato da Meta. Tutto è partito, di fatto, dalle rivelazioni di Haugen, confluite in un’inchiesta ufficiale avviata nel 2023.

Gli avvocati di Meta spiegheranno alla giuria gli sforzi fatti dall’azienda per garantire la sicurezza dei bambini online, ribadiranno di non aver mai rilasciato dichiarazioni fuorvianti sulla sicurezza e confida sul fatto che gli Stati non riusciranno a dimostrare che i loro residenti abbiano subito un danno reale.


Quanto durerà il processo, cosa si rischia
Il dibattimento durerà tra le quattro e le sei settimane. A decidere la sentenza finale e l'eventuale risarcimento non sarà la giuria (gli otto giurati mantengono un ruolo puramente consultivo), bensì la giudice distrettuale Yvonne Gonzalez Rogers.

La cifra abnorme di 1.400 miliardi di dollari è emersa negli atti difensivi. Si tratta in verità di una proiezione teorica, visto che è stata ottenuta moltiplicando la sanzione massima statale per ogni minore coinvolto e per ogni giorno di presunta violazione. Nessun analista ritiene realistico un conto simile, che porterebbe l'azienda al fallimento. In aula le richieste sono già scese a circa 200 miliardi di dollari, ma lo scenario più probabile resta una sanzione fortemente ridotta dal giudice o una transazione extra-giudiziale da raggiungere tra le parti.

Il vero rischio per Meta non è economico, ma più profondo, strutturale. La corte potrebbe infatti imporre la cancellazione dello scorrimento infinito (a livello nazionale, nei soli Stati Uniti), limiti d'uso rigidi per gli under 18 e la disattivazione degli algoritmi predittivi disegnati per trattenere gli utenti sullo schermo. Gli Stati chiedono anche di cancellare i modelli di AI (intelligenza artificiale), addestrati sui dati dei minori raccolti senza consenso. Una sconfitta di Meta in aula innescherebbe un probabile effetto domino: aprirebbe la strada alle cause di famiglie, scuole, istituzioni varie e altri Stati americani, scardinando per sempre l'immunità legale di cui le Big Tech hanno goduto sul design dei propri prodotti.

lunedì 17 agosto 2026

Bufera social sui meteorologi, Giuliacci risponde agli insulti e annuncia denunce

Il divulgatore annuncia azioni legali verso chi lo ha attaccato dopo alcune previsioni molto discusse. Sui social, centinaia i commenti negativi e sostegno parallelo dei follower


Mario Giuliacci non ci sta. E dopo i numerosi insulti ricevuti sulla pagina Facebook Meteo Giuliacci, in cui per tutta l'estate ha dato aggiornamenti ai suoi tantissimi sostenitori sul caldo africano, ha pubblicato un messaggio: «Molti di voi saranno denunciati per offese alla mia persona».

E poi cita l'articolo in questione: «Per le offese rivolte a un personaggio pubblico si applica generalmente l’articolo 595 del Codice penale: diffamazione. Il reato ricorre quando: la persona offesa è assente; l’espressione lesiva della reputazione viene comunicata ad almeno due persone; vengono diffuse offese oppure accuse false, anche sui social network. Se l’offesa è pubblicata su Facebook, Instagram, giornali, siti o altri mezzi di diffusione, si configura normalmente la forma aggravata: reclusione da 6 mesi a 3 anni oppure multa non inferiore a 516 euro».

Essere un personaggio pubblico, scrive, «comporta una maggiore esposizione alla critica, ma non autorizza insulti gratuiti, accuse false o attribuzione di fatti disonorevoli non verificati». Giuliacci infatti è stato vittima di una serie di commenti negativi sui suoi profili, che lo hanno accusato di aver prima preannunciato una tregua dal caldo e poi aver posticipato la tregua stessa. Un fatto normalissimo in un contesto mutevole come quello delle previsioni meteo - previsioni, appunto - ma che non lo ha reso immune da cattiverie. Allo stesso tempo, sono migliaia i sostenitori. Da personaggio televisivo, Giuliacci è riuscito a "trasformarsi" in un simbolo del meteo anche sui social. I suoi video ogni giorno tra Facebook, Instagram, TikTok e YouTube sono visti da migliaia di persone.

Le critiche ai meteorologi
Il rapporto tra previsioni meteorologiche e social network è ormai diventato particolarmente acceso. Basta che una previsione non trovi piena corrispondenza nella realtà perché sotto un post possano comparire decine, a volte centinaia, di commenti. E questo è successo a Mario Giuliacci, che ha scelto di mettere un argine ai tanti commenti offensivi, minacciando denunce a chi continuerà.

Il tema non riguarda soltanto il singolo professionista. La meteorologia è infatti diventata una delle materie più commentate sui social e non solo: le previsioni vengono consultate quotidianamente da milioni di persone e, quando il risultato atteso non coincide con quello osservato, il meteorologo diventa spesso il bersaglio delle critiche. Ma una previsione meteorologica non è una promessa su ciò che accadrà con certezza. È una stima elaborata sulla base dei dati disponibili e di modelli matematici che descrivono l'evoluzione dell'atmosfera.

Il malinteso nasce spesso proprio da questo punto. Una previsione a diversi giorni di distanza non ha lo stesso grado di affidabilità di una previsione riferita alle ore immediatamente successive. L'atmosfera è un sistema estremamente complesso e anche piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono modificare l'evoluzione prevista. Per questo motivo i modelli meteorologici vengono aggiornati più volte al giorno e una previsione può essere modificata man mano che arrivano nuovi dati. Questo vale ancora di più quando si parla di temporali, precipitazioni locali e fenomeni intensi.

In questi casi può bastare una variazione nella posizione di una perturbazione per determinare differenze significative tra una zona e quella immediatamente vicina.

Cos'è il Love Bombing e come riconoscerlo fin dai primi messaggi

Ti è mai successo di conoscere qualcuno online che sembra perfetto? Potrebbe trattarsi di love bombing: attenzione, non è amore vero


Ti è mai capitato di conoscere qualcuno online e pensare: “Ok, questo è diverso da tutti gli altri”? Dopo due giorni di chat ti chiama “amore”, ti dice che non ha mai conosciuto nessuno come te, ti scrive buongiorno e buonanotte, ti riempie di complimenti, vuole sentirti sempre. Sembra una favola, ma allo stesso tempo qualcosa dentro di te è un po’ in allarme, anche se non sai spiegare bene perché.

Ecco, qui iniziamo a parlare di cos’è il “Love Bombing” e come riconoscerlo fin dai primi messaggi.

Non sei “troppo diffidente”: c’è una spiegazione psicologica
Quello che senti non è paranoia. Né sei “rovinato dalle relazioni passate”. Quando qualcuno parte subito fortissimo con dichiarazioni, promesse, parole grandi e appiccicose, non è solo “uno molto romantico”: spesso è un vero e proprio meccanismo di controllo travestito da amore.

Il love bombing, in pratica, è quando una persona ti riempie di attenzioni, frasi intense, dimostrazioni esagerate, per creare molto in fretta un legame emotivo fortissimo. Non lo fa per conoscersi davvero con calma, ma per agganciarti, quasi come se volesse mettere un gancio nel tuo cervello e nel tuo tempo.

Per questo è così importante capire cos’è il “Love Bombing” e come riconoscerlo fin dai primi messaggi: perché di solito inizia proprio lì, in chat, quando tutto sembra solo carino e lusinghiero.

Perché il love bombing funziona così bene sul nostro cervello
Il punto è che il nostro cervello ama sentirsi speciale. Ogni volta che arriva un messaggio dolce, una frase tipo “non so come ho fatto senza di te finora”, una chiamata a sorpresa, si attivano i circuiti della ricompensa: arriva quella famosa dopamina che ci fa stare bene.

Se queste “dosate di amore” arrivano una volta ogni tanto, è normale, fa parte di una conoscenza. Ma quando le attenzioni sono continue, intense, veloci, succede una cosa particolare: inizi ad associare quella persona alla sensazione di valore, di essere visto, di essere desiderato. E più ti abitui, più il tuo cervello la cerca.

È un po’ come se qualcuno ti regalasse il tuo snack preferito ogni mezz’ora: all’inizio sei gasato, poi inizi ad aspettartelo, e quando non arriva ti manca. Con il love bombing succede lo stesso, solo che lo “snack” sono i messaggi, le frasi importanti, le promesse.

Cosa succede sotto la superficie: non è solo romanticismo
Dietro il love bombing spesso c’è un bisogno forte di controllo. Non sempre è consapevole, ma l’idea è: “Ti faccio sentire così speciale e così scelto da me, che poi farai fatica a mettere limiti”.

Per questo, insieme ai complimenti e alle frasi zuccherose, spesso compaiono anche altre cose. Per esempio arriva la richiesta di rispondere sempre subito. Oppure la persona si offende se esci con amici. Magari inizia a dire: “Io ci tengo davvero, non come gli altri che ti hanno fatto del male”, e piano piano ti isola, mettendosi sul piedistallo di unico salvatore.

All’inizio può sembrare che stia solo “dimostrando quanto tiene a te”. In realtà, più passa il tempo, più capisci che non puoi più respirare senza giustificarti. E paradossalmente, quando ormai sei preso, le attenzioni iniziali possono diminuire o diventare un premio e una punizione: se fai come vuole, amore; se non lo fai, freddezza, silenzi, ricatti emotivi.

Perché alcune persone sono più vulnerabili al love bombing
Non è questione di essere ingenui o “deboli”. Spesso chi cade nel love bombing è semplicemente qualcuno che ha avuto relazioni in cui si è sentito messo da parte, ignorato, dato per scontato.

Se da piccolo, o nelle storie precedenti, l’affetto arrivava a ondate (ti amo / ti ignoro), il cervello si abitua a vivere proprio di questi picchi. Quindi quando arriva una persona che ti “bomba” di attenzioni, può sembrare finalmente quello che aspettavi da sempre.

In più, i social e le chat rendono tutto ancora più intenso: conversazioni infinite fino alle 3 di notte, storie ricondivise, cuori, reaction. È facile confondere la frequenza dei messaggi con la profondità del rapporto. Ma non sono la stessa cosa.

L’insight che fa un po’ male ma libera
La parte un po’ dura da guardare in faccia è questa: non è amore quello che nasce in due giorni e pretende tutto di te. È più simile a una dipendenza reciproca: chi fa love bombing ha bisogno di sentirsi potente e indispensabile, chi lo subisce ha bisogno di sentirsi finalmente scelto.

L’insight liberatorio è che l’amore vero non ha fretta di dimostrare, ha voglia di conoscere. Non ha bisogno di pressare, ma di costruire. Se qualcuno ti piace davvero, puoi volerlo tutti i giorni, senza per forza invadere ogni minuto della sua vita, né riempirlo di promesse XXL al secondo messaggio.

Come portarti via qualcosa di utile da tutto questo
Se ti sei rivisto in qualche pezzo, non significa che “scegli sempre le persone sbagliate”. Significa che stai iniziando a vedere dei pattern, e questo è un passo enorme.

Puoi usare questa consapevolezza per rallentare quando senti che tutto corre troppo. Farti domande tipo: “Se togliessi i messaggi intensi, cosa rimane? Lo conosco davvero?”.

E se senti che sei finito in una dinamica pesante, in cui ti senti confuso, svuotato o in colpa ogni volta che provi a mettere un confine, parlarne con qualcuno di esterno aiuta tantissimo: un amico lucido, un adulto di cui ti fidi, o anche uno psicologo, se ne hai la possibilità.

Perché le storie che iniziano con fuochi d’artificio possono essere emozionanti, ma quelle che durano davvero di solito partono con qualcosa di più tranquillo: rispetto, tempo, curiosità reale. E non hanno bisogno di bombardarti d’amore per farsi sentire vere.

Fonte: Webboh.it

Corso Como, la denuncia di una 19enne: “Un uomo che ho conosciuto in discoteca mi ha violentata”

L’aggressione sarebbe avvenuta fuori dall’Hollywood, gli investigatori sentiranno i testimoni e analizzeranno le immagini delle telecamere di sorveglianza


Una delle amiche con cui è uscita per festeggiare la notte di Ferragosto la vede tornare verso il locale sotto shock. In lacrime, spaventata, la ragazza — diciannove anni appena, milanese, studentessa — le chiede di dare l’allarme, di allertare i soccorsi. «Mi ha violentata nel parcheggio», è la drammatica “confessione” da brividi che la vittima affida all’amica. Parole poi ripetute praticamente identiche ai carabinieri e ai medici di Areu.

Sono loro a soccorrerla all’alba di ieri, pochi istanti prima delle 5,15, fuori dall’Hollywood, una delle discoteche più famose di Milano. È là che avviene l’incrocio tra la giovane e l’uomo che poi lei stessa accuserà di stupro. La diciannovenne, secondo il suo primo racconto fatto agli investigatori della stazione Porta Garibaldi e della compagnia Duomo, era andata a ballare insieme a un paio di amiche per celebrare il 15 agosto. Una volta nel locale, la studentessa avrebbe conosciuto un ragazzo — di cui ha fornito una sommaria descrizione — con cui si sarebbe spostata nel privé, dove i due avrebbero bevuto e trascorso del tempo insieme.

A fine serata la vittima e il presunto stupratore si sarebbero spostati verso il retro del locale, nel parcheggio. Ed è lì che sarebbe avvenuta la violenza. Perché, stando a quanto denunciato dalla diciannovenne, che nelle prossime ore sarà ascoltata nuovamente da investigatori e inquirenti, l’uomo l’avrebbe costretta a un rapporto nonostante lei non fosse consenziente. Ed è stata sempre la ragazza a confidare ai carabinieri di aver avuto la sensazione di essere stata filmata da alcuni passanti, che si sarebbero poi allontanati.

Tornata “libera”, la studentessa ha raggiunto nuovamente l’ingresso della discoteca e ha raccontato tutto all’amica, in lacrime. I carabinieri e i soccorritori l’hanno quindi raggiunta in corso Como e l’hanno poi accompagnata in codice giallo alla clinica Mangiagalli, dove gli specialisti del Svsed, il servizio violenza sessuale e domestica, l’hanno sottoposta a tutte le cure e gli accertamenti del caso.

Il lavoro degli investigatori procederà adesso su un doppio binario. I carabinieri hanno sentito e sentiranno infatti tutti i potenziali testimoni, tra addetti alla sicurezza e altri clienti, che potrebbero aver notato qualche dettaglio utile per ricostruire la serata della vittima e del presunto stupratore, tra i momenti trascorsi all’interno della discoteca e, soprattutto, quelli negli spazi sul retro teatro della violenza. Di pari passo i carabinieri analizzeranno frame per frame le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza del locale e della strada alla ricerca di elementi che possano consentire di identificare l’uomo. Un risultato che potrebbe essere già vicino.

Una Renault 5 del 1982 ritrovata in un garage venduta a prezzo record. Aveva percorso solo 12 km

Praticamente un capsula del tempo, il sogno di tutti i collezionisti che sperano di imbattersi in un “barn find” come questo, con una storia ai limiti dell'incredibile


L'odore della polvere, una porta che non si apre da oltre quarant'anni e una piccola utilitaria dimenticata sotto un telo. 

Potrebbe essere l'inizio di un film, invece è una storia vera, con protagonista una comunissima Renault 5 TL del 1982 che, dopo 43 anni trascorsi immobile in un fienile francese, è riapparsa con appena 12 chilometri sul contachilometri. Un'automobile praticamente nuova che, contro ogni previsione, è stata battuta all'asta per la cifra record di 53.711 euro.

sabato 15 agosto 2026

La lezione di vita di Nikola Tesla: "Le persone intelligenti tendono ad avere meno amici"

Quando si parla di relazioni, la qualità dei legami conta molto più della quantità


Una festa piena di conversazioni che si intrecciano, smartphone che illuminano i tavoli e voci che si sovrappongono può trasformarsi, per alcune persone, in un’esperienza estenuante. Mentre c’è chi si sente rigenerato da questa energia condivisa, altri lasciano l’incontro con la sensazione di aver trascorso ore immersi in un rumore di fondo continuo.

Questa differenza, difficile da spiegare ma al tempo stesso immediatamente riconoscibile, aiuta a capire perché una frase attribuita a Nikola Tesla continui a circolare con tanta forza sui social network: "Le persone intelligenti tendono ad avere meno amici della media. Più sei intelligente, più diventi selettivo".

- La differenza tra una persona carismatica e un puro narcisista

- Longevità, il vero fattore nascosto sono i luoghi che frequentiamo

- Le persone sempre pronte ad aiutare condividono questo tratto della personalità

Le persone intelligenti tendono ad avere meno amici: ecco spiegato il perché
La citazione si adatta perfettamente all’immagine popolare di Tesla, divenuto nel tempo il simbolo dell’inventore brillante e solitario. La realtà, però, è molto meno semplice. Lo scienziato dedicò gran parte della sua vita al lavoro e alla riflessione costante, ma coltivò anche amicizie con figure di spicco del suo tempo come Mark Twain e John Muir. L’idea del genio completamente isolato funziona bene come mito culturale, ma la ricerca scientifica suggerisce sfumature decisamente più interessanti.

Uno degli studi più condivisi degli ultimi anni è stato pubblicato nel 2021 e ha analizzato il comportamento sociale di studenti adolescenti. I ricercatori hanno osservato un dato curioso: gli studenti con punteggi di intelligenza più elevati tendevano a essere più apprezzati dai compagni, pur mostrando una preferenza per gruppi sociali più ristretti. Il problema, quindi, non sembrava essere il rifiuto sociale, bensì la selezione delle relazioni.

Le persone con una forte inclinazione analitica tendono infatti a cercare conversazioni profonde, affinità autentiche e interessi condivisi. Per molti di loro, le chiacchiere superficiali offrono una gratificazione emotiva limitata. Questa ricerca di connessioni più significative può ridurre il numero delle amicizie strette, senza che ciò implichi necessariamente tristezza o isolamento.

Meno quantità, più profondità
Un’altra ricerca, pubblicata sul British Journal of Psychology nel 2016 e basata su oltre 15.000 partecipanti, si è spinta ancora oltre. Lo studio concludeva che, in generale, trascorrere del tempo con gli amici è associato a una maggiore soddisfazione di vita. Tuttavia, tra le persone con livelli di intelligenza particolarmente elevati, questa relazione tendeva ad attenuarsi e, in alcuni casi, addirittura a invertirsi.

Gli stessi autori hanno invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. I dati erano di natura correlazionale e gli effetti osservati risultavano moderati. Nonostante ciò, il lavoro ha contribuito a rafforzare un’idea che continua a suscitare interesse: per alcune persone, un’eccessiva stimolazione sociale può trasformarsi più facilmente in una fonte di affaticamento che di benessere.

Avere un’intelligenza superiore alla media non equivale automaticamente a sentirsi più soli. Uno studio longitudinale pubblicato nel 2024 e condotto su oltre 400 studenti ad alto potenziale cognitivo ha mostrato, infatti, un quadro opposto. I livelli di solitudine variavano enormemente da individuo a individuo e dipendevano da fattori come l’accettazione sociale, la personalità e la qualità delle amicizie. L’elevata capacità cognitiva non emergeva come un predittore automatico dell’isolamento.

Una precisazione importante, perché solitudine e introversione non sono sinonimi. Allo stesso modo, avere una cerchia ristretta di amici non implica necessariamente un problema emotivo. Quando si parla di relazioni, la qualità dei legami conta molto più della quantità.

Crepet e lo scroll "come eroina": sfogo su social e indifferenza

Lo scroll "come eroina" e i social che contribuiscono a "costruire l'indifferenza": il nuovo sfogo dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet


La "costruzione" dell’indifferenza avviene anche attraverso i social. Lo ha detto lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet riflettendo sul meccanismo che sta alla base dello "scroll" su uno smartphone o un tablet: tante foto e video diversi tra loro, che mescolano migliaia di contenuti differenti, da quelli divertenti a quelli drammatici. Secondo Crepet, questo finisce per eliminare il senso di un’immagine, appiattendo le emozioni e rendendo indistinguibili contenuti che, per loro stessa natura, dovrebbero suscitare reazioni completamente opposte.

Cos’ha detto Paolo Crepet sullo "scrollare"
"L’indifferenza non nasce così, perché uno si sveglia la mattina ed è indifferente", ha dichiarato Paolo Crepet, ospite lo scorso 22 giugno di Dedalo 2026, la rassegna curata dal giornalista Luca Sommi che si è tenuta a Parma. Lo psichiatra ha quindi spiegato perché, a suo avviso, la "costruzione dell’indifferenza" passa anche attraverso i social network.

"Quando siamo sui social, scrolliamo. È il meccanismo, per esempio, di TikTok, dove non stai mai fermo su una cosa. E ci sono mille immagini che vengono avanti su cui passiamo ore, ore e ore. Dietro allo scroll c’è un meccanismo studiato che è dopaminergico, cioè è ciò che fa funzionare il cervello in termini di bisogno e quindi di dipendenza, come l’eroina, paro paro", ha spiegato.

Crepet ha proseguito facendo un esempio concreto del modo in cui i contenuti vengono accostati durante lo scroll: "Quando scrolli cosa vedi? Un gol di Ronaldo, poi subito dopo c’è la motocicletta tutta accartocciata di un vigile che è morto inseguendo qualcuno a Milano. Quindi passi dal gol alla morte, poi avanti. Bombardamento a Gaza, benissimo, poi vai avanti e trovi Trump che dice una cosa".

Perché i social contribuiscono alla "costruzione dell’indifferenza" per Crepet
Secondo Crepet, proprio il continuo passaggio da un contenuto all’altro finisce per modificare il modo in cui le persone percepiscono ciò che stanno guardando. "Tu passi da immagini totalmente diverse nei contenuti e alla fine non percepisci più la differenza emotiva che ti dà una foto", ha fatto notare lo psichiatra.

Un tempo, ha sottolineato, il rapporto con le immagini era diverso. E ha raccontato di quando le persone si fermavano davanti alle fotografie pubblicate sui periodici illustrati: "Quando sfogliavi Epoca (settimanale pubblicato fino al 1997), ti fermavi su una foto. Stavi lì, prendevi anche un caffè al bar, e vedevi quella foto, ci ragionavi, ti indignavi o dicevi ‘Hanno fatto bene’, oppure qualsiasi altra cosa".

In ogni caso, ha aggiunto, "c’era un’emozione che era legata al senso di un’immagine". Il problema, secondo Crepet, nasce quando la velocità e la quantità dei contenuti impediscono di soffermarsi su ciò che si sta guardando e di attribuirgli un significato.

E allora, "come facciamo a togliere il senso? Loro l’hanno capito: basta avere un miliardo di immagini e non c’è più senso dell’immagine", ha evidenziato lo psichiatra. "Quindi la guerra, la pace, la bellezza di un gol, piuttosto che l’orrore di un ragazzino morto per strada, piuttosto che qualsiasi altra cosa, è tutto ugualeQuesto è ciò che si vuole", ha concluso Paolo Crepet.

Chi è Peggy Gou, la dj coreana che ha trasformato il clubbing in un fenomeno pop

Dalle notti del Berghain al successo mondiale di “Nanana”: la carriera, lo stile e l’identità della dj sudcoreana diventata un’icona della musica elettronica e della moda


C’è stato un momento in cui sembrava impossibile attraversare l’estate senza ascoltare almeno una volta quel ritornello: «Nanana, nananana». La canzone era “(It Goes Like) Nanana”, il tormentone elettronico del 2023 capace di trasformare Peggy Gou da star dei grandi festival e dei club internazionali in un volto conosciuto anche da chi non aveva mai seguito la scena house.

Ridurre la sua storia a una hit virale, però, sarebbe fuorviante. Prima di conquistare radio, classifiche e social network, Peggy Gou aveva già costruito una carriera nell’underground europeo, pubblicato dischi apprezzati dagli appassionati, suonato nei locali più selettivi di Berlino e fondato una propria etichetta. Nel frattempo era diventata anche una presenza fissa nella moda, una testimonial contesa dai marchi e un modello di successo globale molto diverso da quello tradizionalmente associato alle popstar sudcoreane.

La sua forza sta proprio nella capacità di occupare contemporaneamente mondi che, almeno in apparenza, dovrebbero rimanere separati. Peggy Gou è una produttrice musicale, una dj, una cantante, un’imprenditrice e una fashion icon. Può passare da una consolle davanti a decine di migliaia di persone alla prima fila di una sfilata, da un club berlinese a una campagna internazionale, senza che nessuna di queste identità sembri costruita a tavolino.

Il vero nome di Peggy Gou e le origini in Corea del Sud
Peggy Gou è lo pseudonimo di Kim Min-ji, nata nel 1991 a Incheon, la grande città portuale situata a ovest di Seul. La sua non è la classica traiettoria di un’artista cresciuta all’interno del sistema dell’intrattenimento coreano: non ha seguito il percorso delle agenzie K-pop, né quello fatto di audizioni, anni da trainee e debutti pianificati nei minimi dettagli.

Durante l’adolescenza si trasferisce a Londra. Dopo un periodo trascorso nuovamente in Corea, torna nella capitale britannica per frequentare il London College of Fashion. Inizialmente immagina il proprio futuro nella moda: pensa al design, alla fotografia e allo styling, ma si rende conto progressivamente che la musica è l’unico interesse rimasto costante mentre tutto il resto cambia.

A Londra frequenta club, compra dischi e comincia a imparare a usare i giradischi e i programmi di produzione musicale. Prende lezioni di Ableton dal musicista e produttore Esa Williams e lavora per anni sui propri demo prima di considerarli sufficientemente maturi per essere pubblicati. Il suo successo, spesso descritto come improvviso, nasce quindi da una lunga fase di studio invisibile al grande pubblico.

Berlino, i negozi di dischi e le domeniche al Berghain
La svolta arriva con il trasferimento a Berlino, quando Gou decide di mettere temporaneamente da parte la moda e di dedicarsi completamente alla musica. Lavora in un negozio di dischi, produce a casa e trascorre le domeniche al Berghain, osservando i dj, il pubblico e i meccanismi di una cultura notturna molto diversa da quella londinese.

La capitale tedesca diventa la sua vera scuola. Non soltanto per la techno, ma per la capacità di concepire un dj set come un percorso nel quale house, electro, acid, disco e suoni meno facilmente classificabili possono convivere.

Essere una giovane donna asiatica in un ambiente ancora fortemente maschile non rende il percorso più semplice. Gou ha raccontato di essere stata spesso esclusa dalle conversazioni tra colleghi e di avere avuto la sensazione che la sua competenza musicale fosse sottovalutata. Anche la passione per l’abbigliamento si trasforma inizialmente in un ostacolo: secondo una certa visione purista della scena, una dj troppo attenta al proprio aspetto non poteva essere considerata abbastanza credibile.

Anziché scegliere tra musica e moda, Peggy Gou decide però di trasformare quella contraddizione nel proprio tratto distintivo.

La svolta di “It Makes You Forget”
Le prime pubblicazioni arrivano nel 2016. Ma è soprattutto “It Makes You Forget (Itgehane)”, contenuta nell’EP Once del 2018, a rendere il suo nome familiare nel circuito elettronico internazionale. Nel brano Gou canta in coreano, facendo entrare la propria lingua in una produzione house destinata ai club europei.

La scelta non è soltanto estetica. Peggy Gou ha più volte spiegato di voler unire le culture nelle quali si è formata, rivendicando le origini coreane invece di nasconderle nel tentativo di apparire completamente occidentale. È una combinazione che qualcuno ha definito “K-house”: musica elettronica profondamente legata alla tradizione dei club europei, ma attraversata da parole, immagini e riferimenti sudcoreani.

Nello stesso periodo raggiunge uno dei suoi obiettivi più importanti: esibirsi al Berghain, diventando una delle prime dj sudcoreane a conquistare la consolle del celebre club berlinese. Un passaggio simbolico per un’artista che, pochi anni prima, frequentava quel locale ogni settimana per imparare e trovare una propria direzione.

Il successo mondiale di “Nanana”
Nel 2023 arriva la consacrazione pop. Peggy Gou fa ascoltare durante un set al tramonto in Marocco un brano ancora inedito. Il video circola sui social, il ritornello diventa immediatamente riconoscibile e “(It Goes Like) Nanana” si trasforma in uno dei pezzi più ascoltati dell’estate.

La canzone recupera l’euforia dell’Eurodance e della house degli anni Novanta, ma la rende abbastanza essenziale e contemporanea da funzionare tanto nei festival quanto nei video di TikTok. Nel Regno Unito raggiunge il quinto posto della classifica dei singoli e rimane nella Top 10 per dodici settimane. È il primo vero ingresso di Peggy Gou nel mercato musicale generalista.

Per una parte del pubblico si tratta della sua nascita artistica. Per chi frequentava già la musica elettronica, invece, è il momento in cui una dj affermata nell’underground dimostra di poter costruire un successo pop senza rinunciare completamente alla cultura del club.

La trasformazione non viene accolta da tutti con entusiasmo. Peggy Gou divide: alcuni la considerano una musicista capace di rinnovare il concetto di superstar dj, altri ritengono che l’immagine, le collaborazioni commerciali e la presenza sui social abbiano assunto un peso eccessivo. È una critica che accompagna spesso le artiste capaci di superare i confini di una scena: quando l’underground incontra il grande pubblico, il successo rischia di essere scambiato per perdita di autenticità.

“I Hear You”, il primo album dopo oltre dieci anni
Soltanto nel giugno 2024, dopo più di un decennio di attività, Peggy Gou pubblica il primo album, “I Hear You”. Il disco contiene dieci tracce e guarda apertamente alla house degli anni Novanta, includendo “Nanana”, “I Goes Like” e collaborazioni con Lenny Kravitz e la rapper portoricana Villano Antillano.

Il lungo tempo necessario per realizzarlo racconta anche il suo perfezionismo. Gou ha spiegato che il progetto era stato rinviato per circa due anni e che il disco rappresentava il tentativo di creare qualcosa destinato a durare, più che una semplice raccolta di singoli da festival.

Il risultato amplia ancora il suo pubblico. Non è un abbandono totale dell’underground, ma la dichiarazione di un’artista che non vuole più essere definita esclusivamente come dj. Peggy Gou produce, canta, dirige la propria immagine e costruisce un universo riconoscibile intorno alla musica.

La moda, il marchio Kirin e l’etichetta Gudu
Il rapporto con la moda, mai davvero interrotto, diventa parte integrante del progetto. Nel 2019 Gou lancia Kirin, un marchio streetwear sviluppato con New Guards Group, lo stesso ecosistema imprenditoriale nel quale era cresciuto Off-White. Il nome deriva dalla parola coreana che indica la giraffa, animale diventato uno dei simboli visivi dell’artista.

Nello stesso anno fonda Gudu Records, etichetta con la quale pubblica musica propria ma anche lavori di artisti provenienti da città e scene differenti. “Gudu” richiama la parola coreana per “scarpe”: un altro punto di contatto tra la cultura musicale e l’immaginario della moda.

È proprio questa capacità di controllare ogni elemento a distinguerla. I dischi, i vestiti, le copertine, i video e le campagne non sono attività parallele, ma parti di un’unica identità. Peggy Gou non si limita a prestare il volto a un’immagine: la costruisce, la dirige e la trasforma in un linguaggio immediatamente riconoscibile.

Lo stile di Peggy Gou e quella collezione di borse diventata leggendaria
Prima ancora che “Nanana” la trasformasse in una celebrità pop, Peggy Gou era già considerata una delle figure più riconoscibili della moda internazionale. Il suo stile mescola streetwear, capi oversize, completi sartoriali, sneakers, colori accesi e accessori da collezione, lontano tanto dall’uniforme total black della techno berlinese quanto dall’immagine perfettamente costruita delle popstar tradizionali.

Gou ha raccontato di avere inizialmente ridimensionato il proprio modo di vestire per essere presa più seriamente nell’industria musicale. In seguito ha compreso che moda e immagine non erano una distrazione dalla musica, ma una parte inseparabile della propria identità.

Una passione emerge sopra tutte le altre: quella per le borse. La sua collezione è diventata quasi leggendaria tra gli appassionati di moda e comprende pezzi Chanel, Louis Vuitton e modelli più insoliti firmati da designer indipendenti. Gou non sembra interessata soltanto alle classiche it-bag, ma soprattutto alle versioni rare, eccentriche o immediatamente riconoscibili.

Il suo legame con Louis Vuitton è particolarmente stretto. È stata raccontata mentre sceglieva tra diverse borse monogram prima delle sfilate parigine della maison e, anche nei look più informali, l’accessorio non appare mai casuale. Una borsa scultorea, un modello vintage o una forma inattesa possono diventare il punto di partenza dell’intero outfit.

È anche per questo che Peggy Gou è diventata qualcosa di più di una musicista vestita bene. È una trendsetter capace di far circolare un paio di occhiali, un cappello o una borsa con la stessa rapidità con cui una sua traccia passa dalla consolle ai social. Il guardaroba non accompagna il successo: è parte del linguaggio attraverso il quale lo ha costruito.

Peggy Gou e Matteo Berrettini: la nuova coppia dell’estate?
Nell’estate del 2026 il nome di Peggy Gou ha cominciato a circolare anche sulle pagine di gossip italiane per una presunta relazione con Matteo Berrettini. Le indiscrezioni sono nate quando la dj è stata notata sugli spalti di Wimbledon durante un incontro del tennista romano.

Poco prima, i due avevano pubblicato sui rispettivi profili social la fotografia di un tiramisù apparentemente identico, consumato durante quella che le cronache hanno interpretato come una cena nello stesso ristorante londinese. Un indizio piccolo ma sufficiente, nell’epoca delle relazioni ricostruite attraverso dettagli, sfondi e fotografie, per alimentare le prime voci.

Ai sospetti si è aggiunto successivamente un avvistamento a Ibiza, dove Berrettini sarebbe stato visto insieme alla dj sudcoreana. Alcune testate hanno già parlato di un nuovo amore, mentre altre continuano più cautamente a definire il rapporto un possibile flirt.

In assenza di una dichiarazione pubblica inequivocabile da parte dei protagonisti, è più corretto parlare di una frequentazione attribuita loro dalle cronache rosa e non di una relazione ufficialmente confermata.

La curiosità è inevitabile anche per la distanza apparente tra i loro mondi: da una parte uno dei volti più conosciuti del tennis italiano, dall’altra una dj che divide la propria vita tra festival internazionali, moda e club culture. Entrambi, però, conoscono bene la pressione della celebrità globale e conducono esistenze scandite da viaggi, tornei, concerti e continui spostamenti.

Che si tratti di una storia destinata a durare o soltanto del gossip dell’estate, l’accostamento ha contribuito a far conoscere Peggy Gou anche a una parte del pubblico italiano che fino a poche settimane prima la identificava soltanto con il ritornello di “Nanana”.

Una star globale che non appartiene a un solo mondo
Peggy Gou è coreana ma non è una star del K-pop. È diventata famosa a Berlino, ma la sua musica non coincide con la techno berlinese. Ha studiato moda, senza voler essere considerata soltanto una fashion personality. Ha conquistato il pubblico di massa, ma continua a parlare il linguaggio dei club.

La sua importanza nasce esattamente da questa posizione difficile da classificare. Gou rappresenta una generazione di artisti per i quali identità nazionale, genere musicale e professione non sono più confini rigidi. Può suonare al Berghain e apparire sulle copertine di Vogue, produrre un brano house e collaborare con Lenny Kravitz, fondare un’etichetta e continuare a inserire parole coreane nelle proprie canzoni.

Dopo “Nanana”, la sfida è dimostrare di essere più grande del tormentone che l’ha resa universalmente riconoscibile. Ma la risposta alla domanda “chi è Peggy Gou” non può già più limitarsi a “la dj di Nanana”.

Peggy Gou è una produttrice che ha trasformato la propria condizione di outsider in un’identità globale, cancellando la distanza tra consolle, passerella e cultura pop. E probabilmente è proprio questa libertà, più ancora dei ritornelli, delle borse da collezione e dei gossip estivi, ad averla resa una delle artiste più influenti e riconoscibili della musica dance contemporanea.